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Varie : Spunti per l'educazione
"Spunti per l’educazione Bahá’í
dei bambini"
Istituto per genitori - Peschiera (VR) 1981
ORATORI:
Dott.ssa AGNÈS GAZNAVÌ (Consigliere Continentale)
Dott. BIJAN GAZNAVÌ
Dott. JULIO SAVI
Sig.ra MAY BALLERIO

A cura del Comitato Nazionale Educazione Fanciulli

dell’Assemblea Spirituale Nazionale dei Bahá’í d’Italia

© 1983 - Casa Editrice Bahá’í - Roma – Italia
1° edizione 1983
CASA EDITRICE BAHÁ’Í S.R.L.

Sede legale: 00197 Roma, Via A. Stoppani, 10 - Tel. (06) 8079647

Deposito e amm.ne: 00162 Roma, Circ.ne Nomentana, 484 - Tei. (06) 4270547

Tipolito «La Grafica» - Vago di Lavagna (VR)

« ... si deve favorire una migliore comprensione della vita familiare Bahá’í; si deve curare l’educazione Bahá’í dei bambini; si devono organizzare regolari classi Bahá’í e, se necessario istituire scuole private (tutorial schools) per l’erogazione dell’educazione elementare... ».

(Casa Universale di Giustizia, Piano settennale, Ridvan 136-143).

Carissimi amici, Alláh’u’Abhá!

È con gioia che il Comitato Nazionale Educazione fanciulli vi offre questo prezioso documento scritto, riguardante l’Istituto per genitori tenuto a Peschiera (VR) nel maggio del 1981.

Gli oratori presenti, in ordine di esposizione erano Julio Savi, il Consigliere Continentale Agnès Gaznavì, il Dott. Gaznavì e la signora May Ballerio.

Tutti i testi sono integrali ad eccezione dei corsi tenuti dai signori Gaznavì, che per motivi di chiarezza hanno suggerito di pubblicare in luogo del loro corso, ciò che è stato da loro esposto alla Conferenza Internazionale di Dublino e di Montreal (estate 1982).

Con l’auspicio che queste pagine possano arricchire tutti i membri della Comunità italiana nella comprensione dello stadio dei nostri bambini e del grande impegno educativo richiesto alle famiglie, alle Comunità locali e all’intera Comunità Nazionale, inviarne i nostri auguri.

Il Comitato Nazionale
Educazione Fanciulli

DR. JULIO SAVI: «COME VIVERE IL PERIODO DELLA GRAVIDANZA IN VISTA DELLO SVILUPPO SPIRITUALE DEL BAMBINO»

Non vi nascondo che questo tema, quando mi è stato comunicato mi ha lasciato un po’ perplesso; da una parte riflettevo per ricordare quali fossero gli Scritti a proposito, ma mi venivano solo in mente le parole di ‘Abdu’l-Bahá, che esorta le madri in attesa a recitare una preghiera, che Egli stesso ha rivelato, per la creatura che portano in grembo, sin dall’istante in cui divengono consapevoli di essere in attesa di un bimbo.

Dall’altra parte mi convincevo sempre di più che il processo della preparazione spirituale alla nascita di un bambino non possa essere limitato al solo periodo della gravidanza, ma in realtà sia cosa che riguardi tutta la nostra vita precedente a un tale importante evento.

Bahá'u'lláh ci esorta a sposarci e ad avere figli e ci ordina di dare a questi fanciulli una buona educazione non solo fisica e intellettuale, ma anche spirituale, affinché essi, divenuti adulti possano innalzare le Sue lodi. Egli ascrive una grande importanza a questo dovere di educare i figli; ci annuncia che se verremo meno a questo obbligo, Egli Stesso ce ne chiederà conto nell’altra vita. E quindi l’educazione dei nostri figli è una parte fondamentale della nostra esistenza. Ma se vogliamo essere buoni genitori e buoni educatori dobbiamo prepararci

a questo il più presto possibile e il modo migliore per farlo è quello di seguire la via dell’approfondimento.

Il tema di oggi dunque si allarga molto, perché diventa un tema più generale e riguarda il significato Bahá'í della parola «approfondimento».

Visto che ‘Abdu’l-Bahá esorta la gestante a pregare per il suo bimbo appena sa di essere in attesa, è ovvio che una buona madre debba anche sapere come si prega. Una donna che sia abituata a pregare quotidianamente non dovrà fare alcuno sforzo per mettere in pratica il consiglio di ‘Abdu’l-Bahá e lo farà con gioia e radiosità nel vero spirito della preghiera Bahá’í. Se invece non è abituata a pregare nella mente le passeranno tutti i dubbi e gli interrogativi che spesso

impediscono agli esseri umani di attingere forza da quel grande dono che è la preghiera. Si chiederà forse: «Ma come potrò io con queste poche parole influenzare il destino spirituale di mio figlio?». E forse non pregherà perché non è convinta dell’utilità della cosa.

È bene dunque che la madre, ma non sarà male se lo farà anche il padre, rinforzi la propria abitudine di pregare e se non vi è abituata incominci subito a farlo se vorrà essere sin dal primo momento una buona madre Bahá’í. La Casa Universale di Giustizia ci ha fatto dono di una compilazione sul tema «Preghiera, meditazione, devozione»: sarà bene che i genitori la rileggano, meditino a lungo sulle citazioni in essa raccolte, per comprendere sempre più profondamente che cosa significhi pregare e come la preghiera sia un potente mezzo di progresso

spirituale per colui che prega e per coloro per i quali gli prega. Da quel libro egli potrà incominciare ad apprendere quale atteggiamento inferiore dovrà assumere durante la preghiera, che cosa significhi pregare; a chi è bene rivolgersi durante la preghiera; in quale modo si debba cercare di mondare e purificare il proprio cuore nella preghiera, perché sia consigliato di stare soli e di non recitare preghiere troppo

lunghe e molte altre cose.

Ma quando i coniugi si siano approfonditi nella lettura di questa compilazione, ancora questo non sarà sufficiente se essi non avranno provato a pregare con fede secondo le indicazioni appena ricevute. Indubbiamente l’ambiente che ci circonda, che di solito è materialista e scettico, non ci induce a pregare; l’uso della ragione oggi è stato portato agli estremi nella direzione del materialismo e questo ha indotto l’uomo ad allontanarsi dalla preghiera, a perdere fiducia nella preghiera.

Ma noi Bahá’í non dovremmo lasciarci influenzare dall’ambiente, al contrario dovremmo essere noi ad influenzare l’ambiente, essere come fari di guida per coloro che ci stanno intorno. È stato detto che la preghiera è come una leva; Archimede diceva: «Datemi una leva e vi solleverò il mondo». Questo breve detto allude alla grande forza che si può esercitare con una leva. Altrettanto è per la preghiera: è

un mezzo apparentemente fragile, ma assai possente.

Preparare un’atmosfera adatta.

Ogni madre in attesa oggi, durante tutta la sua gravidanza si tiene in contatto con un ginecologo o con un medico, perché la gravidanza possa proseguire nella maniera più felice. Fa visite di controllo, esami di laboratorio, se necessario assume tarmaci, segue una dieta; se è una fumatrice fa del proprio meglio - o almeno lo dovrebbe - per fumare punto o poco, in breve ogni madre cerca di curare il proprio corpo perché il bambino possa crescere fisicamente sano. Questa considerazione è molto consolante, perché certo rivela una premura verso il bambino prima ancora che egli nasca. Ma non è sufficiente. Mi chiedo quante persone oggi si diano pena di preparare per il bambino una atmosfera favorevole non solo dal punto di vista materiale, ma anche dal punto di vista spirituale. In altre parole oggi si fa di tutto perché i bambini possano nascere e crescere fisicamente sani, ma non ci si cura di alcuni inquinamenti spirituali e psicologici che saranno per i figli causa di handicap spirituali e psicologici non meno gravi di

quelli fisici. Se i genitori, se la famiglia di questi neonati presenteranno gravi mancanze spirituali, gravi problemi psicologici, come sarà possibile che quei bambini crescano spiritualmente e psicologicamente sani? È bene dunque che i genitori provvedano a migliorare il più possibile l’ambiente spirituale e psicologico della loro famiglia, se veramente

desiderano dare il meglio ai loro figli.

Ci è sempre stato insegnato che tra tutti i mesi dell’anno ve n’è uno dal particolare significato spirituale: è il mese di Bahá, il mese del digiuno, il mese che prelude all’equinozio di primavera, all’inizio del nuovo anno Bahá’í. Sappiamo che digiunare e pregare in questo periodo ha un significato assai importante e che ogni attimo di quel mese è dotato di una forza straordinaria. Forse potremmo paragonare il periodo di gravidanza al mese di Bahá! Un periodo durante il quale

gli sforzi della coppia possono essere più fruttuosi nella via del perfezionamento spirituale. Spinti dal desiderio di obbedire alle ingiunzioni di Bahá’u’lláh, animati dall’amore che germoglia nel loro cuore per la creatura che Dio ha voluto affidare alle loro mani inesperte, i genitori troveranno in questo breve periodo di non più di nove mesi la forza di rinnovarsi spiritualmente, di superare antichi ostacoli: per un amore di Dio espresso come amore verso la sua nuova creatura.

Possiamo spiegare ancora meglio questo concetto in un altro modo. Negli Scritti Bahá’í si afferma che l’individuo ha alcuni caratteri che sono innati e altri che sono acquisiti. I caratteri innati sono ereditari e vengono trasmessi dai genitori ai figli (la scienza dice attraverso i cromosomi); ‘Abdu’l-Bahá ci spiega che esistono alcune famiglie particolarmente benedette e cita per esempio la progenie di Abramo, tra cui figurano alcuni Messaggeri di Dio come Gesù, Mu?ammad, il Báb e Bahá’u’lláh, e altri personaggi di grande rilievo nella storia

religiosa del mondo, come Davide e Salomone.

È indubbio che quella famiglia è particolarmente benedetta; ma vi sono famiglie che hanno invece caratteri meno favorevoli e che trasmettono alla progenie alcune debolezze. Tuttavia ‘Abdu’l-Bahá ci spiega che l’influenza dell’educazione è assai grande e che mediante l’educazione i difetti ereditati possono anche essere corretti (vedi le «Lezioni di San Giovanni d’Acri»).

Se riflettiamo meglio sul significato di educazione ci rendiamo conto che l’educazione si può dare si con le parole, ma si impartisce soprattutto mediante le azioni ed il comportamento.

È inutile fare belle prediche ai figli e poi agire diversamente: le parole non avranno effetti mentre il comportamento sarà loro d’esempio e da loro imitato. In effetti è chiaro che il miglior modo di educare è quello dell’esempio e che i genitori trasmettono ai figli molto di più mediante i loro modi di essere che mediante le parole.

Se i genitori hanno una grande maturità spirituale, è più facile che i figli da essi traggano esempio e quindi acquisiscano loro stessi una maggiore perfezione interiore. Ma se i genitori sono manchevoli, imperfetti oltremodo, se mancano di spiritualità, ciò sarà per i figli un grande svantaggio. L’ambiente familiare non sarà quindi un nido caldo e comodo dove i piccoli potranno crescere spiritualmente e psicologicamente sani, sarà invece un fattore di inquinamento psicologico e spirituale; i figli potrebbero essere notevolmente handicappati da questa « educazione » che potremmo definire inquinante.

L’influenza di un ambiente malsano spiritualmente e psicologicamente è altrettanto deleterio quanto l’influenza di una cattiva alimentazione, di un inquinamento batterico o tossico dell’ambiente esterno, anche se gli effetti sono meno eclatanti in senso materiale.

La psicologia moderna incomincia a comprendere tutto questo e qualche studioso si è avventurato a tracciare delle mappe relative alla ereditarietà di particolari nevrosi cercando di trovare quante probabilità ha di sviluppare una certa nevrosi un individuo che cresca a contatto con genitori rispondenti a certe caratteristiche psicologiche.

Queste considerazioni non devono però essere motivo di scoraggiamento, dato che spesso noi ci sentiamo pieni di mancanze spirituali e psicologiche. Noi sappiamo che la Parola di Bahá'u'lláh è l’elisir capace di trasformare in oro il rame del cuore umano: l’importante è essere consapevoli della propria debolezza e della Possanza di Dio e infine della possibilità che Dio trasformi il nostro cuore se noi Gliene diamo il modo.

Cercando di spiritualizzarci, diverremo migliori come genitori; i nostri figli cresceranno in un ambiente più sano in senso spirituale e pian piano, sorgerà tra i Bahá’í quella nuova razza di uomini che Bahá'u'lláh ci ha promesso, uomini assai più maturi di noi nello spirito e quindi molto più sani nella loro psiche. Questi uomini nuovi, liberi da molte delle nevrosi che oggi affliggono questa parte dell’umanità, avranno tutte le loro energie disponibili da utilizzare per scopi giusti.

I nevrotici sono come persone che quando guidano l’automobile invece di starsene rilassati e di manovrare con minimo dispendio di energie, sono tutti contratti e sprecano inutilmente molta forza per compiere gesti assai facili.

L’uomo che sia evoluto spiritualmente ed equilibrato psicologicamente vivrà sereno e rilassato; non andrà a combattere contro i mulini a vento, ma concentrerà tutte le sue energie verso il conseguimento di giusti scopi.

Possiamo vedere ora in termini concreti che cosa significa educazione spirituale. Jordan nel programma di approfondimento (che in parte è stato tradotto) dice che approfondirsi e spiritualizzarsi significa comprendere che siamo stati creati per conoscere e amare Dio.

Quindi quando potrà dirsi che un bambino avrà ricevuto veramente un’educazione spirituale?

Quando egli ha conosciuto Dio, cioè ha riconosciuto Bahá’u’lláh; poi, quando ha riconosciuto il proprio amore per Bahá’u’lláh e sentito il desiderio di servirLo. Questo bambino cercherà dunque di realizzare nella propria vita momento per momento gli ideali della vita Bahá’í e metterà quindi tutte le sue energie al servizio di questo grande scopo che è lo scopo principale della nostra vita. Ecco in cosa consiste un’educazione spirituale. Ma occorre anche trasmettere a quel bambino le qualità necessario per vivere la vita Bahá’í. Per esempio vi sono persone che hanno amore per Dio, hanno riconosciuto Bahá’u’lláh, amano Bahá’u’lláh, hanno un loro amore personale che li tiene vincolati a Lui ma che poi non sono capaci di vivere bene la vita Bahá’í, perché mancano loro qualità necessarie per conseguire l’eccellenza, perché non

sono state educate bene. Queste persone non hanno molte capacità per servire, di conseguenza sono come handiccappate, come se non avessero una gamba e non potessero camminare, come se non avessero un braccio e non potessero quindi scrivere, come se non avessero gli occhi e non potessero vedere.

Questo ci fa capire l’importanza del ruolo dei genitori per il

futuro dei figli. Ecco perché è necessario procreare in modo consapevole. Anche noi Bahá’í possiamo parlare di procreazione consapevole, come va tanto di moda oggi, solo che noi ne parliamo su un piano spirituale. Anche noi vogliamo che i nostri bambini siano veramente desiderati: dal primo attimo la gravidanza diventa una consapevolezza. Non sia mai che nel nostro cuore ci sia la minima traccia di rammarico per una notizia così bella così grande e certamente se noi abbiamo maturato in pieno la nostra spiritualità, questo non ci succederà mai.

Perciò è estremamente importante, che i coniugi siano attenti a questa loro consapevolezza, a questo loro uso della sessualità, per arrivare a procreare nella gioia.

Questo sentimento di gioia è paragonabile all’ossigeno che c’è nel sangue della mamma e che attraverso la placenta arriva al bambino e lo fa respirare e vivere. Questo sentimento di gioia e di felice attesa dev’essere una delle prime azioni di preparazione alla gravidanza; è addirittura una preparazione anteriore alla gravidanza stessa. Può darsi anche che arrivi una gravidanza inattesa: in quel caso è necessario compiere uno sforzo per vedere le cose in un modo diverso da come il mondo esterno vede. Forse fra 50-60 anni parlare di queste cose

non ci sarà nemmeno bisogno, ma noi viviamo in una società che ci condiziona e spesso non ne siamo immuni soprattutto in un momento storico come questo, quando si è tanto parlato di questo argomento. Ecco dunque che dobbiamo sapere quale è l’atteggiamento Bahá’í nei confronti della procreazione, il nostro atteggiamento nei confronti della nascita di un bambino.

Il mondo esterno oggi è arrivato al punto di prendere una gravidanza quasi fosse una malattia quasi fosse una maledizione: ci sono delle persone che arrivano in ambulatorio disperate: «Cosa è successo? Aspetto un bambino!». Per queste persone aspettare un figlio è un dramma, come potrebbe essere un dramma quello del bambino che aveva un cavallino e se l’è visto spezzato. Per lui è un dramma, per l’adulto non è niente, è solo un cavallino spezzato. Questo modo di vedere nel figlio un ostacolo alla propria vita riflette una certa immaturità spirituale ed egoismo. Noi Bahá’í dobbiamo capire cosa significa essere genitori, leggendo le nostre Sacre Scritture.

Bahá’u’lláh ci ha detto molto chiaramente che, se non fosse per le creature umane, chi innalzerebbe le lodi di Dio sulla terra? Poi ancora ci ha detto sul matrimonio: «Sposate, o uomini, che da voi appaia colui che Mi ricorderà tra i miei servi».

È chiaro dunque che Bahá’u’lláh ci ha esortati ad aver figli. Noi ci guardiamo intorno e diciamo: «Ma come facciamo a educare i nostri figli, non abbiamo i soldi» oppure «Come fanno questi bambini a crescere in questo mondo pieno di brutte cose?».

Bahá’u’lláh dice che i profeti dell’antichità e tutti i santi del-

l’eternità chiedono di poter venire un solo giorno in questo mondo in questa era, per servire Bahá’u’lláh. Pensate, cosa è più importante: la paura di avere figli perché non abbiamo soldi, perché verrà la distruzione del mondo, oppure la gioia di dare a un’anima il privilegio di vivere su questa terra in questo giorno e di lavorare e se necessario anche soffrire e gioire per Bahá’u’lláh?

Vedete, amici, quanto abbiamo da fare per trasformarci in veri Bahá’í e sottrarci all’influenza della mentalità che ci sta intorno.

Allora dal primo istante che sapremo di una gravidanza, saremo felici, ma non perché avremo un figlio nostro, cosa nostra, a cui trasmetteremo le nostre qualità, dare i nostri beni, se li abbiamo. No! Saremo felici perché Iddio si è servito di noi come strumento per dare a uno spirito la gioia di venire su questa terra a servirLo. Non sono un’altra cosa la paternità e la maternità viste in questo modo?

D. «A livello culturale si potrebbe essere d’accordo su tutto il discorso ma penso che ci voglia anche la moderazione, la legge della consapevolezza. Io per esempio non voglio più figli. A me questo atteggiamento sembra un atteggiamento di una persona consapevole, per lo meno consapevole dei suoi limiti».

R. Certamente non v’è una negazione di questo concetto; non si sta dicendo: facciamo 25 figli. Ciascuno di noi deve trovare un proprio equilibrio personale, tuttavia nell’eventualità che Dio volesse mandarci un figlio inaspettato non dimentichiamo quello che ci ha insegnato Bahá’u’lláh.

Per quanto riguarda questa ipotetica carenza di beni di consumo che ci sono nel mondo, la nostra Fede è la Fede della speranza, è la Fede della luce, è la Fede della gioia. Questa è una delle cose che dovremmo dimostrare maggiormente quando insegnarne la Fede; e che dovremmo maggiormente capire per essere noi stessi nella serenità e nella gioia. In futuro i beni di consumo, le sorgenti di energia, le scorte di alimentazione saranno maggiori perché le scoperte saranno maggiori; non c’è davanti ai nostri occhi un avvenire tenebroso; è vero, gli orizzonti intorno sono scuri; sappiamo tutti che dovremmo attraversare un periodo di prove, di difficoltà: ma poi torna il sereno.

Ricordiamo la gioia quando nasce un bambino, senza per questo esortarci ad averne 30 o 25 o 12 o 10; ciascuno dirà il numero che preferisce. La gioia della paternità e della maternità, sarà vista, non nella maniera tradizionale, che è un po’ egoistica, ma nella maniera Bahá’í. Perché c’è un altro punto estremamente importante che durante la gravidanza è bene ricordare. Il processo della vita, questa trasformazione meravigliosa, ha inizio nel momento del concepimento.

Ma non sappiamo quando questa avrà fine. Il periodo della vita fisica quanto durerà? 70 anni: che cosa saranno questi 70 anni in confronto a questa grande eternità che abbiamo davanti? E in questi 70 anni per quanto tempo noi siamo genitori e loro sono figli nel vero senso della parola? Pochissimo, 15 o 20 anni, per un brevissimo tratto della nostra esistenza queste creature che Dio ci ha dato, non come nostro bene, ma come pegno prezioso sono nelle nostre mani e sono inferiori a noi, perché hanno bisogno di noi, perché non sanno, sono ancora incoscienti, non sanno ancora servirsi ne del loro corpo ne della loro psiche. Noi dobbiamo per questo breve periodo insegnare loro come

usare la mente, come usare la psiche, come usare il corpo. È un periodo molto bello. Dopo, saremo uguali, saranno adulti, ragioneranno forse meglio di noi. Il rapporto figli-genitori durerà certo per tutta l’esistenza fisica, al punto che Bahá'u'lláh condiziona il matrimonio al consenso dei genitori anche se il nubendo ha 60 anni. Egli ci dice con molta chiarezza che noi dobbiamo rispettare profondamente i genitori, sempre.

Ma vediamo dal punto di vista dei genitori: se, quando siamo genitori e nasce questa piccola creatura che piange e strepita, già da allora la vediamo come adulto, come una persona indipendente, autonoma spiritualmente, allora forse, il nostro atteggiamento verso questa creatura sarà diverso; forse questo bambino avrà più possibilità di altri di sapere cosa veramente significa essere amati dal padre e dalla madre,

essere amati nel senso del servizio, nel senso dell’amore di Dio. Questo è un atteggiamento molto bello, molto importante da acquisire.

Quindi abbiamo detto del sentimento della gioia nell’attesa del bambino e del perché dobbiamo essere così felici. Adesso impariamo un altro sentimento, il sentimento del rispetto per questa creatura. Come si esprime questo rispetto?

Il rispetto si deve esprimere sin dall’istante in cui è stata concepita. Non si può vivere come prima: c’è un figlio, è indispensabile che la vita muti. Quando sono diventato padre nel 1965 — e anche i miei amici sono diventati genitori — io ricordo che noi veramente desideravamo che la presenza dei bambini non modificasse la nostra vita, e lo pretendevamo; eppure quale errore!

Poi piano piano ho capito che non poteva essere così e la vita pratica ce lo ha insegnato: il bambino ha i suoi diritti che devono essere rispettati. Il bambino modifica la vita dei genitori già dall’inizio quando è indispensabile non solo il rispetto di certe regole, di igiene, il rispetto di certe regole di carattere medico, anche il rispetto di un ritmo di vita diverso. E quando il bambino nascerà, i suoi diritti vanno rispettati, perché se noi non rispettiamo i suoi diritti fondamentali di riposo, di tranquillità, ecc. noi non lo ameremo; e dobbiamo

metterci in mente una cosa molto importante che in quel momento noi abbiamo nelle nostre mani l’autorità assoluta del comando nei confronti di questa creatura, perché il bimbo fa tutto quello che vogliamo noi.

Dobbiamo essere molto attenti a non abusare di questa nostra libertà, di questa nostra concreta supremazia, e lasciarci guidare dal nostro atteggiamento di rispetto profondo nato in noi dall’istante in cui lo spermatozoo ha incontrato l’ovulo. Noi sappiamo che in quell’istante, in un modo che noi non sappiamo nemmeno, in una sostanza che noi non conosciamo, si sta formando la forma fisica di nostro figlio, così, immediatamente prende forma il suo spirito. Lo spirito non è preesistente come individualità ma è preesistente nella sua sostanza cosi come è preesistente il nostro corpo. Riflettere su questo concetto sembra mistico, ma è molto pratico. Noi viviamo nel corpo, nella natura, prima di essere nati, perché gli atomi che ci compongono vengono dalla natura. Così noi viviamo spiritualmente «là» nell’istante in cui spermatozoo e ovulo si sono incontrati; in quell’istante è nata la nostra realtà spirituale personale. Quindi dobbiamo rispettare i figli sin da allora. Agire contro di loro è come uccidere una persona.

DISCORSO TENUTO ALLA CONFERENZA

INTERNAZIONALE DI MONTREAL IL 5 SETTEMBRE 1982, DALLA SIGNORA AGNÈS GHAZNAVI,

CONSIGLIERE CONTINENTALE

La Casa Universale di Giustizia ci dice che il vero fondamento

della società Bahá’í è l’istituzione della famiglia. Quale privilegio aver ricevuto, all’inizio della seconda fase di questo Piano settennale, preziose spiegazioni riguardo la preponderante importanza della consultazione all’interno della famiglia, su come portare il Messaggio ai membri della famiglia che ancora non hanno abbracciato la Fede ed

anche relativa ai compiti della famiglia circa l’insegnamento all’esterno e il condividere i momenti di preghiera. Alcuni mesi fa abbiamo ricevuto anche un’altra compilazione: quella sulla vita familiare.

Oggi ci troviamo di fronte al seguente dilemma: il nostro matrimonio e la nostra famiglia scompariranno insieme al vecchio ordine mondiale, o abbiamo deciso, oggi e qui, di impegnarci a seguire il modello universale dateci da Bahá’u’lláh?

Questa è una grande sfida: saremo obbligati a volgere parzialmente le spalle al nostro tradizionale modello di vita matrimoniale e familiare, modello vecchio di centinaia e migliaia di anni, intimamente legato alla nostra regione o al nostro continente, sia esso il modello degli Indiani Rossi o dell’Emisfero occidentale, quello occidentale o persiano, o qualunque altro, e dovremo risolutamente e lealmente

aderire alle preziose istruzioni dateci nei nostri Scritti.

Nel vecchio ordine mondiale, generalmente il patriarca — il

pater familias — teneva le redini in modo autoritario, egli manteneva l’ordine con sistemi dittatoriali e spesso arbitrar!, fra tutti i mèmbri della famiglia. Questo ruolo non esiste più nelle famiglie e nella comunità Bahá’í: ascoltiamo la Casa Universale di Giustizia che ci riporta un passo dell’Amato Custode:

«L’atmosfera nella famiglia Bahá’í deve esprimere "la nota

fondamentale della Causa di Dio", che, come ha affermato

l’Amato Custode "non è autorità dittatoriale sibbene umile

cameratismo, non potere arbitrario, ma spirito di franca e

amorevole consultazione"».
C.U.G., Compilazione sulla vita familiare, p. 41.

Noi che facciamo parte di generazioni frustrate e stiamo entrando nell’era dell’oscurità, ci troviamo ancora spesso ad avere a che fare con tiranni. Parlare di tiranni è uno dei miei cavalli di battaglia! Ma riguardo essi possiamo imparare molto dai nostri Scritti.

Chi sono questi tiranni? Quelli che conosciamo dalle saghe greche, i numerosi terroristi o i dittatori di oggigiorno? Naturalmente, ma non ce ne sono altri, magari nelle nostre stesse famiglie? Un patriarca detronizzato, per esempio, o bambini viziati, o madri competenti ma frustrate o depresse? O coniugi che non hanno ancora abbracciato la

Fede?

«Non si può mostrare gentilezza al tiranno, o all’ingannatore

o al ladro, perché ciò, lungi dal distoglierli dalla loro cattiva

condotta, li incoraggia a continuare nella loro perversità. Per

quanta gentilezza usiate col bugiardo, egli non farà che mentire sempre di più, perché penserà di essere riuscito a ingannarvi, mentre voi lo avete compreso fin troppo bene e rimanete in silenzio solo per estrema comprensione ».

Selections from thè Writings of ‘Abdu’l-Bahá, p. 138.

‘Abdu’l-Bahá, a quanto pare, non ci incoraggia a essere « di pasta buona ». Egli non approva la politica della non interferenza camuffata da «gentilezza»: questo non sembra, dopo tutto, un buon metodo da usare coi tiranni. Tentiamo di identificarci con un tiranno: si tratta di un essere umano il cui cuore si sente profondamente ferito. Ciò a sua volta ha fatto sì che lui si costruisse una pesante corazza contro

qualunque segno di gentilezza da parte degli altri: non avverte più le necessità degli altri e tanto meno i loro sentimenti. Se ne sta sulle sue, nel proprio mondo, e così non rispetta le leggi e i regolamenti degli altri, ne il senso comune. Come possiamo aiutarlo?

«... Date al tiranno lo stesso amore che mostrate al fedele e

al sincero».

Selections frani thè Writings of ‘Abdu’l-Bahá, p. 138.

L’amore è quel dono di sé che tiene in considerazione le necessità degli altri, non solo le proprie, ed è prodigo di rimedi necessari alle condizioni altrui. Ma l’amore può essere risoluto, e solo l’amore può fermamente dire «no» — un «no» pieno d’amore — dove la «gentilezza» direbbe «si».

Se seguissimo le istruzioni di ‘Abdu’l-Bahá, potremmo liberare il mondo dai tiranni.

Consideriamo il soggetto dei fanciulli:

«Ogni bambino è in potenza la luce del mondo e nello stesso

tempo la sua tenebra; pertanto la questione dell’educazione

deve essere considerata di primaria importanza».

‘Abdu’l-Bahá, Compilazione sull’educazione, p. 43.

Così comprendiamo perché l’educazione abbia così grande importanza! Riflettiamo ancora sui grandi dittatori del teatro del mondo; quando leggiamo le loro biografie, vediamo che l’educazione da loro ricevuta li aveva già indirizzati verso le loro mete distruttive.

Cos’è l’educazione baha’f?

«Bisogna inculcare nel cuore e nell’anima dei piccoli la pro-

fonda consapevolezza che Bahá’í non è solo un nome, ma una

verità».

‘Abdu’l-Bahá, Compilazione sull’educazione, p. 38.

Nessuna verità (e realtà), naturalmente, se non vi è il vero esempio dei genitori!

«Abituateli a lavorare e ad ingegnarsi e rendeteli avvezzi

alla fatica».

‘Abdu’l-Bahá, Compilazione sull’educazione, p. -12.

Perché dobbiamo educarli alla fatica e prepararli ad affrontare le avversità? Viviamo in un mondo crudele, pieno di regole di sopravvivenza. Non volete dare ai vostri figli un’adeguata preparazione, come ‘Abdu’l-Bahá ci raccomanda, invece di vederli soffrire per lungo tempo in seguito?

Quando studiarne attentamente gli Scritti relativi all’educazione, troviamo ripetutamente conferma di questa stessa verità:

«L’educazione della morale e della buona condotta è molto

più importante dell’erudizione libresca ».

‘Abdu’l-Bahá, Compilazione sull’educazione, p. 58.

«Imparare le scienze e le arti è la massima gloria del genere

umano, ma lo è solo a condizione che il fiume dell’uomo sbocchi nel Mare possente e tragga dall’antica fonte di Dio la Sua ispirazione».

‘Abdu’l-Bahá, Compilazione sull’educazione, p. 23.

Noi Bahá’í sappiamo a che cosa dare priorità. Non dovremmo mai essere tentati di spingere i nostri figli a conseguimenti accademici solo per soddisfare le nostre ambizioni frustrate. La nostra primaria ambizione è la seguente:

«I genitori devono far tutto il possibile per allevare i propri

figli in modo che siano religiosi, perché se non otterranno questo sommo ornamento, i figli non obbediranno ai genitori, la qual cosa, in un certo senso, significa che non obbediranno a

Dio. In verità, quei bambini non mostreranno rispetto verso

nessuno, e faranno esattamente quel che vorranno».

Bahá’u’lláh, Compilazione sull’educazione, p. 15.

Così abbiamo un’altra caratteristica dei tiranni: essi fanno esattamente ciò che vogliono. Ma sono stati i loro genitori ad avviarli a questa tragica carriera, perché hanno voluto dare ai figli le loro stesse priorità invece di incoraggiarli a seguire il sentiero di Dio. È molto chiaro che la conoscenza e l’amore di Dio vengono prima, l’acquisizione delle scienze, delle arti e dei mestieri del mondo, dopo.

Parliamo brevemente del nostro rapporto di genitori coi figli.

Il ruolo che i figli giocano nei confronti dei genitori varia enormemente nelle diverse culture e famiglie. In una bellissima lettera in cui la Casa Universale di Giustizia ci chiarisce il ruolo degli uomini e delle donne e le funzioni all’interno della famiglia in generale, troviamo ciò che segue: i figli obbediscono ai genitori - non viceversa. I genitori educano i figli, non il contrario. Mi sembra che il nostro Supremo Corpo sia ben conscio della tendenza prevalente in occidente ad agire secondo la politica del «lasciar fare», per quanto riguarda l’educazione. La conseguenza logica del «lasciar fare» è, naturalmente, che i bambini prendono in mano la situazione e sono loro a trovarsi alle prese col problema di rieducare i genitori. Questo, inutile dirlo, non è il punto di vista Bahá’í!

Secondo il modello Bahá’í, questo rapporto di obbedienza ai genitori è una caratteristica dei figli minorenni verso i propri genitori. Man mano che i figli crescono, e diventano adolescenti, secondo il modello Bahá’í, a quanto pare, gradualmente e progressivamente imparano il reciproco rispetto, la considerazione per i diritti degli altri, e sviluppano sempre più l’arte della consultazione.

Quanto chiare sono le ingiunzioni di Bahá’u’lláh e di ‘Abdu’l-Bahá!

«Dopo il riconoscimento dell’unicità del Signore, esaltato Egli sia, il più importante fra tutti i doveri è quello di tenere

in debita considerazione i diritti dei propri genitori».

Bahá’u’lláh, Compilazione sulla vita familiare, p. 2.

«... perché si deve avere sempre grande rispetto verso i

genitori ed è essenziale che essi si sentano contenti, purché

non ti precludano di accedere alla Soglia dell’Onnipotente, e

non ti impediscano di seguire la via del Regno».
‘Abdu’l-Bahá, C.F.L., p. 11.

Dio viene prima, i genitori dopo. Perciò il Custode scrisse ad un adulto che desiderava rispettare la volontà dei genitori, che un adulto non ha bisogno dell’approvazione o del consenso dei genitori per andare pioniere. Ed ecco un’altra spiegazione relativa ai diritti dei genitori secondo il modello Bahá’í: essi hanno il privilegio di dare o negare il consenso ai figli riguardo il matrimonio con la persona da loro scelta. Ma una volta dato il loro consenso, essi accettano questa nuova

istituzione che è il matrimonio del loro figlio con un’altra persona: non è necessario il loro consenso per quanto riguarda i dettagli della famiglia, o quando la coppia vuole andarsene, o cambiare professione, o circa la scelta dei nomi per i loro figli, ecc. Il loro figlio, tuttavia, terrà sempre in amorevole considerazione i legittimi diritti dei suoi genitori.

Nei casi in cui sembra si debba fare una scelta fra due alternative: servire la Fede o i propri genitori, tutte le varie lettere dell’amato Custode sottolineano la necessità di studiare i molteplici aspetti della situazione e decidere cosa fare dopo aver attentamente soppesato tutte le implicazioni di questi due importanti campi di servizio. Spesso, tuttavia, è necessario un nuovo equilibrio, dato che il servizio in entrambi i campi è così importante per il progresso umano. La seguente citazione dagli Scritti del Custode è certamente una consolazione per tutti coloro ai quali le circostanze della vita non consentono più di

intrecciare cordiali e stretti rapporti coi genitori e la famiglia d’origine:

«Per quanto profondi possano essere i vincoli familiari, dobbiamo ricordare che i legami spirituali sono assai più pro-

fondi; essi sono eterni e sopravvivono alla morte, mentre i

legami fisici, che non siano sorretti da nodi spirituali, sono

confinati a questa vita. Si volga ai suoi fratelli e sorelle Bahá’í

che vivono con lei nella luce del Regno ».
Shoghi Effendi, C.F.L., p. 27.

Ricordiamoci che il Custode perse gran parte della sua famiglia a causa di tragiche circostanze, quando i violatori del Patto eruppero dopo l’ascensione del Maestro. In effetti, i Bahá’í di tutto il mondo divennero come una famiglia per il Maestro e Shoghi Effendi.

Il nostro prossimo argomento è quello del matrimonio misto, fra Bahá’í e non Bahá’í. Cosa può imparare il coniuge non Bahá’í circa lo spirito della Fede, che è una Causa mondiale in attesa che ogni essere vivente entri nel suo rifugio!

«Le persone di questo genere devono vedere in concreto che

la causa non è arrivata per infrangere i vincoli familiari bensì

per rinsaldarli; che non è venuta ad uccidere l’amore ma a rafforzarlo; che non è stata creata per indebolire le istituzioni

sociali, sibbene per consolidarle».
Shoghi Effendi, C.F.L, p. 19.

Con questo alto ideale in mente, i coniugi dovrebbero deporre le loro armi: questa Fede è molto esaltata al di sopra dei piccoli conflitti e fondamentalmente non costituisce altro che un pretesto per il coniuge non Bahá’í. Nel 95% dei casi, alla radice della discordia vi è una lotta fra i coniugi, e non un’avversione di fondo verso la nostra Fede: generalmente il coniuge non Bahá’í non fa lo sforzo di approfondire le sue conoscenze sulla Fede. Se abbiamo il coraggio di identificare

la causa del disaccordo, e la accettiamo come tale, possiamo anche cominciare a trovare i rimedi. Perciò, diventiamo più sinceri, e ammettiamo i conflitti matrimoniali invece di inventare il pretesto dell’avversione verso la Fede.

Ecco alcuni dei mezzi a disposizione del coniuge Bahá’í:

«In effetti l’amore è il più potente elisir capace di trasformare

le persone più meschine e grette in anime celestiali».

Shoghi Effendi, C.F.L, p. 21.

«In questi casi, perciò, il Maestro consigliava sempre l’obbedienza ai desideri dell’altra parte e la preghiera. Preghi che suo marito possa a poco a poco vedere la luce e nel contempo agisca in tal guisa da avvicinarlo senza ispirargli nuovi pregiudizi. Una volta conseguita l’armonia, allora sarà libera di servire».

Shoghi Effendi, C.F.L., p. 19.

Inoltre, il Custode raccomanda al coniuge Bahá’í di non giudicare il povero partner non Bahá’í con l’Aqdás in mano, o fargli la predica recitandogli l’Amministrazione Bahá’í o abusare delle parole della Manifestazione per correggerlo (queste, naturalmente, sono parole mie!). Non dovremmo supporre che il coniuge non Bahá’í sia totalmente privo della luce divina. Il Custode riassume così tutto ciò: amare, tacere, avere tatto, pazienza, essere concilianti.

Sebbene i matrimoni misti, tra Bahá’í e non Bahá’í, tra mèmbri di diverse culture e razze, siano complicati e spesso siano inevitabili dolorosi confronti, questi matrimoni sono come il lievito per il mondo d’oggi - se riescono a sopravvivere!

Il divorzio è il successivo tema del quale vogliamo parlare: sappiamo che «Dio ama l’unità e la concordia, e detesta la separazione e il divorzio». La seguente citazione da una lettera del Custode sembra particolarmente adatta alla nostra situazione occidentale:

«Spesso pensiamo che la nostra felicità si trovi in una certa

direzione; ma se per seguirla dobbiamo pagare un prezzo troppo alto talvolta scopriamo alla fine che non abbiamo acquistato ne libertà ne felicità, ma solo una nuova situazione di frustrazione e delusione».

Shoghi Effendi. Compilazione sul divorzio (lettera del 5 aprile 1951) p. 16.

Il matrimonio non è uno stadio compiuto, un fatto immutabile, ma una situazione in evoluzione e dalla quale c’è da imparare ogni giorno. Per essere in grado, tuttavia, di cominciare a vivere nella realtà, che è la realtà di Dio, dobbiamo mettere risolutamente da parte tutte le romantiche chimere e i modelli tradizionali, che, per inciso, sono così rigidi da non permettere alla vita di scorrere: noi Bahá’í

siamo in prima linea, e dobbiamo lottare contro tutte le inclinazioni e le tendenze a ricadere indietro, tramite uno sforzo continuo, la preghiera, la lettura degli Scritti e la meditazione e lo studio di essi, tenendoci fermamente alle leggi di Bahá’u’lláh: allora non cadremo nella tentazione di cercare una scappatoia tramite il divorzio.

La seguente è una delle principali cause di divorzio in occidente:

« II fatto che noi ci riteniamo nel giusto e consideriamo tutti

gli altri in errore, è il maggior ostacolo lungo il sentiero verso

l’unità, e l’unità è necessaria se vogliamo raggiungere la

verità, perché la verità è una».
‘Abdu’l-Bahá

Siamo consapevoli che nessun individuo può pretendere di essere giusto da quando Bahá’u’lláh è venuto? Gli individui sono cercatori della verità, ma solo le istituzioni elette sono giuste, quando ci si pone la questione di che cosa sia giusto in un determinato contesto e in un determinato momento. Ma, ne il nostro coniuge, ne noi stessi possiamo pretendere di essere giusti! Viviamo nell’era dell’unità. E l’unità ci conduce alla verità, anche in tutti gli aspetti della vita in comune.

Conflitto e infelicità all’interno di una coppia avviluppano spesso un’intera comunità e influenzano anche le sue istituzioni - così una comunità ha l’enorme responsabilità di limitare questa tendenza resistendo alla naturale inclinazione di prendere parte, ed evitando rigorosamente la maldicenza:

«Se una persona parla male di qualcuno in sua assenza,

l’unico risultato sarà chiaramente questo: soffocherà lo zelo

degli amici e li renderà indifferenti. Infatti la maldicenza porta

alla divisione, essa è la causa principale che porta gli amici

a ritirarsi dalla Fede».

‘Abdu’l-Bahá, Selections from thè Writings, pp. 230, 231.

L’unico rimedio per una coppia sul sentiero di guerra è il seguente:

«Se avete bisogno di consigli e consultazione, egli vi suggerisce di rivolgervi alla vostra Assemblea Locale; gli amici

Bahá’í faranno sicuramente tutto il possibile per consigliarvi

e aiutarvi, proteggendo gli interessi vostri e della Causa».

Shoghi Effendi, Compilazione sul divorzio (lettera del 16 novembre 1945) p. 13.

Desidero ora leggervi alcune belle citazioni dagli Scritti di ‘Abdu’l-Bahá sulla grandezza di una famiglia unita:

«Secondo gli insegnamenti di Bahá'u'lláh, la famiglia essendo un’unità umana, deve essere educata secondo le regole del-

la santità. Alla famiglia bisogna insegnare ogni virtù. I diritti

del figlio, del padre, della madre, non si deve violare nessun

diritto; nessun diritto deve essere arbitrario. Come il figlio ha

certi obblighi verso il padre, così il padre ha certi obblighi

verso il figlio... Tutti questi diritti e prerogative devono essere conservati, ma si deve sostenere l’unità della famiglia».

‘Abdu’l-Bahá, C.F.L.. p. 15.

«Notate com’è agevole la conduzione degli affari in una famiglia dove esista l’unità, quale progresso fanno i suoi componenti, come prosperano nel mondo».

‘Abdu’l-Bahá, C.F.L., p. 9.

Dobbiamo ancora parlare di equilibrio, un soggetto che Shoghi Effendi sottolinea. In Africa, una donna a cui fu chiesto se riuscisse a insegnare e anche a svolgere i suoi lavori domestici ed educare i figli, rispose così: quando vado al pozzo a prendere l’acqua, col secchio sulla testa, cammino lungo il sentiero con mio figlio per mano. Quando incontro la mia vicina ed ella mi chiede come faccio, le parlo della mia vita, del mio recente incontro con i Bahá'í.. e naturalmente le insegno la Fede. Questa è una bella immagine di equilibrio nella vita. A questo riguardo abbiamo molto da imparare dai nostri amici africani! Essi non hanno diviso la vita in compartimenti, nel principio educativo basato sull’alternativa «o... o...», nelle faccende domestiche e nell’insegnamento.

Shoghi Effendi sottolinea la necessità di trovare un equilibrio tra il nostro matrimonio e il servizio alla Fede, tra il servizio ai nostri genitori e alla Causa, ma anche fra le necessità fisiche e spirituali:

«Puoi maritarti e nello stesso tempo servire la Causa di Dio; l’una cosa non esclude l’altra».

‘Abdu’l-Bahá, C.F.L., p. 6.

«Sta a lei trovare l’equilibrio e fare in modo che l’una non

le faccia trascurare l’altra. Avremmo molti più mariti nella

Causa se le mogli fossero più accorte e moderate nelle loro

attività Bahá’í».
Shoghi Effendi, C.F.L., p. 20.

«L’istituzione del matrimonio, creata da Bahá’u’lláh, attribuisce la debita importanza all’aspetto fisico dell’unione coniugale, che però considera in subordine rispetto agli scopi e alle funzioni morali e spirituali di cui l’Onnisciente e Amorosa

Provvidenza l’ha investita».
Shoghi Effendi, Compilazione su! divorzio, p. 12.

Leggendo quest’ultima citazione, potrete avere il desiderio di gridare le stesse cose di uno dei nostri amici italiani che doveva aspettare cinque anni per ottenere il divorzio legale, e che trovava la legge di Bahá’u’lláh sulla castità al di fuori del matrimonio assolutamente scomoda: se Bahá’u’lláh avesse conosciuto la nostra situazione in Italia, avrebbe certamente fatto un’eccezione per i Bahá’í in Italia! Allo stesso modo potreste dire: le necessità del nostro corpo sono così pressanti e i nostri desideri così naturali, quando il nostro coniuge non

ci interessa più, che dobbiamo proprio seguire queste inclinazioni... Perfino i sessuologi dicono che non è possibile una vita sessuale matura se non si ha una relazione duratura. Questa durevole relazione non significa, in realtà, avere una relazione spirituale?

Ecco una bellissima definizione del matrimonio Bahá’í:

«Che l’uno possa sempre migliorare la vita spirituale dell’altro, che siano eternamente uniti in tutti i mondi di Dio. Ecco

cos’è un matrimonio Bahá’í».
‘Abdu’l-Bahá, C.F.L., p. 7.

Spesso le circostanze della vita sono difficili. Essendo noi immaturi e spiritualmente ciechi, abbiamo la tendenza a cadere nella rassegnazione e nella disperazione di fronte alle difficoltà inerenti le nostre relazioni intime e la vita familiare. Quando l’esperienza umana raggiunge il limite e i nostri sentimenti feriti gridano, è bene volgersi ai divini rimedi prescritti da Bahá’u’lláh:

«Non diverrete mai arrabbiati o impazienti se li amerete per

amor di Dio».
‘Abdu’l-Bahá, Divine Art of living, p. 115.

«Se qualunque discordia sorge fra voi, vedete Me davanti ai

vostri occhi e non considerate i difetti l’un dell’altro per amo-

re del Mio nome...».
Bahá'u'lláh, Spigolature, CXLVI.

«...ma se perdoniamo il peccatore, tramutiamo la sua azione

in una prova tramite la quale la nostra anima può evolversi.

Così avremo, per così dire, assorbito l’effetto della cattiva azione e l’avremo rivolto a buoni fini».

Casa Universale di Giustizia, Da una lettera ad un credente.

Terminiamo con una citazione dagli Scritti di ‘Abdu’l-Bahá:

«La mia casa è la casa della pace. La mia casa è la casa della

gioia e del diletto. La mia casa è la casa dell’ilarità e dell’esaltazione. Chiunque ne varchi i portali, ne esce col cuor contento. Questa è la casa della luce; chiunque vi entri deve

diventare illuminato.
‘Abdu’l-Bahá. C.F.L.. p. 17.
MAY BALLERIO: INTRODUZIONE AL LIBRO

DELLA MANO DELLA CAUSA DI DIO DOTT. FURUTAN « MOTHERS, FATHERS AND CHILDREN »

Pubblicato 20 anni fa nella versione persiana, non come libro Bahá’í ma come testo di uno psicologo per l’infanzia, è stato tradotto ora in inglese, dopo avere scartato alcuni argomenti non adatti all’occidente ed inserito citazioni tratte dagli Scritti Bahá’í all’inizio di ogni capitolo.

Inizialmente il libro non era diviso in 10 capitoli, (gli amici iraniani lo sanno) ma in diverse sezioni indipendenti, molto brevi, e alla fine vi era un’appendice di 16 conferenze, tenute alla radio, che in gran parte ripetevano quanto già presentato.

Io ebbi il compito di fondere il tutto, renderlo più logico dal punto di vista occidentale e di organizzarlo in modo che il lettore potesse facilmente consultarlo.

Iniziando questo lavoro mi sono resa conto che i vari problemi sono visti in modo diverso in oriente, in occidente e nell’Europa stessa. In Inghilterra, per esempio, le madri hanno la possibilità di rimanere a casa dal lavoro finché il bambino è piccolo; in Canada non vi sono praticamente bambini al di sotto dei 4 anni negli asili; in Italia sappiamo tutti quante difficoltà si incontrano a questo proposito.

Shoghi Effendi consiglia: «...sarebbe preferibile che questi (i figli) ricevessero la loro prima educazione in casa, dalla madre, piuttosto che essere mandati a balia. Ma se le circostanze obbligano una madre Bahá’í a scegliere quest’ultima strada, non vi sono obiezioni».

Il Dott. Furutan mi incaricò anche di cercare le citazioni, che poi egli approvò. Questo lavoro è stato bellissimo perché mi ha dato la possibilità di constatare che tutto quanto aveva presentato, era visto alla luce degli Scritti e che molti altri psicologi non Bahá’í erano giunti a quelle stesse conclusioni.

Tutti possono leggere questo libro e trame beneficio.

La sua particolare caratteristica è il sapore spirituale, la consapevolezza spirituale, che non è data solo dallo psicologo, bensì della Mano della Causa di Dio.

Nella sua sostanza è un libro molto pratico, che incoraggia padri e madri a prendere una posizione morale nei confronti dei figli; e a differenza di quanto suggerito dal mondo esterno, considera il ruolo di genitori un’attività onorevole.

In uno dei capitoli il Dott. Furùtan si rivolge direttamente ai

genitori e con ironico umorismo li considera tutti interessati all’educazione dei loro figli, desiderosi che essi crescano liberi da tutti i condizionamenti, allegri, con buone maniere, civili, sinceri, non dediti alla maldicenza, onesti, che meritino la fiducia degli altri, che non dicano le parolacce, rispettosi, che seguano cioè tutti quei principi che portano al progresso della razza umana e alla loro felicità. Ma fa notare che queste cose avverranno solo se i genitori stessi avranno le perfezioni che pretendono dai figli. Non si può chiedere ai nostri bambini di non mentire se noi lo facciamo; di mantenere le promesse se noi non le manteniamo. Per un bimbo ogni piccola azione è una grande azione. I genitori sono come degli specchi dai quali i figli riflettono gli atteggiamenti spirituali.

È importante che nella famiglia vi siano ordine e disciplina, ma non impostati dall’alto, bensì come espressione di una realtà inferiore. Per realizzare questo è necessario che i genitori vadano d’accordo, altrimenti i bambini, che sono più intelligenti, sapranno come sfruttare la mancanza di consultazione.

Il bambino non vuole imposizioni ma regole, e le regole devono essere uguali per tutti. Non si può chiedergli di mettere a posto il suo cappotto se il padre quando arriva a casa lo appoggia sulla prima sedia che capita.

L’amore e l’affetto fra i genitori è la cosa più importante per il bambino, poiché acquisisce così la capacità di amare. Se sarà positivo l’affetto fra i genitori, sarà positivo anche il suo modo di amare.

I genitori sono il primo modello d’amore per il figlio e quando il loro rapporto è sereno e felice, anche il figlio è sereno e felice.

I genitori devono essere consapevoli che i loro bambini osservano ogni loro gesto e azione, ascoltano e imparano.

Un altro capitolo riguarda il rispetto. Ci sono poi due capitoli di risposte a problemi pratici: quali sono le domande che in genere i bambini si pongono, come superare la tendenza di certi bambini a dire bugie, o la tendenza se c’è, alla maldicenza, all’egoismo, ai segreti, e poi naturalmente a tutte le cose che generalmente vengono chiamate «cattiveria» o «birichinate», con diverse considerazioni pratiche.

C’è anche un capitolo sulla libertà. In esso ci si pone il problema se sia giusto lasciare i bambini assolutamente liberi di giocare con chi vogliono, oppure orientare la loro scelta verso un certo tipo di compagni, vegliare su di loro, sapere dove vanno, che tipi di libri leggono, che tipi di programmi televisivi vedono, quanto guardano la televisione e vanno al cinema, e quanto tutto questo influisce sul loro spirito.

Un capitolo, che secondo me è il più importante del libro, parla di come promuovere il loro sviluppo e si basa moltissimo sulla Fede, sulla responsabilità della madre e sul contributo che può dare il padre.

In un ulteriore capitolo viene trattata l’educazione religiosa. Si parla del timor di Dio, della maldicenza, dell’ipocrisia — tutte cose che devono essere cancellate dalla famiglia — e di come insegnare il rispetto per i genitori, perché questa è una delle responsabilità che i figli hanno verso di noi.

In un altro capitolo si parla infine dell’educazione morale: la disciplina, l’ordine, l’obbedienza, e l’importanza che anche i bambini partecipino al quotidiano lavoro di casa.

Durante il mio lavoro su questo libro, sono arrivata alla conclusione che quando parliamo di educazione, obbedienza, disciplina, rispetto, amore, giustizia e della responsabilità dei genitori, non si tratta di cose a se stanti ma di cose articolate fra loro.

Il Dott. Furùtan commenta che l’osservanza delle leggi divine, in accordo con le leggi dei governi, fonderà il benessere materiale e spirituale di una nazione. Ogni paese fiorirà. Se i cittadini si sottometteranno alle leggi e avranno sviluppato una responsabilità sociale, vivranno nella tranquillità. Noi sappiamo che con l’avvento di Bahá’u’lláh ogni «atomo» è stato separato e riunito in un nuovo modo, quindi anche dove esiste una situazione negativa, tutto può essere

cambiato. (Cfr. Preghiere e Meditazioni, CLXXVIII, paragrafo 3, pag. 278).

Un mezzo per realizzare ciò è l’educazione dei bambini nella famiglia. Il Dott. Furùtan in questo testo vede la possibilità di raggiungere, attraverso l’educazione, la situazione opposta all’odierna società, ma dobbiamo comprendere che l’obbedienza non deve essere qualcosa di imposto ai nostri figli, ma deve derivare da una loro motivazione inferiore. L’atteggiamento giusto nell’obbedienza è, secondo me, una conseguenza del rispetto verso ogni membro della famiglia.

Ma cos’è e come si dimostra il rispetto per i bambini?

C’è un rapporto di uguaglianza tra le nostre anime e quelle dei nostri bambini. Bahá’u’lláh dice nelle «Parole Celate»:

«Non sapete voi perché vi creammo tutti dalla stessa polvere?

Affinché nessuno dovesse esaltare se stesso sugli altri...».

Però, in questo mondo noi ci troviamo ad essere i loro educatori, perché abbiamo intrapreso prima la strada della vita, e quindi siamo noi responsabili del fatto che loro possano cominciare la stessa strada in modo giusto.

Noi ci troviamo ad un livello superiore per quanto riguarda la formazione del carattere, dell’intelletto, dell’emozione, delle formazioni psichiche ecc. Anche se questa superiorità è una cosa temporanea.

Quindi tocca a noi educare i nostri figli, ma con un atteggiamento spirituale di uguaglianza, non di superiorità. E dobbiamo renderci conto che i bambini vedono il mondo con occhi diversi dai nostri.

Il Signor Furùtan fa tre considerazioni per farci comprendere le caratteristiche dei bambini.

La maggior parte di noi sa che i cuori dei bambini sono molto delicati, essi hanno una grande sensibilità emotiva e una grande capacità di percezione. La sensibilità dei bambini è come acqua pura, ma alla minima agitazione viene a galla il fango; la loro percezione è come un microscopio molto potente che li rende molto acuti nell’osservare.

Il risultato è che in qualunque modo noi li trattiamo, la loro sensibilità reagisce a ciò che hanno percepito. Quindi se li trattiamo senza rispetto ne avranno un’impressione macroscopica e la loro reazione sarà profonda. Purtroppo alcuni genitori invece di trattare i loro figli con gentilezza ed affetto, agiscono in modo duro e con rabbia; e questo

atteggiamento affligge famiglie di ogni strato della società. Vi è poca considerazione per la loro «divinità» e si scambia la loro debolezza fisica per debolezza di sentimento e di comprensione.

Bisogna in ogni modo evitare di trattarli duramente, non dobbiamo mai opprimerli, ma educarli con pazienza.

Si possono fare diversi esempi: un bimbo sta imparando a parlare fa tante domande e non vuole separarsi dalla madre che segue dovunque; lei non ha molta pazienza e dopo un po’ si innervosisce perché il figlio non le consente di accudire alla casa e alla fine lo punisce perché è troppo «curioso». Oppure: diversi adulti sono insieme e parlano fra loro; un bambino è lì presente, non comprende tutto, naturalmente, si pretende da lui che stia in silenzio. Proprio perché non capisce, spesso interrompe, chiede qualcosa e gli adulti, i quali lo considerano fin dall’inizio (e questo è l’errore) fuori luogo. Non gli consentono nessun diritto, gli dicono di andare a giocare nell’altra stanza, lo prendono in giro.

Il bambino viene visto spesso come un «soprammobile» o un «buffone» e si ride di lui anche in sua presenza.

Non è necessario umiliare i bimbi verbalmente o dir loro frasi tipo: «Ti butto via». Quasi tutte le mamme ancor prima di arrivare in un luogo, per paura di fare brutta figura, dicono al loro bambino: «Mi raccomando, stai buono, non fare questo o quello»... o in altre occasioni gli dicono: «Quanti sacrifici ho fatto per tè»... «È tutta colpa tua»... «Se dici ancora queste cose ti taglio la lingua»... «Stai attento che chiamo il lupo»... «Adesso viene la polizia»... «Che Dio ti punisca per quello che hai fatto»... «Ora ti sculaccio da farti un sederino rosso rosso»...

Sono frasi che si sentono, ma sono, secondo il Signor Furùtan, frasi dannose. Sarà invece più opportuno cercare l’amicizia con i nostri bambini, sin dalla loro prima infanzia, in modo da ottenere la loro complicità e la loro fiducia, eliminando il più possibile i contrasti e cercando di incoraggiarli.

EDUCAZIONE E COMUNITÀ

Ognuno di noi, quale membro della Comunità Bahá’í ha il privilegio di creare, prima nella famiglia e poi nella propria Comunità, l’unico ambiente a disposizione dei bambini, in cui sono oggi messi in pratica i principi di cui abbiamo parlato.

Sappiamo che nel Piano di sette anni la Casa di Giustizia ha puntato molto sull’educazione dei bambini, per questo vorrei condividere con voi due aspetti che ho potuto cogliere recentemente ad Haifa.

Il primo è che si è giunti alla consapevolezza che il mondo esterno è in progressiva decadenza, e che l’educazione dei nostri bambini rappresenta il futuro.

Dimentichiamo quindi la società, dimentichiamo anche la scuola, dimentichiamo tutto quello che ci circonda: quale altro ambiente educativo rimane? La famiglia e la Comunità.

Cosa facciamo nelle nostre famiglie?

La Comunità Bahá’í italiana ha molto da dare ai bambini, con il suo calore spirituale. Creiamo una Comunità che influenzi davvero positivamente i nostri bambini quando li portiamo alle nostre riunioni locali, alla scuola estiva, o invernale, alla Convenzione e in tutte le occasioni nelle quali abbiamo la fortuna di riunirci.

La seconda cosa che vi voglio dire è che ho visto una rappresentazione dei lavori della classe che viene tenuta ad Haifa per i bambini del personale del Centro Mondiale. Tutte le Mani della Causa residenti li con le loro mogli, tutti i Mèmbri della Casa Universale di Giustizia con le loro mogli, tutti i mèmbri del Centro Mondiale di Insegnamento con le loro mogli e tutti gli altri, stavano zitti zitti, puntuali, ad ascoltare un bambino di otto anni che leggeva il suo tema: «Che cos’è l’amministrazione Bahá’í».

Questo è, secondo me, l’esempio che dovremmo seguire e che potremmo raggiungere, questo stadio di rispetto per il bambino, di rispetto della Comunità per tutti.

Penso che possiamo cogliere alcuni spunti su come comportarci nella nostra vita di Comunità per continuare il processo di educazione iniziato nella famiglia.

Questo è un aiuto che la Comunità può dare alle famiglie Bahá’í che hanno bambini, nel senso che l’educazione dei bambini diventa uno sforzo di tutti. Naturalmente non voglio dire che l’educazione dei bambini debba essere sulle spalle della Comunità: sappiamo come genitori che la responsabilità è nostra, ma i bambini devono aver fiducia che nelle riunioni troveranno rispetto, giustizia, ecc.

Un altro aspetto che vorrei toccare è la responsabilità della madre.

Vorrei citarvi due passi che, secondo me, contengono la risposta a tutti gli argomenti di oggi. Rischiamo di cadere in molta confusione, quando parliamo dei diritti e della liberazione della donna.

Siamo sempre portate a vedere la carriera e la professione come cose importanti. E in realtà lo sono: ‘Abdu’l-Bahá dice che quando le donne entreranno nei campi dell’amministrazione e della legge, esse porranno fine alle guerre, per il motivo che una donna, dopo aver educato un figlio per vent’anni non è disposta a vederlo andare in

guerra e morire. (Compilazione, Vita familiare, della C.U.G.).

Le donne dunque, dopo aver educato i figli, entreranno in queste attività: quindi è fuori discussione l’uguaglianza dei diritti dell’uomo e della donna.

Il compito che la madre ha verso i figli, non ha niente a che fare con l’uguaglianza, con il femminismo o con il mammismo. Abbiamo visto che il compito dell’educazione è quello di rendere il bambino indipendente da noi.

Dobbiamo buttare via tutti i vecchi concetti. Dopo aver fatto questo, ecco le citazioni:

«O ancelle del Misericordioso! Avete l’obbligo di educare i

bambini sin dalla prima infanzia! Avete l’obbligo di abbellire

la loro morale! Avete l’obbligo di occuparvi di loro in ogni

aspetto e circostanza, in quanto Dio — glorificato ed esaltato

Egli sia — ha ordinato che la madre sia la prima educatrice

dei bambini e degli infanti. Questa è una cosa grande e im-

portante e una posizione eminente ed elevata e non è permessa

alcuna trascuratezza!».
Educazione Bahá’í, p. 66.

Io per prima sono consapevole della difficoltà di poter attuare questo nel nostro paese perché per motivi economici le madri hanno bisogno di lavorare. Ho sofferto anch’io di una certa amarezza di fronte a queste situazioni.

Ma, non è questa la risposta al femminismo? È un privilegio

essere le educatrici dei nostri bambini!

È troppo facile essere scoraggiate. La cosa più importante è la consapevolezza. Io ho detto prima che ero caduta in amarezza e questo è sbagliato perché la mia amarezza si è trasferita sui bambini, creando un problema in più sulle loro spalle.

Questo non è un problema che riguarda solo la madre, ma è un problema del marito prima e della Comunità poi.

Se noi siamo costrette a mandare i nostri bambini dai nonni che sono vecchi, o all’asilo, cerchiamo di aver almeno buone esperienze nella Comunità.

Se alcune madri potranno aver la possibilità di rimanere a casa dal lavoro, consideriamo ciò una grande gioia per tutti.

Se per altre non sarà possibile ed arriveranno al punto di dire: «Non riusciamo a fare più di quanto stiamo facendo», allora accettino il fatto con tranquillità.

Facciamo del nostro meglio, Dio non può aspettarsi di più.


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