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Varie : L'imminente incontro dell'umanità con Bahá’u'lláh

L’IMMINENTE INCONTRO DELL’UMANITÀ CON BAHÁ’U’LLÁH1

Douglas Martin

Gli anniversari sono un momento di attenzione, un’occasione per rivedere il percorso compiuto, nella speranza di sistemarsi in una posizione favorevole dalla quale meglio valutare ciò che ci aspetta. Da questo punto di vista i centenari sono particolarmente preziosi, perché la prospettiva che offrono è più lunga e la posizione favorevole, almeno così si spera, più alta.

Quando si riesamini lo sviluppo del messaggio pubblico della Causa nel corso degli ultimi cent’anni, è importante distinguere questo messaggio dal lavoro dell’insegnamento della Fede. I metodi d’insegnamento sono tanti quanti i Bahá’í: circa cinque milioni secondo gli ultimi calcoli. Ma indipendentemente da questo sforzo mondiale di insegnamento da individuo a individuo, la comunità bahá’í ha perseguito in tutto il mondo un programma parallelo, secolare - e alquanto sistematico - per creare nell’opinione pubblica un’immagine della Causa corretta e favorevole.

Non esiste un unico termine soddisfacente per definire questo sforzo. Purtroppo il significato della tanto usata parola «proclamazione» è divenuto sempre più vago via via che è stato usato per varie iniziative d’insegnamento di gruppo. Noi qui parliamo di attività che si propongono di fare in modo che la società consegua una comprensione ragionevolmente corretta della natura e degli scopi della Causa Bahá’í, come l’informazione del pubblico, i rapporti con i governi, la pubblicità, l’editoria, la produzione di mezzi di comunicazione e le pubbliche relazioni.

Se si esamina il secolo passato concentrando l’attenzione su quest’area del nostro lavoro, emerge una constatazione molto interessante. Non è solo la comunità bahá’í che ha attraversato una serie di stadi nel suo sviluppo, ma anche la presentazione del suo messaggio pubblico. In un certo senso si può dire che l’immagine della Causa ha subito durante questi cent’anni tre, o forse quattro grandi trasformazioni.

Ovviamente, il messaggio fondamentale non è mai cambiato. Non abbiamo mai smesso di presentare un messaggio per trasmetterne un altro completamente diverso. Al contrario, il processo è stato cumulativo e pertanto molto più incisivo. È tuttavia, chiaro che il punto centrale è cambiato nettamente e ripetutamente; è cambiato l’accento e con esso è cambiato il tipo di attività d’informazione del pubblico che sono state considerate prioritarie.

I primi cent’anni

Se esaminiamo il nostro messaggio pubblico nei primi due o tre decenni del secolo, scopriamo che la Fede Bahá’í era essenzialmente un movimento per la pace, l’universalità e la comprensione. Aveva idee molto ottimistiche e incoraggianti sulle possibilità della natura umana, in quanto dichiarava che l’umanità è fondamentalmente spirituale. Le speranze dell’umanità consistevano nel liberarsi dai limiti e dai pregiudizi del passato e nell’accettare la propria unità fondamentale.

Vi furono, inevitabilmente, molte ironie. Un poeta americano accennò sbrigativamente a quelli che egli chiamava «Dolci Bahá’í-e-Bahá’í». Molto tempo dopo ci siano ancora sentiti ammonire per una «estrema piacevolezza». Ma in linea generale il messaggio era molto accattivante: inculcò nell’opinione pubblica - nei limiti in cui questa si accorse di noi - l’identificazione della parola «Bahá’í» con uno spirito di universalità e buona volontà.

Quest’immagine fu colta nel modo più completo nella figura estremamente affascinante del Maestro, durante i Suoi epici viaggi in Occidente. Egli sfruttò nel modo migliore le occasioni per promuoverla con azioni come i Suoi discorsi alla conferenza per la pace di Lago Mohonk, la Sua partecipazione a una conferenza NAACP, [Associazione Nazionale per il Progresso della Gente di Colore] la Sua difesa della verità del Cristianesimo e dell’Islam nel Tempio Emmanu-El di San Francisco, le numerose interviste che rilasciò alla stampa e con la Sua incrollabile fiducia nel destino spirituale della razza umana.

Quando il Custode assunse le responsabilità che gli erano state affidate dal Testamento di ‘Abdu’l-Bahá, il punto centrale si spostò. Per oltre tre decenni Shoghi Effendi si dedicò a un compito che egli definì «rivendicare l’indipendenza della Fede». Con pazienza e fermezza liberò la Causa dall’idea che essa fosse un culto, un’idea che per lungo tempo ne aveva nascosto la vera natura. La Fede Bahá’í è una religione indipendente fra le religioni del mondo, egli diceva, e come tale dev’essere riconosciuta.

In tutto il mondo si perseguì tenacemente il riconoscimento legale dei matrimoni e delle festività bahá’í. Le istituzioni bahá’í ottennero il riconoscimento legale della legge civile. Furono poste le basi per uno stretto rapporto con il sistema delle Nazioni Unite non appena questo incominciò ad esistere.

A livello locale e nazionale, le comunità bahá’í organizzarono infaticabilmente classi di religione comparata e cercarono un posto nell’emergente movimento inter-religioso. Per focalizzare su questo tema l’attenzione dei mass media, fu creata la «Giornata della Religione Mondiale». Un’apposita letteratura esplorò, con vari gradi di perizia professionale, il concetto della Rivelazione Progressiva. (Ricordiamo un opuscoletto la cui copertina elencava le religioni indipendenti superstiti nel mondo, a partire dal «Sabeanismo» le cui origini erano fantasiosamente attribuite a un certo «Enoch».)

Con il trionfante completamento della Crociata Decennale e la fausta elezione della Casa Universale di Giustizia, l’immagine della Causa subì un ulteriore grande cambiamento. La comunità bahá’í si era insediata in tutto il pianeta. Improvvisamente si trovava dappertutto ed era di tutti. Questa straordinaria diversità acquisì un’importanza ancor più grande per il semplice notevole incremento numerico della comunità. Interi villaggi del terzo mondo divennero bahá’í, con profonde implicazioni per il funzionamento dell’Ordine Amministrativo.

Accelerando il processo, la comunità divenne un collaboratore sempre più apprezzato delle agenzie dell’ONU e di altri organismi internazionali non governativi. Proliferarono progetti per lo sviluppo socio-economico. Si ebbe un aumento della sofisticazione amministrativa e delle risorse professionali disponibili.

Per usare le parole di un popolare filosofo del periodo, Marshal McLuhan, «il mezzo era il messaggio». Tutta una serie crescente di attività per l’informazione del pubblico sottolineò il fatto che la comunità bahá’í era un microcosmo del mondo. Era di casa dappertutto. Era indigena in Africa come in America; una voce familiare in Hindi come in Farsi; un amico fidato nel nord come nel sud. Era in se stessa una prova convincente della validità del messaggio della Fede.

Tutti questi sforzi durati un secolo hanno avuto un magnifico successo. La gente, nella misura in cui conosce la Fede Bahá’í, la considera un’influenza benefica, promotrice di quegli ideali di unità globale e armonia interrazziale che sono sempre più considerati indispensabili alla sopravvivenza del genere umano. Durante questi decenni, a un certo punto, c’è stata una svolta nella rivendicazione della sua indipendenza come religione; malgrado l’ostinata resistenza a questa idea che ancora persiste in alcune parti del mondo, importantissime agenzie che influenzano l’opinione pubblica oggi includono rutinariamente la Fede fra i diversi sistemi religiosi dell’umanità.

Altrettanto importante è la straordinaria reputazione creata dall’interazione della comunità con organismi governativi e non governativi e con le Nazioni Unite. La comunità bahá’í è considerata un «onesto mediatore», genuinamente devoto ai principi della collaborazione e della consultazione, un’influenza internazionale sulla quale si può contare per la razionalità e la professionalità delle iniziative che realizza e dei consigli che dà. Fa quello che promette di fare.

In breve, nell’ultimo decennio del secolo, la Causa sta diventando un elemento familiare e rispettato del panorama internazionale ed è molto importante che ce ne rendiamo conto. In un certo senso siamo come un nuovo immigrante che prende l’aereo per il nord-america. In molte parti del mondo si può vivere una vita - e così i propri figli e nipoti - senza diventare «italiani», o «giapponesi» o «norvegesi». Ma l’unico che non consideri americano un nuovo arrivato a New York è probabilmente l’immigrato stesso. Nello stesso modo, dobbiamo credere alle risposte positive che riceviamo in molti campi del nostro lavoro per l’informazione del pubblico. Non dobbiamo permettere che la nostra limitazione mentale ci impedisca di capire questa novità e le opportunità che ci offre.

«Celebrare il Nome di Bahá’u’lláh»

Ora, la Casa di Giustizia ci dice che è arrivato il momento per un’ importante nuova iniziativa nel modo in cui la Fede presenta al pubblico il proprio messaggio. Quanto è stato fatto finora rappresenta un panorama entro il quale la verità centrale della Causa Bahá’í può apparire nella giusta prospettiva, un proscenio dal quale l’Autore della Causa può parlare direttamente al prossimo, alle istituzioni, alle reti informative, ai centri di cultura.

Abbiamo tutti desiderato questo giorno. Si unificheranno due aspetti del nostro lavoro sul quale, due o tre anni fa, un perspicace specialista di relazioni pubbliche fece un’interessante osservazione. In modo molto amichevole ma obiettivo egli espresse l’opinione che in pratica sembravano esistere «due Fedi Bahá’í: una che condividete con il pubblico e una privata, quella che vi spinge a fare quello che fate. La differenza fra queste due Fedi è Bahá’u’lláh».

A parte le circostanze che hanno fatto di questa distinzione una strategia saggia e voluta, è chiaro che queste «due Fedi» stanno ora convergendo. Quali sono le principali conseguenze di questa convergenza? Nel considerarle, faremmo bene a ricordare la mirabile affermazione del Custode sugli inevitabili limiti della nostra capacità di spingerci molto lontano nel futuro:

Tutto quello che possiamo ragionevolmente tentare di fare di cogliere un barlume dei primi raggi di quell’Alba promessa che dovrà, nella pienezza dei tempi, dissipare le tenebre che hanno avviluppato l’umanità.

Alla luce di questo avvertimento, cerchiamo di identificare alcune delle grandi linee che si potrebbero seguire nel tentativo di proclamare al genere umano il nome e la missione di Bahá’u’lláh. Fondamentalmente, gli appelli della Casa di Giustizia ci chiedono di riesaminare tutto quello che facciamo per presentare al pubblico il messaggio della Causa. Ogni intervista con i mass media, ogni documento che sottoponiamo a una conferenza delle Nazioni Unite, ogni avvenimento pubblico che organizziamo, ogni presentazione audiovisiva che creiamo, ogni pezzo di musica composto, ogni scritto accademico, ogni contributo alla stesura di una costituzione nazionale - in tutte queste attività, dobbiamo chiederci: «Come possiamo riformularlo in modo da dire che la sua fonte Bahá’u’lláh?».

Abbiamo ora il compito di mettere in moto una vasta schiera di iniziative che introducano il nome di Bahá’u’lláh negli affari umani come una voce familiare e autorevole. La mèta nei decenni avvenire è di arrivare al punto in cui nessuno studioso responsabile intraprenda un lavoro nei campi più disparati come l’antropologia sociale, la ricerca dei sistemi, le scienze politiche ed economiche, la teoria amministrativa, la metodologia psicologica, senza consultare gli insegnamenti di Bahá’u’lláh e i modelli da Lui costruiti;

* in cui i mass media chiedano sempre «Cosa dice Bahá’u’lláh di X o Y o Z?»

* in cui le agenzie pubbliche incomincino a includere citazioni dalle opere di Bahá’u’lláh per suffragare proposte avanzate o analisi compiute;

* in cui le masse incomincino a sapere chi Bahá’u’lláh e a conoscere la natura della Sua missione.

Prima di tutto, dobbiamo decidere come parlare di Bahá’u’lláh. La Dichiarazione su Bahá’u’lláh preparata dall’Ufficio per l’Informazione del Pubblico per richiesta della Casa di Giustizia è un primo passo. Le numerose citazioni dagli scritti di Bahá’u’lláh che essa contiene suggeriscono alcuni modi per incominciare proficuamente il lavoro di informazione del pubblico.

Come la Dichiarazione indica, Bahá’u’lláh è stata la prima Manifestazione di Dio a mettere piede in Occidente. Questo semplice fatto storico e geografico indica una delle maggiori distinzioni fra la Sua missione e quella dei Profeti che L’hanno preceduto. Bahá’u’lláh è il Profeta della civiltà. Egli trascorse la maggior parte della Sua vita non nella campagna della Galilea né fra le tribù del deserto arabo, ma nelle grandi città del Suo mondo. Non rifuggì dal mondo come Buddha; la Sua missione era di trasformarlo e rivitalizzarlo. Pur rifiutando cariche pubbliche, Si mosse liberamente negli ambienti governativi. Coloro che influenzò non furono solo persone comuni, ma ministri, studiosi, diplomatici e letterati che Lo cercarono ansiosamente, che spesso affrontarono appositamente lunghi viaggi.

La Sua padronanza del persiano e dell’arabo e delle relative tradizioni letterarie era pari alla facilità con cui i Suoi scritti trattavano i grandi temi dell’organizzazione sociale e politica. Era il capo di una grande famiglia, che comprendeva congiunti, dipendenti e servitori, e seppe creare attorno a Sé un ordine che sconfisse le privazioni cui fu esposto. Perfino secondo ‘Alí Páshá, il Primo Ministro turco che Lo trattò tanto ingiustamente, Egli era «uomo di grande distinzione, condotta esemplare, grande moderazione», la Sua dottrina era «degna della massima stima» e la Sua influenza poteva contribuire a superare il conflitto religioso che insidiava la società ottomana. Egli fu considerato un maestro, un santo, un filosofo, un riformatore. Fu il maestro del Suo mondo, anche quando questo Lo tenne in prigione. Non fu né recluso né fuggiasco. Non accettò di essere vittima.

Ma, come sempre accade alle Manifestazioni di Dio, le Sue sofferenze prefigurarono le future esperienze dell’umanità. Nel lungo viaggio di Bahá’u’lláh e della Sua famiglia, depredati e senza casa, esuli da una terra all’altra, si può vedere un presagio del tragico movimento di rifugiati che sta esaurendo le risorse del mondo contemporaneo.

Oltre a una presentazione realistica della persona di Bahá’u’lláh, il nuovo stadio che si sta aprendo richiede un ripensamento fondamentale della presentazione dei Suoi insegnamenti. Il cambiamento richiesto, per quanto semplice, è radicale. Siamo invitati a superare la nostra attuale discussione dei «principi bahá’í» per esporre ciò che Bahá’u’lláh disse, scrisse, richiese, spiegò, profetizzò, prescrisse di evitare, propose, previde. Dobbiamo dire agli altri come Bahá’u’lláh suggerì di guardare a questo o a quel tema, come consigliò di affrontare questo o quel problema.

I programmi di informazione del pubblico devono concentrarsi, per esempio, sulle implicazioni della profonda critica dell’organizzazione politica mossa da Bahá’u’lláh. Dobbiamo far conoscere ai segmenti interessati dell’opinione pubblica la Sua applicazione dei principi del metodo scientifico a tutti gli aspetti del sapere umano, compresi quelli «spirituali». La discussione delle sfide inerenti lo sviluppo e l’ambiente dev’essere correlata alla perentoria affermazione di Bahá’u’lláh che «donne e uomini sono e sono sempre stati eguali». Troveremo un largo ed entusiastico uditorio, quando presenteremo l’approccio al processo decisionale di gruppo da Lui concepito e del quale la presente amministrazione bahá’í rappresenta un iniziale modello operativo. In breve, a parte le questioni di fede, siamo chiamati a presentare ai leader del pensiero e al pubblico in genere l’Autore di un corpo di scritti che propongono approcci radicalmente nuovi ai temi centrali della vita.

Terzo, gli scritti di Bahá’u’lláh contengono uno strumento il cui impatto sull’esposizione del messaggio pubblico della Fede non può ancora essere neppure vagamente immaginato. Alla base del corpo dei Suoi principi e concetti, Bahá’u’lláh ha creato una concezione del mondo unificata e coerente, una teoria universale della storia, se volete; una visione comprensiva della natura dell’uomo e della società. Le potenzialità dell’incomparabile ricchezza della Causa sono suggerite da un esame del ruolo centrale che simili sistemi di pensiero hanno avuto nel passato dell’umanità. «Dove non c’è visione» dice semplicemente la Bibbia «la gente muore». Non c’è mai stata sulla terra una società umana che non sia stata fondata su un sistema di credenze che desse significato e scopo alla vita. Quando un sistema crolla, i membri della società smettono di fare i sacrifici necessari per preservare i rapporti sociali più essenziali. Quando ciò accade la società perde la forza di coesione che la sostiene e incomincia la disgregazione.

Questa è la condizione universale del mondo d’oggi. Un esempio particolarmente drammatico è il marxismo, nella sua forma politica di autorità di governo in alcuni blocchi di nazioni e nella sua forma intellettuale di materialismo aggressivo e dogmatico che, per decenni, si è imposto dappertutto nella vita accademica. Il suo destino è stato riassunto in un grande stendardo pavesato nella Piazza Rossa a Mosca il primo maggio dello scorso anno: «Settantatre anni su una strada che non porta da nessuna parte!» L’affermazione non è solo politica: rispecchia la sgomenta consapevolezza del crollo delle basi della certezza sociale e intellettuale. Le masse hanno capito che i valori e i concetti fondamentali della loro società, valori che hanno imposto decenni di strazianti sacrifici - e sui quali è stato costruito un apparato di imponenti istituzioni politiche accademiche, sociali ed economiche - non erano solo fondamentalmente sbagliati, ma in gran parte assurdi. Parlando di questo giorno, il Corano dice che «le montagne scompariranno come vapore nel deserto».

La perdita di fiducia nei grandi ideali sui quali i sistemi sociali del mondo sono basati non è confinata a una sola parte del mondo: è universale. Quei sistemi di pensiero, siano essi pseudoscientifici come il marxismo, o puramente pragmatici come il capitalismo, o umanistici come la democrazia liberale, o francamente patologici come il nazismo e il fascismo, hanno perso la presa sulle menti di coloro che un tempo s’inchinavano davanti ai loro altari.

Nelle parole rivolte dalla Voce di Dio a Bahá’u’lláh:

«potresti tu scoprire altri che Me, o Penna, in questo Giorno? … Ecco: L’intera creazione è scomparsa! Null’altro rimane se non il Mio Volto … abbiamo, poi, chiamato all’esistenza una nuova creazione, quale segno della Nostra grazia verso gli uomini.

Se esploriamo il campo dell’informazione del pubblico che ora ci si apre davanti, scopriamo che quello che rende unica la concezione del mondo presentata da Bahá’u’lláh è la sua reale universalità. Diversamente da tutti i sistemi che l’hanno preceduta, essa abbraccia non solo l’intera diversità della razza umana ma l’esperienza umana nella sua globalità. Nulla di ciò che umano vi è estraneo.

Se comprendiamo meglio questa risorsa, saremo capaci di comunicare il suo messaggio alla società, una società che cercherà una visione di questo tipo con urgenza sempre maggiore. Non ci aspettiamo che la visione di Bahá’u’lláh sia accettata subito. Ci aspettiamo che incominci a interessare dappertutto le menti coscienziose e ad attrarre, nelle forme popolari dell’espressione, l’attenzione del grande pubblico. Una volta incominciato questo processo, il risultato finale è certo come il sole di domani.

L’imminente pubblicazione del Kitáb-i-Aqdas indica una quarta area nella quale avrà luogo lo storico incontro fra Bahá’u’lláh e il genere umano. Non sono crollati solo i principali sistemi di pensiero, ma anche i valori umani. Viviamo in un mondo che ha perso ogni remora morale, nel quale ogni punto di riferimento etico del passato è stato spazzato via. L’effetto sulle masse, guide e guidati, è stata la creazione della più profonda ansietà di cui gli esseri umani sono capaci.

In un suo famoso passo, il poeta irlandese W. B. Yeats, descrisse la nostra èra come un’èra nella quale «i migliori mancano di convinzioni, mentre i peggiori sono pieni di un’appassionata intensità». Problemi che toccano molto profondamente il cuore umano, che invocano riflessione e spirito di consultazione, sono trasformati da gruppi contendenti di estremisti in rigide formule e test semplicistici della decenza umana. In un simile mondo, la maggioranza dei membri della società si rifugia in un silenzio impotente e sempre più disperato.

Descriviamo questo clima generale per affermare chiaramente che è vitale che i Bahá’í non seguano, per così dire, l’andazzo, ma cerchino di aiutare il prossimo a trovare il proprio rapporto con Bahá’u’lláh e con le prescrizioni da Lui portate. Il Medico dell’anima è Lui, non noi. Egli conosce la natura umana così intimamente come il palmo della Propria mano, conosce il modello di abitudini e atteggiamenti che costituisce il vero sviluppo umano e comprende le discipline interiori e i freni sociali da cui questo sviluppo è favorito.

È sicuramente in questo contesto che dobbiamo cercare di aiutare le istituzioni della società e il pubblico a comprendere la natura e lo scopo del Kitáb-i-Aqdas. L’Aqdas non è, spiega Bahá’u’lláh, «un mero codice di leggi», un elenco di si fa e non si fa. È, nelle Sue parole, «il vino prescelto del ricongiungimento» con Dio.È in quel ricongiungimento che le anime umane possono assurgere allo «stadio conferito al loro più intimo essere, lo stato di conoscere se stessi».

Il Patto di Bahá’u’lláh

Infine, poiché viviamo in un’epoca che cerca dimostrazioni obiettive - e in questo ha tutto l’appoggio degli scritti di Bahá’u’lláh - dobbiamo far conoscere alla società le vere implicazioni del lavoro compiuto da Bahá’u’lláh. Questo lavoro include la comunità mondiale che Egli ha portato alla luce. La gente attorno a noi potrà comprendere questa straordinaria realizzazione nella misura in cui vedrà che essa ha un peso sui destini del genere umano nella sua globalità.

La chiave per comprendere tutto questo è il Patto. La maturità della razza umana ha reso possibile, come dice Bahá’u’lláh, un rapporto completamente nuovo fra Dio e l’uomo. Quando i popoli del mondo incominceranno a rivolgersi verso Dio e a uniformare la propria vita al modello di società umana contenuto nella Sua Rivelazione per questo giorno nascerà «una nuova razza d’uomini». L’unificazione delle coscienze produrrà persone libere dai limiti che hanno creato e perpetuato i problemi che oggi affliggono il pianeta.

Questo processo irresistibile e le sue manifestazioni sono visibili in ogni aspetto della storia contemporanea. Fornisce il contesto nel quale la creazione della comunità bahá’í da parte di Bahá’u’lláh assume il giusto significato. Perché Bahá’u’lláh non Si è limitato a delineare una teoria dell’evoluzione sociale, né accontentato di creare un modello. La comunità bahá’í, con tutti i suoi limiti e difetti, è il nucleo dell’emergente «razza di uomini». Nella misura in cui comprenderemo questa dimensione della Rivelazione potremo, nelle parole della Casa di Giustizia, «celebrare le vittorie del Patto e proclamarne gli scopi e il potere di unificazione».

«O genti di Bahá» raccomanda Bahá’u’lláh «Non siate incuranti delle virtù di cui siete stati dotati …» La comunità bahá’í, perfino in questo stadio embrionale del suo sviluppo, possiede caratteristiche che sono uniche, caratteristiche che un giorno distingueranno la futura umanità del pianeta.

Quali sono queste caratteristiche?

La prima e la più fondamentale è l’unità. L’unità è la molla principale del futuro del genere umano. All’infuori della comunità bahá’í, non esiste é ma mai è esistita associazione di esseri umani sul pianeta, religiosa, politica, razziale o sociale che possegga questo attributo. Alla fine, questa sola qualità eserciterà un soggiogante potere di attrazione su un mondo che incomincia ora a capire che la disarmonia è la fonte principale dei suoi pericoli e delle sue sofferenze. «Così potente è la luce dell’unità» afferma Bahá’u’lláh «che può illuminare tutta la terra».

Seconda solo alla sua unità, è l’universalità della comunità che Bahá’u’lláh ha creato. Nessuno è lasciato fuori, nessuno vi è secondo. Non v’è angolo della terra dove il modello di vita insegnato da Bahá’u’lláh non abbia messo le radici, non v’è cultura p popolo che non vi abbia un proprio ruolo.

In terzo luogo, l’emergente razza umana dev’essere permeata da un sistema di valori completamente nuovo, un nuovo ethos. Dev’essere guidata da un orientamento etico interiore adatto alle sfide del prossimo stadio dello sviluppo umano. Tale trasformazione non può venire soltanto dalla legislazione e dall’educazione. «È nei poteri dell’uomo» chiede Bahá’u’lláh «effettuare … una trasformazione così completa …?» E tuttavia, i segni di questa trasformazione fondamentale sono già evidenti nell’ethos che Bahá’u’lláh ha infuso nella comunità mondiale bahá’í, non come codice imposto, ma come modello di risposta morale spontanea.

In quarto luogo, se deve assumersi la responsabilità del proprio destino, la razza umana deve conseguire una consapevolezza collettiva. Dev’essere capace di pensare e decidere collettivamente. L’Ordine Amministrativo concepito da Bahá’u’lláh conferisce alla comunità dei Suoi seguaci questa impareggiabile facoltà. Essa non esiste altrove nel mondo ed è una caratteristica della Causa che ha suscitato un apprezzamento particolarmente vivo da parte dei nostri collaboratori e estimatori. Dalle piccole comunità nei più remoti angoli del globo, fino all’organo decisionale centrale che la comunità ha insediato sul monte Carmelo, un modello unificato di consultazione ci dà una prima idea di ciò che Bahá’u’lláh intendeva quando diceva che Dio ha nel cuore il desiderio di vedere l’intera razza umana «come una sola anima in un solo corpo».

I problemi che l’umanità deve affrontare mettono in luce la cruciale importanza di un’ulteriore capacità che essa dovrà in qualche modo acquisire. Non c’è nulla che abbia tanto scoraggiato il mondo contemporaneo nell’impegno di curare e proteggere questo martoriato pianeta quanto la consapevolezza dell’enorme sforzo di volontà che questo impegno richiede. Capire questo significa ottenere una nuova comprensione del significato della sistematica prosecuzione del Piano Divino cui la comunità bahá’í si è dedicata. Per decenni, decine di migliaia di persone comuni sono state disposte ad accettare sacrifici d’ogni genere soltanto per amore di Bahá’u’lláh. Giovani istituzioni emergenti hanno dedicato le proprie risorse al conseguimento di mete remote che non erano strettamente attinenti ai loro bisogni. Che una comunità di cinque milioni di persone sia diventata oggi la più diffusa religione sulla terra, seconda solo al Cristianesimo, è un fatto di pura volontà senza paralleli nella storia umana. Nessun gruppo di persone si è mai posto mete così imponenti conseguendole sistematicamente, stadio dopo stadio, piano dopo piano.

**Ma di fronte a un’umanità unificata non si trovano solo ostacoli e sfide. Come gli eventi contemporanei dimostrano fin troppo chiaramente, l’ego umano è soggetto a impulsi di perversione ed egoismo che opporranno la massima resistenza ad ogni sforzo che la razza compirà per cambiare direzione. La letteratura religiosa di tutti i popoli è piena di avvertimenti sulla titanica contesa fra le forze della Luce e quelle delle Tenebre che ne seguirà. In questa prospettiva, la comunità bahá’í può riflettere sul potere della capacità di sopportazione con la quale essa ha affrontato ondate ricorrenti di persecuzioni e sofferenze.

L’esperienza degli amici iraniani negli ultimi undici anni ci dà un’idea delle riserve spirituali della comunità sotto questo aspetto. Pensiamo all’estate del 1983 quando le persecuzioni raggiunsero il culmine. Nel giugno di quell’estate le autorità iraniane fecero apparire davanti alla televisione l’intera leadership nazionale del Partito Tudeh (i comunisti). I prigionieri confessarono volontariamente tutti i crimini di cui erano stati accusati e implorarono di essere risparmiati. Negli stessi fatidici mesi dieci donne e ragazze bahá’í furono sottoposte alle stesse violenze fisiche e mentali nel tentativo di costringerle a rinnegare la Fede. I loro persecutori non osarono mostrarle alla televisione perché le loro brutalità non avevano prodotto la minima traccia di accondiscendenza. Viene da pensare alla risonante assicurazione di Bahá’u’lláh:

Ogni lode a Dio che ha abbellito il mondo di un ornamento e l’ha ammantato di una veste che nessun potere terreno può togliergli … Dite: Le fonti che alimentano la vita di questi uccelli non sono di questo mondo. La loro sorgente è molto al di sopra della portata e dello scopo della comprensione umana. Chi c’è che possa estinguere la luce che la mano di Dio, bianca come la neve, ha acceso?

Molte altre caratteristiche dell’attuale comunità bahá’í sono importanti per il futuro dell’umanità, ma una sta acquistando un particolare rispetto fra i nostri amici. Il più grande dono di Dio all’umanità, dice Bahá’u’lláh, è la ragione. Qualunque forza o fede possano essere state conseguite negli stadi precedenti del progresso della civiltà, la razionalità è la chiave del futuro dell’uomo. I Bahá’í possono a buon diritto sentirsi orgogliosi delle caratteristiche di attualità e di equilibrio dei contributi presentati dalla loro comunità dappertutto in ambito internazionale. Lo sviluppo di questa capacità è una caratteristica della crescente maturità delle istituzioni della Fede, uno sviluppo che l’amato Custode previde sarebbe coinciso, negli ultimi anni del secolo, con l’emersione della Pace Minore e il completamento delle strutture che costituiscono il Centro Mondiale della Fede.

Queste capacità non scaturiscono da alcuna virtù degli elementi che costituiscono la comunità bahá’í, tanto meno dei singoli membri. Sono puri e semplici doni del Patto di Bahá’u’lláh. Noi li manifestiamo nella misura in cui restiamo all’interno del Patto, ma il Patto non ci appartiene. È il legato di Bahá’u’lláh all’intero genere umano: «O genti di Bahá! Che non vi sia alcuno a rivaleggiarvi è un segno di misericordia …»

Ma, in quanto opera del Patto, la comunità di Bahá’u’lláh non rappresenta altro che la testa di punta dell’evoluzione delle coscienze. Viene da pensare ad analoghi cambiamenti fondamentali verificatisi nei precedenti stadi del processo evolutivo. Com’era debole e insignificante la prima manifestazione della vita sensibile sul pianeta. Eppure era il futuro e per essa ogni altra cosa aveva un significato. Era il punto verso il quale l’evoluzione stava muovendo: gli alberi e le montagne, per quanto belli e imponenti, erano ciò da cui l’evoluzione era venuta.

La comunità bahá’í, con tutto quello che essa significa, è il prodotto di Bahá’u’lláh, il risultato della Sua visione, della Sua guida, dei Suoi insegnamenti. Egli è il Creatore e il Sostenitore.

Creare ponti

Quando ci dedicheremo al compito di «glorificare il nome di Bahá’u’lláh in tutto il pianeta», si apriranno nuove opportunità in ciascuna delle aree or ora menzionate. In tutte queste aree dovremo affrontare una sfida comune. Grazie a un secolo di pazienti sforzi, è emersa un’immagine della Causa come un gruppo di persone impegnate a promuovere principi di pace e fratellanza, razionali e fidate nelle loro imprese e attive nella collaborazione con altre persone di buona volontà in programmi per il miglioramento della vita umana. Questa immagine è una corretta rappresentazione della Causa della quale possiamo essere giustamente orgogliosi. Ora siamo sul punto di far conoscere alla società la forza motivante di questo fenomeno. Ma Bahá’u’lláh non è soltanto un Maestro o un Riformatore. Egli è, nelle indimenticabili parole del Custode, «il Giudice, il Legislatore, il Redentore di tutta l’umanità».

Come potremo mettere insieme tutto questo per i nostri amici? Per noi, è una cosa sola. Bahá’u’lláh è la Fonte di tutte le espressioni della Causa e non vi è discontinuità nei processi storici, intellettuali o spirituali da cui esse sono emerse. Ma gli altri non conoscono tutti questi precedenti per capire. Come faranno i nostri programmi di informazione del pubblico a superare questa lacuna nella mente della gente?

Le risposte sono tante quante le domande. Ma essenzialmente il nostro problema è incominciare alacremente a interpretare la missione di Bahá’u’lláh nel vocabolario e negli interessi delle persone attorno a noi. Vi saranno sicuramente persone malevole. Abbiamo già sperimentato le tempeste di opposizione che la proclamazione della missione di Bahá’u’lláh scatenerà. Ma una crescente maggioranza di coloro al quale il messaggio sarà trasmesso saranno persone che, per quanto scettiche, critiche e riluttanti possano sembrare, vorranno capire.

La sfida è particolarmente importante per quei Bahá’í che hanno il privilegio dell’istruzione, delle occasioni e della associazione. Essi sono chiamati a correlare gli insegnamenti di Bahá’u’lláh agli interessi dei loro colleghi, a comunicare la Sua visione ai leader del pensiero, a concentrare i loro talenti per costruire ponti fra le intuizioni delle loro discipline, da una parte, e le verità degli scritti di Bahá’u’lláh dall’altra.

Fino a questo punto, i nostri sforzi nel campo dell’informazione del pubblico non sono riusciti a evitare una certa connotazione di esclusività che inevitabilmente scaturisce dai nostri corrispondenti sforzi di insegnamento. Data la storia della religione, ogni tentativo di presentare una nuova Fede suscita preoccupazioni nel tema «conversione». Discutere di una comunità e delle sue mete tende similmente a concentrare l’attenzione sull’appartenenza. Non dovremo restare sorpresi se, nelle menti degli altri, si insinuerà un certo senso di «noi e loro».

Capire questo significa comprendere che ora dobbiamo fare uno sforzo eroico per liberarci da tutte le idee parrocchiali. È stato essenziale affermare le credenziali della Fede come sistema religioso indipendente. Ma la Causa di Bahá’u’lláh va al di là di quello che l’umanità intende con la parola «religione». Se i sistemi ecclesiastici del nostro mondo sono religione, allora la Causa non lo è, se essa è religione, allora non sono religione loro. È un danno per la missione di Bahá’u’lláh, per l’Ordine Mondiale che Egli è venuto a instaurare, focalizzare il messaggio rivolto al pubblico sulle categorie religiose.

In quanto Profeta della trasformazione, Bahá’u’lláh Si rivolge a tutto il genere umano. I principi contenuti nei Suoi scritti, la visione della civiltà che propone, le Sue prescrizioni per la riforma morale della società e della natura umana sono un legato universale, incondizionato, senza mandati prioritari. Il nuovo Patto fra Dio e l’uomo che Egli proclama non è né un’organizzazione né un’ideologia, ma una realtà universale operante in ogni anima e fra tutte le anime. È prontamente accessibile all’indagine indipendente e alla scoperta, è «l’asse dell’unità del mondo dell’umanità»; è la realtà. Alla fine impegnerà tutte le menti e gli spiriti, perché il farlo è della natura della realtà.

1 «Humanity’s Coming Encounter With Bahá’u’lláh», discorso pronunciato da Douglas Martin, ora membro della Casa Universale di Giustizia e allora direttore generale dell’Ufficio dell’informazione del pubblico del Centro Mondiale Bahá’í, al Centro Mondiale Bahá’í nell’aprile 1992, riprodotto in The American Bahá’í, 9 aprile 1992, e reperibile nel sito http://bahai-library.org/talks/encounter.html; traduzione italiana: Note bahá’í, anno 9, n. 11 (novembre 1991), pp. 9-14.


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