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Documenti : Una fede comune
UNA FEDE COMUNE
CASA EDITRICE BAHÁ’Í
2005
@ Copyright 2001 - Casa Editrice Bahá’í - Ariccia
Titolo originale: One Common Faith
1a edizione italiana 2005
CASA EDITRICE BAHÁ’Í

Sede legale: 00197 Roma - Via Stoppani, 10 - Tel. 06 8079647

Deposito e amm.ne: 00040 Ariccia (Roma) Via F. Turati, 9 - Tel. 06 9334334

ISBN 88-7214.085-4
PREMESSA
N

EL RI?VÁN 2002 abbiamo scritto una lettera indirizzata ai capi religiosi del mondo. Il nostro gesto è nato dalla consapevolezza che, se non sarà risolutamente fermato, il morbo degli odi settari comporterà devastanti conseguenze che risparmieranno ben poche parti del mondo. La lettera esprimeva apprezzamento per i risultati del movimento interreligioso, al quale i bahá’í hanno cercato di contribuire fin dalla sua nascita. Ma ci siamo sentiti di dire con franchezza che, se si vuole affrontare la crisi religiosa con la stessa serietà con cui si affrontano altri pregiudizi che affliggono l’umanità, la religione organizzata deve trovare in se stessa altrettanto coraggio per superare alcuni concetti consolidati che ha ereditato da un remoto passato.

Ma soprattutto abbiamo espresso la convinzione che è arrivato il momento che i capi religiosi affrontino con onestà e senza ulteriori rinvii le conseguenze della verità che Dio è uno solo e che, prescindendo da ogni diversità di espressione culturale e interpretazione umana, anche la religione è una sola. L’intuizione di questa verità ha originariamente ispirato il movimento interreligioso e lo ha sorretto attraverso tutte le traversie degli ultimi cent’anni. Lungi dal contestare la validità delle grandi fedi rivelate, questo principio può assicurarne la continua attualità. Ma per poter esercitare la propria influenza, il riconoscimento di questa realtà deve agire nel cuore del discorso religioso e, così pensando, abbiamo ritenuto che la nostra lettera dovesse dirlo esplicitamente.

La risposta è stata incoraggiante. Le istituzioni bahá’í di tutto il mondo hanno fatto consegnare migliaia di copie del documento a influenti personaggi delle grandi comunità religiose. Che in alcuni ambienti il messaggio in esso contenuto sia stato sbrigativamente accantonato non è stata una sorpresa. Ma i bahá’í riferiscono di essere stati, in genere, accolti con calore. Particolarmente toccante è stata l’ovvia sincerità dei molti che nel ricevere il messaggio hanno espresso angoscia perché le istituzioni religiose non riescono ad aiutare l’umanità ad affrontare problemi la cui natura è essenzialmente spirituale e morale. Le discussioni si sono rapidamente orientate sulla necessità che le masse dei credenti modifichino sostanzialmente il modo in cui si rapportano reciprocamente e un discreto numero di coloro che hanno ricevuto la lettera hanno voluto riprodurla per distribuirla ad altri sacerdoti della medesima tradizione. Abbiamo la speranza che la nostra iniziativa agisca da catalizzatore aprendo la strada verso una nuova comprensione dello scopo della religione.

Veloce o lento che sia questo cambiamento, i bahá’í devono pensare alla propria responsabilità sotto questo aspetto. Il compito di fare in modo che tutto il mondo si possa avvalere del Suo messaggio è stato posto da Bahá’u’lláh in primo luogo sulle spalle di coloro che Lo hanno riconosciuto. E questo è stato certamente il lavoro che la comunità bahá’í ha svolto per l’intero corso della storia della Fede. Ma il sempre più rapido tracollo dell’ordine sociale richiede disperatamente che lo spirito religioso sia liberato dalle catene che gli hanno finora impedito di esercitare l’influenza risanatrice di cui è capace.

Se vogliono rispondere a questo bisogno, i bahá’í devono basarsi su una profonda comprensione del processo attraverso il quale la vita spirituale dell’umanità si evolve. Negli scritti di Bahá’u’lláh si trovano alcune idee che possono contribuire a sollevare il dibattito sui temi religiosi al di sopra di transitorie considerazioni settarie. La responsabilità di avvalersi di questa risorsa spirituale è inseparabile dal dono della fede. «L’odio e il fanatismo religioso», ammonisce Bahá’u’lláh, «sono per il mondo un fuoco divoratore la cui violenza nessuno può placare: soltanto la Mano del potere divino può liberare l’umanità da questa desolante afflizione…». Lungi dal sentirsi privi di appoggi negli sforzi che compiono per rispondere, i bahá’í arriveranno a capire sempre meglio che la Causa che essi servono è la testa di ponte di un risveglio che si sta verificando fra le persone di tutto il mondo, indipendentemente dall’origine religiosa e, in verità, anche fra molti di coloro che non hanno alcuna inclinazione religiosa.

La riflessione su questa sfida ci ha indotti a commissionare il commento che segue. Una fede comune, elaborato sotto la nostra supervisione, esamina alcuni passi attinenti degli scritti di Bahá’u’lláh e delle scritture di altre fedi alla luce della crisi contemporanea. Lo raccomandiamo alla riflessione e allo studio degli amici.

LA CASA UNIVERSALE DI GIUSTIZIA
Naw-Rúz 2005
UNA FEDE COMUNE
A

BBIAMO RAGIONE DI CREDERE che il periodo storico che si sta aprendo sarà ben più sensibile del secolo appena concluso all’opera di divulgazione del messaggio di Bahá’u’lláh. Tutto indica che la coscienza umana sta subendo una straordinaria metamorfosi.

Fin dall’inizio del XX secolo l’interpretazione materialistica della realtà si è talmente consolidata da diventare la fede mondiale dominante, almeno per quanto riguarda l’orientamento della società. Questo processo ha bruscamente dirottato la civilizzazione della natura umana dall’orbita che aveva seguito per migliaia d’anni. Per molti occidentali l’autorità divina che, pur nelle diverse interpretazioni della sua natura, era sempre stata il centro focale della guida sembrò essersi semplicemente dissolta e dileguata. L’individuo fu per lo più lasciato libero di mantenere il rapporto che egli credeva legasse la sua vita a un mondo trascendente l’esistenza materiale, ma la società nel suo complesso procedette con crescente fiducia verso il superamento della propria dipendenza da una concezione dell’universo che era giudicata nel migliore dei casi una favola e nel peggiore una droga, e in ogni caso un ostacolo al progresso. L’umanità aveva preso in mano i propri destini e, con le sue sperimentazioni e i suoi discorsi razionali, aveva risolto – così fu dato da intendere alla gente – tutti i temi fondamentali relativi all’arte del governo e allo sviluppo.

Questa posizione fu rafforzata dalla convinzione che i valori, gli ideali e le discipline coltivate per secoli fossero ora caratteristiche verosimilmente stabili e permanenti della natura umana. Occorreva solo raffinarle con l’educazione e rafforzarle mediante provvedimenti legislativi. Il retaggio morale del passato era tutto qui: un’imprescrittibile eredità del genere umano, che non abbisognava di ulteriori interventi religiosi. Si ammetteva anche che individui, gruppi o nazioni indocili avrebbero continuato a minacciare la stabilità dell’ordine sociale e a richiedere interventi correttivi. Ma la civiltà universale verso la cui realizzazione tutte le forze della storia avevano spinto la razza umana e che stava ora irresistibilmente emergendo era ispirata alla concezione laica della realtà. La felicità sarebbe stata la naturale conseguenza di una migliore salute, di una migliore alimentazione, di una migliore educazione, di migliori condizioni di vita – e il conseguimento di queste, sicuramente auspicabili, mete sembrava alla portata di una società compattamente concentrata sul loro perseguimento.

Ma in quelle parti del mondo nelle quali vive la stragrande maggioranza della popolazione della terra i disinvolti annunci che dicevano «Dio è morto» erano passati quasi inosservati. L’esperienza aveva da lungo tempo confermato alle popolazioni dell’Africa, dell’Asia, dell’America Latina e del Pacifico che la natura umana non è solo profondamente influenzata da forze spirituali, ma ha un’identità spirituale. Di conseguenza la religione continuò a essere, come sempre, la massima autorità della vita. Ma queste convinzioni, pur non essendo mai state direttamente affrontate dalla rivoluzione ideologica che si stava svolgendo in Occidente, ne furono praticamente emarginate, almeno per quanto riguardava l’interazione fra popoli e nazioni. Avendo permeato e conquistato tutti gli importanti centri di potere e di informazione a livello globale, il materialismo dogmatico fece in modo che nessuna voce competitiva mantenesse la capacità di contestare i suoi progetti di sfruttamento economico mondiale. Al danno culturale già inflitto da due secoli di dominazione coloniale si aggiunse un’angosciante spaccatura fra le esperienze interiori ed esteriori delle masse interessate, una condizione che invase quasi tutti gli aspetti della vita. Incapaci di esercitare una vera influenza sulla formazione del proprio futuro, o perfino di preservare il benessere morale dei propri figli, queste popolazioni affondarono in una crisi diversa ma sotto molti aspetti ancor più devastante di quella che si andava intensificando in Europa e nel Nord America. Pur mantenendo il proprio ruolo centrale nelle coscienze, la fede si dimostrò incapace di influenzare il corso degli eventi.

Sullo scorcio del XX secolo, nulla sembrava più improbabile di un’improvvisa ricomparsa della religione fra i temi di pressante importanza globale. Eppure è proprio ciò che è accaduto nella forma di un’ondata di ansietà e di malcontento, per lo più solo vagamente consapevole del senso di vuoto spirituale che la sta sollevando. Antichi conflitti settari, apparentemente refrattari alle pazienti arti della diplomazia, sono riemersi con una virulenza mai prima conosciuta. Temi scritturali, fenomeni miracolistici e dogmi teologici che, fino a poco tempo fa, erano stati accantonati come rimanenze di un’epoca ignorante si trovano solennemente, e indiscriminatamente, analizzati in influenti mezzi d’informazione. In molti paesi, le credenziali religiose hanno assunto un nuovo convincente significato nella candidatura di chi aspiri a una carica politica. Il mondo che aveva pensato che con la caduta del muro di Berlino fosse incominciata un’era di pace internazionale è ora avvisato che si trova alle prese con una guerra di civiltà la cui caratteristica principale è un insieme di inconciliabili avversioni religiose. Librerie, edicole, siti Web e biblioteche cercano di soddisfare un’apparentemente insaziabile sete di informazioni su temi religiosi e spirituali da parte dei lettori. Forse il fattore di cambiamento più costante è il riluttante riconoscimento del fatto che non esiste un sostituto credibile che possa rimpiazzare la fede religiosa come forza capace di generare autodisciplina e di ripristinare la dedizione al comportamento morale.

Oltre all’attenzione che la religione, com’è comunemente intesa, sta incominciando ad ottenere, c’è anche una generale reviviscenza della ricerca spirituale. Espressa abitualmente come bisogno di scoprire un’identità personale che trascenda quella puramente fisica, questa reviviscenza incentiva una serie di attività, positive e negative. Da una parte, la ricerca della giustizia e la promozione della causa della pace internazionale tendono anche a stimolare nuove visioni del ruolo dell’individuo nella società. Analogamente, sebbene tesi soprattutto a procurarsi un appoggio per modificare i metodi decisionali della società, alcuni movimenti come l’ambientalismo e il femminismo inducono la gente a riesaminare il senso di se stessi e dello scopo della vita. Un nuovo orientamento presente in tutte le grandi comunità religiose è una crescente migrazione dei credenti dai rami tradizionali delle fedi originarie verso quelle sette che attribuiscono un’importanza primaria alla ricerca spirituale e alle esperienze personali dei propri membri. Al polo opposto, avvistamenti extraterrestri, regimi dediti alla scoperta dell’io, ritiri in ambienti naturali, esaltazioni carismatiche, entusiasmi New Age e l’attribuzione alla droga e agli allucinogeni della capacità di potenziare lo stato di coscienza attraggono seguiti ben più vasti e diversificati di quanto abbiano fatto lo spiritismo o la teosofia in un’analoga congiuntura storica un secolo fa. Questa proliferazione di culti e pratiche che possono suscitare avversione nella mente di molti ricorda ai bahá’í la saggezza dell’antica storia di Majnún, che setacciava la polvere per cercare l’amata Laylí, pur sapendo che era spirito puro: «La cerco ovunque, a che, forse, in qualche luogo possa trovarla».1

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Il ridestato interesse per la religione è sicuramente ancora molto lontano dal culmine, tanto nella sua forma esplicitamente religiosa quanto nelle sue mal definibili manifestazioni spirituali. Al contrario, questo fenomeno è prodotto da forze storiche che stanno costantemente consolidandosi. Il loro effetto comune è quello di erodere la certezza, lasciata in eredità al mondo dal XX secolo, che l’esistenza materiale rappresenti la realtà ultima.

La causa più ovvia di queste rivalutazioni è stata il fallimento dell’intera impresa materialista. Per oltre cent’anni, l’idea del progresso è stata identificata con lo sviluppo economico e con la sua capacità di motivare e plasmare il miglioramento sociale. Le differenze di opinioni esistenti in quei tempi non contestavano questa visione del mondo, ma solo alcuni concetti sul modo migliore per raggiungerne gli intenti. La sua forma più estrema, il ferreo dogma del «materialismo scientifico», tentò di rileggere nei propri angusti termini tutti gli aspetti della storia del comportamento umano. Anche se alcuni dei suoi primi propugnatori possono essersi ispirati a un ideale umanitario, il risultato universale fu la formazione di regimi di controllo totalitario pronti a usare ogni mezzo di coercizione per regolare la vita delle sventurate popolazioni ad essi soggette. Lo scopo indicato per giustificare quegli abusi era la creazione di un nuovo tipo di società che avrebbe assicurato non solo la libertà dal bisogno ma anche l’appagamento dello spirito umano. Alla fine, dopo ottant’anni di crescente follia e brutalità, il movimento è crollato come credibile guida verso il futuro del mondo.

Anche gli altri sistemi di sperimentazione sociale, pur ripudiando il ricorso a metodi inumani, traevano il loro impulso morale e intellettuale dalla medesima angusta concezione della realtà. Si radicò la convinzione che, essendo gli esseri umani attori fondamentalmente motivati da interessi personali nelle cose riguardanti il proprio benessere economico, la creazione di società giuste e prosperose potesse essere assicurata solo da uno dei molti schemi di quella che era definita modernizzazione. Ma gli ultimi decenni del XX secolo si sono piegati sotto il crescente peso di prove contrarie: la crisi della vita familiare, la crescente criminalità, le disfunzioni dei sistemi educativi e un lungo elenco di altre patologie sociali che riportano alla mente le solenni parole del monito di Bahá’u’lláh sulle imminenti condizioni della società umana: «Tale sarà la sua triste sorte che svelarla adesso non sarebbe né conveniente né opportuno».2

La sorte di quello che il mondo ha imparato a chiamare sviluppo socio-economico non ha lasciato dubbi sul fatto che neppure le motivazioni più idealistiche sono in grado di correggere i fondamentali errori del materialismo. Nato sulla scia del caos della seconda Guerra mondiale, lo «sviluppo» è diventato la più vasta e ambiziosa impresa collettiva alla quale la razza umana si sia mai dedicata. La sua motivazione umanitaria è stata pari all’enorme investimento materiale e tecnologico che ha richiesto. Cinquant’anni dopo, pur riconoscendo i grandi benefici prodotti dallo sviluppo, l’impresa dev’essere considerata, in base ai suoi stessi criteri, uno scoraggiante fallimento. Lungi dal diminuire il divario fra il benessere del piccolo segmento della famiglia umana che gode dei benefici della modernità e le condizioni delle vaste popolazioni sprofondate in una disperata indigenza, lo sforzo collettivo iniziatosi con tante speranze ha visto quel divario trasformarsi in un abisso.

La cultura consumistica, erede per inadempienza del vangelo del miglioramento umano dettato dal materialismo, non prova imbarazzo oggi davanti all’effimerità delle aspirazioni che l’ispirano. Per la piccola minoranza delle persone che se li possono permettere, i benefici che essa offre sono immediati e la sua logica non ha bisogno di giustificazioni. Imbaldanzita dal tracollo della moralità tradizionale, l’avanzata del nuovo credo non è altro che il trionfo di una pulsione animale, tanto istintiva e cieca quanto l’avidità, finalmente libera da freni di sanzioni sovrannaturali. La sua vittima più ovvia è stata il linguaggio. Tendenze un tempo universalmente condannate come debolezze morali diventano necessità del progresso sociale. L’egoismo si converte in un’apprezzata risorsa commerciale, la falsità si ricicla come informazione del pubblico, perversioni di vario genere pretendono sfrontatamente lo stato di diritti civili. Sotto le forme di appropriati eufemismi, l’avidità, la lussuria, l’indolenza, l’orgoglio, perfino la violenza, non solo riscuotono vasti consensi, ma acquistano valore sociale ed economico. Ironicamente, come le parole hanno perso il loro significato, altrettanto è accaduto alle comodità e alle acquisizioni materiali alle quali la verità è stata disinvoltamente sacrificata.

Chiaramente, l’errore del materialismo non è stato il suo encomiabile sforzo di migliorare le condizioni di vita, ma la ristrettezza mentale e l’ingiustificata baldanza che ne hanno definito la missione. L’importanza della prosperità materiale e dei progressi scientifici e tecnologici necessari per conseguirla è un tema ricorrente negli scritti della Fede bahá’í. Ma com’era inevitabile fin dal principio, gli arbitrari tentativi di separare il benessere fisico e materiale dell’umanità dal suo sviluppo spirituale e morale ha finito per alienare le simpatie di quelle stesse popolazioni i cui interessi la cultura materialistica si propone di servire. «Vedete come ogni giorno il mondo sia afflitto da nuove calamità», ammonisce Bahá’u’lláh. «Il suo male s’avvicina alla fase dell’inguaribilità assoluta, perché s’impedisce al vero Medico di somministrare il rimedio, mentre ai ciarlatani è fatta benevola accoglienza e accordata piena libertà di azione».3

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Oltre alla disillusione delle promesse del materialismo, una forza di cambiamento che indebolisce le errate concezioni della realtà che l’umanità si è portata nel XXI secolo è l’integrazione globale. Nel suo aspetto più semplice, questa forza assume le forme dei progressi delle tecnologie della comunicazione che aprono importanti strade all’integrazione delle varie popolazioni del pianeta. Oltre a facilitare gli scambi interpersonali e intersociali, il generale accesso all’informazione finisce per far diventare il sapere accumulato delle ere, finora riservato a privilegiate elite, un patrimonio dell’intera famiglia umana, senza distinzioni di nazione, razza o cultura. Malgrado tutte le madornali iniquità che l’integrazione globale perpetua, anzi aggrava, nessun osservatore informato può disconoscere lo stimolo alla riflessione sulla realtà che questi cambiamenti hanno prodotto. E la riflessione ha messo in discussione tutte le autorità costituite, non solo quella della religione e della moralità, ma anche quella del governo, della cultura accademica, del commercio, dei mezzi d’informazione e, sempre più spesso, anche quella dell’opinione della scienza.

Oltre agli aspetti tecnologici, l’unificazione del pianeta sta producendo altri, ancor più diretti, effetti sul pensiero. È impossibile sopravvalutare, per esempio, l’entità della trasformazione della coscienza globale indotta dai viaggi internazionali massificati. Ancor più importanti sono state le conseguenze delle ingenti migrazioni che il mondo ha visto nei centocinquant’anni trascorsi da quando il Báb dichiarò la Sua missione. Milioni di rifugiati in fuga davanti alle persecuzioni hanno percorso avanti e indietro come grandi mareggiate i continenti europeo, africano e asiatico, soprattutto. Dietro il dolore prodotto da questo tumulto s’intravede la progressiva integrazione delle razze e delle culture del mondo nella cittadinanza di un’unica patria globale. Persone di tutte le provenienze sono state esposte alle culture e alle norme di altre persone delle quali i loro progenitori sapevano poco o punto e questo ha stimolato una ricerca di significato alla quale non si può sfuggire.

È impossibile immaginare come sarebbe stata la storia degli ultimi centocinquant’anni se uno dei principali arbitri delle cose del mondo cui Bahá’u’lláh Si rivolse si fosse dato la pena di riflettere su una concezione della realtà suffragata dalle credenziali morali del proprio Autore, credenziali morali del tipo che essi affermavano di tenere nella più alta considerazione. Ma per i bahá’í è incontrovertibile che, malgrado questa inadempienza, le trasformazioni annunciate dal messaggio di Bahá’u’lláh si stanno irresistibilmente realizzando. Grazie alle scoperte e alle traversie che condividono, i popoli delle diverse culture stanno arrivando a confrontarsi con quella comune umanità che si trova sotto una superficie di immaginarie differenze di identità. Accanitamente osteggiato in alcune società e benevolmente accolto altrove come una liberazione da limitazioni insensate e soffocanti, il sentimento che gli abitanti della terra sono in realtà «foglie di un unico albero»4 sta a poco a poco diventando il metro per la valutazione degli sforzi collettivi dell’umanità.

Il crollo della fede nelle certezze del materialismo e la progressiva globalizzazione dell’esperienza umana si rafforzano reciprocamente nella voglia di comprendere lo scopo dell’esistenza che essi ispirano. Si contestano valori fondamentali, si abbandonano attaccamenti parrocchiali, si accettano richieste un tempo impensabili. È questo lo sconvolgimento universale, spiega Bahá’u’lláh, che le scritture delle antiche religioni hanno descritto con l’immagine del «giorno della Resurrezione»: «Il grido è stato lanciato e le genti sono uscite dai sepolcri e alzandosi si guardano attorno».5 Al di là di tutte le dislocazioni e le sofferenze, il processo è essenzialmente spirituale: «Ha spirato la brezza del Misericorde e le anime sono state risvegliate negli avelli dei loro corpi».6

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Nell’intero corso della storia, i principali fattori dello sviluppo spirituale sono state le grandi religioni. Per la maggioranza degli uomini della terra le scritture di questi grandi sistemi di credenze sono stati, nelle parole di Bahá’u’lláh, «la Città di Dio»,7 una fonte di sapere che abbraccia totalmente la coscienza, un sapere così convincente da dotare i sinceri «d’un nuovo occhio, d’un nuovo orecchio, d’un nuovo cuore e di una nuova mente».8 Una vasta letteratura, alla quale hanno contribuito tutte le culture religiose, documenta l’esperienza del trascendente narrata da generazioni di ricercatori. Per millenni, la vita di coloro che hanno risposto alle intimazioni del Divino ha ispirato opere strabilianti nel campo della musica, dell’architettura e di altre arti, opere che hanno incessantemente rinnovato l’esperienza dell’anima per milioni di confratelli. Nessun’altra forza al mondo è stata capace di evocare dagli esseri umani altrettanto eroismo, abnegazione e autodisciplina. A livello sociale, i principi morali che ne sono scaturiti si sono ripetutamente tradotti in codici universali di leggi, a regolare e nobilitare le relazioni umane. Viste nel loro vero significato, le grandi religioni spiccano come le grandi forze motrici del processo dell’incivilimento. Chi sostiene il contrario ignora i fatti della storia.

Perché mai, dunque, questo retaggio così ricco non è l’elemento centrale dell’odierno risveglio della ricerca spirituale? Si stanno marginalmente compiendo sinceri tentativi per riformulare gli insegnamenti che hanno dato origine alle varie fedi, nella speranza di rinnovarne il fascino, ma la maggior parte della ricerca è sparpagliata, individuale e sconnessa. Le scritture non sono cambiate, i principi morali in esse contenuti non hanno perso niente della loro validità. Chiunque rivolga sinceramente le proprie domande al Cielo, se persevera, riesce a scoprire una parola di risposta nei Salmi o nelle Upanishad. Chiunque abbia una qualche intuizione della Realtà che trascende questa realtà materiale viene toccato nel cuore dalle parole con cui Gesù o Buddha ne parla con tanta intimità. Le visioni apocalittiche del Corano continuano a offrire ai lettori la convincente rassicurazione che, nello scopo divino, la realizzazione della giustizia occupa una posizione centrale. E, nei loro aspetti essenziali, le vite degli eroi e dei santi non sembrano aver perso il significato che avevano quando furono vissute secoli fa. Per molte persone di fede, perciò, l’aspetto più doloroso dell’attuale crisi della civiltà è che la ricerca della verità non si sia indirizzata con fiducia verso le familiari strade della religione.

Il problema è, ovviamente, duplice. L’anima razionale non si limita ad occupare una sfera privata, ma è una componente attiva dell’ordine sociale. Anche se le verità ricevute dalle grandi fedi restano valide, l’esperienza quotidiana dell’uomo del XXI secolo è inimmaginabilmente lontana da quella che avrebbe conosciuto nelle epoche in cui quella guida è stata rivelata. Il processo decisionale democratico ha radicalmente modificato il rapporto fra l’individuo e l’autorità. Con sempre maggior fiducia e successo, le donne giustamente insistono sul loro diritto alla piena parità con gli uomini. Le rivoluzioni della scienza e della tecnologia modificano non solo il funzionamento della società, ma anche il suo concetto, anzi modificano il concetto dell’esistenza stessa. L’educazione universale e un’intensa proliferazione di nuovi campi della creatività aprono la strada a visioni che facilitano la mobilità e l’integrazione sociale e creano opportunità dalle quali le regole della legge incoraggiano il cittadino a trarre pieno profitto. La ricerca sulle cellule staminali, l’energia nucleare, l’identità sessuale, la pressione ecologica e l’uso delle ricchezze sollevano, a dir poco, problemi sociali che non hanno precedenti. Tutte queste cose e un’infinità di altri cambiamenti in ogni aspetto della vita umana hanno posto tanto la società quanto i suoi membri davanti a un nuovo mondo di scelte quotidiane. Ma non è cambiato l’imprescindibile requisito di fare, bene o male, quelle scelte. È qui che la natura spirituale della crisi contemporanea diventa più chiara, perché la maggior parte delle decisioni non sono semplicemente pratiche, sono morali. Perciò, la perdita della fede nella religione tradizionale è stata per lo più l’inevitabile conseguenza del fatto che non si è riusciti a trovare in essa la guida necessaria per vivere la modernità con successo e con fiducia.

Un secondo ostacolo alla rinascita dei sistemi delle credenze ereditate come risposta agli aneliti spirituali dell’umanità sono gli effetti della globalizzazione cui si è già accennato. In tutto il pianeta, persone che sono cresciute in un dato sistema di riferimento religioso si trovano improvvisamente costrette a stare accanto ad altre persone le cui credenze e i cui usi appaiono di primo acchito irrimediabilmente diversi dai loro. Le differenze possono dare origine ad atteggiamenti di difesa, a sotterranei risentimenti e ad aperti conflitti, e spesso lo fanno. Ma molte volte spingono a riesaminare le dottrine ereditate e incoraggiano la ricerca nel tentativo di scoprire valori comuni. L’appoggio ottenuto dalle varie attività interreligiose è indubbiamente per lo più dovuto a questo tipo di reazione da parte della gente. Questi atteggiamenti comportano un’inevitabile contestazione delle dottrine religiose che ostacolano l’associazione e la comprensione. Ma se molte persone la cui fede appare fondamentalmente diversa dalla propria vivono nondimeno una vita morale degna di ammirazione, che cos’è che rende la propria fede superiore alla loro? In altre parole, se tutte le grandi religioni condividono alcuni valori fondamentali, gli attaccamenti settari non rischiano di rafforzare incresciose barriere fra una persona e il suo prossimo?

Ben pochi di coloro che hanno una qualche cognizione obiettiva di questo tema s’illudono oggi che uno degli antichi sistemi di fede consolidati possa assumere il ruolo di ultima guida dell’umanità nei problemi della vita contemporanea, anche nell’improbabile eventualità che le sue varie sette si riunissero allo scopo. Ciascuna di quelle che il mondo considera religioni indipendenti è inquadrata in una forma creata dalle sue autorevoli scritture e dalla sua storia. Non potendo rimodellare il proprio sistema di credenze in modo da trarre legittimità dalle autorevoli parole del proprio Fondatore, esse non possono neppure rispondere adeguatamente ai moltissimi interrogativi suscitati dall’evoluzione sociale e intellettuale. Per quanto doloroso sia per molti, tutto questo non è altro che un aspetto intrinseco del processo evolutivo. Qualsiasi tentativo di forzare un’inversione può solo portare a una maggiore disillusione nei confronti della religione ed esacerbare il conflitto fra le sette.

(

Il dilemma è artificiale e autoindotto. L’ordine mondiale, se possiamo così chiamarlo, nel quale i bahá’í svolgono l’opera di condivisione del messaggio di Bahá’u’lláh ha una concezione della natura umana e dell’evoluzione sociale così radicalmente sbagliata da ostacolare gravemente i tentativi di miglioramento umano più intelligenti e meglio intenzionati. Questo è particolarmente vero rispetto alla confusione che circonda praticamente ogni aspetto del tema della religione. Per rispondere adeguatamente ai bisogni spirituali del prossimo i bahá’í devono comprendere più a fondo i temi pertinenti. L’entità dello sforzo di immaginazione che questa sfida richiede può essere dedotta dal consiglio che è forse l’ammonimento più frequentemente e urgentemente ripetuto negli scritti della loro Fede: «meditate», «ponderate», «riflettete».

Nei discorsi popolari è luogo comune affermare che per «religione» si debba semplicemente intendere la moltitudine di sette oggi esistenti. Questa affermazione suscita comprensibilmente in altri ambienti la risentita obiezione che per religione s’intende l’uno o l’altro dei grandi sistemi di credenze indipendenti della storia che hanno plasmato e ispirato intere civiltà. Ma questa opinione, a sua volta, si scontra con l’inevitabile quesito sull’ubicazione di queste fedi storiche nel mondo contemporaneo. Dove si trovano precisamente l’«Ebraismo», il «Buddhismo», il «Cristianesimo», l’«Islam», eccetera, essendo ovviamente impossibile identificarli con le organizzazioni inconciliabilmente opposte che affermano di parlare autorevolmente in loro nome? E il problema non finisce qui. Un’altra risposta alla domanda sarà quasi certamente che per religione s’intende un atteggiamento della vita, il sentimento di un rapporto con una Realtà trascendente l’esistenza materiale. Così concepita, la religione è un attributo della persona umana, un impulso che non è passibile di organizzazione, un’esperienza universalmente accessibile. Ma questo orientamento sarà, a sua volta, considerato dalla maggioranza delle persone di fede privo dell’autorità dell’autodisciplina e dell’effetto unificatore che dà un senso alla religione. Altri obietteranno invece che religione significa lo stile di vita di persone che, come loro, hanno adottato severi regimi di quotidiana ritualità e diuturna abnegazione che li distinguono nettamente dal resto della società. Tutte queste disparate concezioni hanno in comune la misura in cui un fenomeno che tutti riconoscono trascendere ogni possibilità umana è stato a poco a poco imprigionato entro limiti concettuali, organizzativi, teologici, esperienziali o rituali, d’invenzione umana.

Gli insegnamenti di Bahá’u’lláh dirimono questo groviglio di opinioni contraddittorie e, così facendo, riformulano molte verità che, esplicitamente o implicitamente, si trovano nel cuore di ogni rivelazione divina. Anche se questa non è una lettura completa del Suo intento, Bahá’u’lláh chiarisce che ogni tentativo di cogliere o prospettare la realtà di Dio in un catechismo e in un credo è un esercizio di autoinganno: «A ogni cuore sottile e illuminato è evidente che Dio, Essenza inconoscibile, Essere divino, è immensamente eccelso al di là d’ogni attributo umano, come esistenza corporea, ascesa e discesa, egresso e regresso. Lungi dalla Sua gloria qualsiasi cosa lingua umana possa adeguatamente cantare in Sua lode, o cuore umano comprendere del Suo insondabile mistero».9 Lo strumento attraverso il quale il Creatore di tutte le cose interagisce con l’evolvente creato che Egli ha portato all’esistenza è l’apparizione di Figure profetiche che manifestano gli attributi di una Divinità inaccessibile: «E poiché la porta della sapienza dell’Antico dei Giorni è chiusa a tutti gli esseri, la Sorgente della grazia infinita… ha fatto sì che dal regno dello spirito apparissero, nella nobile forma del tempio umano, le luminose Gemme della Santità e, manifestate a tutti gli uomini, impartissero al mondo i misteri dell’Essere immutabile e narrassero gli arcani della Sua Essenza imperitura».10

Pensare di poter giudicare i Messaggeri di Dio, esaltandone uno sugli altri, significherebbe cedere all’errore che l’Eterno, Colui Che tutto abbraccia, è soggetto alle bizzarrie delle preferenze umane. «È chiaro ed evidente», sono le esatte parole di Bahá’u’lláh, «che tutti i Profeti sono Templi della Causa di Dio apparsi in differenti vesti. Se osserverai con occhio scrutatore, li vedrai dimorare tutti nello stesso tabernacolo, librarsi nello stesso cielo, assisi sullo stesso trono, pronunziare le stesse parole e proclamare la stessa Fede».11 Altrettanto presuntuoso sarebbe immaginare che la natura di queste Figure incomparabili possa, o debba, essere definita da teorie mutuate dall’esperienza fisica. Per «conoscenza di Dio», spiega Bahá’u’lláh, si deve intendere la conoscenza delle Manifestazioni Che rivelano il Suo volere e i Suoi attributi ed è qui che l’anima si associa intimamente con un Creatore Che altrimenti trascende il linguaggio e la comprensione: «Attesto», afferma Bahá’u’lláh sullo stadio delle Manifestazioni di Dio, «… che, per la Tua beltà, la beltà dell’Adorato è stata svelata, che, per mezzo del Tuo volto, il volto del Desiato ha brillato...».12

Così concepita, la religione risveglia l’anima a potenzialità altrimenti inimmaginabili. Nella misura in cui una persona impara a beneficiare dell’influenza della rivelazione di Dio per questa era, la sua natura s’imbeve gradualmente degli attributi del mondo divino: «Grazie agli Insegnamenti di questo Astro di Verità», spiega Bahá’u’lláh, «tutti gli uomini progrediscono e si sviluppano fino conseguire lo stadio in cui possono mostrare le forze potenziali delle quali il loro intimo vero essere è stato dotato».13 Poiché lo scopo dell’umanità prevede anche che essa porti avanti «una civiltà in continuo progresso»,14 fra gli straordinari poteri di cui la religione è investita vi è anche la capacità di affrancare dai limiti del tempo coloro che credono, ispirandoli a compiere sacrifici a nome delle generazioni dei secoli futuri. Anzi, essendo l’anima immortale, il risveglio alla propria vera natura le conferisce il potere di mettersi al servizio del processo evolutivo non solo in questo mondo ma ancor più direttamente nei mondi dell’al di là: «La luce che tali anime irradiano», afferma Bahá’u’lláh, «dà vita al progresso del mondo e all’elevazione dei suoi popoli… Tutte le cose devono avere una causa, una forza motrice, un principio animatore. Queste anime, che sono il simbolo della rinunzia, hanno fornito e continuano a fornire il supremo impulso motore nel mondo dell’esistenza».15

Pertanto, credere è un impulso necessario e inestinguibile della specie che un influente pensatore moderno ha definito «l’evoluzione divenuta cosciente di se stessa».16 Se, come gli eventi del XX secolo tristemente e convincentemente dimostrano, la naturale espressione della fede viene artificialmente bloccata, essa s’inventa oggetti da adorare, sia pure indegni o addirittura degradati, che in qualche modo appaghino il desiderio di certezza. È un impulso che non si fa negare.

In breve, durante il continuo processo della rivelazione, Colui Che è la Sorgente del sistema di sapere che chiamiamo religione dimostra che il sistema è integro e libero dalle contraddizioni imposte dalle ambizioni settarie. L’opera di ciascuna delle Manifestazioni di Dio ha un’autonomia e un’autorità che trascendono qualsiasi valutazione, ma è anche uno stadio dell’illimitata fioritura di un’unica Realtà . Dato che lo scopo del susseguirsi delle rivelazioni di Dio è il risveglio dell’umanità alle proprie capacità e responsabilità di fiduciaria del creato, il processo non è semplicemente ripetitivo, ma progressivo e lo si può comprendere pienamente solo se lo si percepisce in questo contesto.

I bahá’í non possono assolutamente dire di aver compreso in un momento così precoce altro che una minima parte delle verità racchiuse nella rivelazione sulla quale la loro Fede si basa. Per esempio, parlando dell’evoluzione della Causa il Custode ha detto: «Tutto quello che possiamo ragionevolmente osare è tentare di cogliere un barlume dei primi raggi dell’Alba promessa che, nella pienezza dei tempi, fugherà le tenebre che hanno avviluppato l’umanità».17 Oltre a incoraggiare l’umiltà, questo fatto deve anche continuamente ricordare che Bahá’u’lláh non ha fondato una nuova religione da schierare accanto alle molte organizzazioni settarie oggi esistenti. Egli ha rimodellato l’intera concezione della religione in quanto prima forza motrice dello sviluppo della coscienza. Poiché la razza umana con tutte le sue diversità è un’unica specie, anche l’intervento mediante il quale Iddio coltiva le qualità della mente e del cuore in essa latenti è un processo unitario. I suoi eroi e i suoi santi sono gli eroi e i santi di tutti gli stadi della lotta, i suoi successi, i successi di tutti gli stadi. Questo è il principio dimostrato dalla vita e dall’opera del Maestro e attualmente esemplificato da una comunità bahá’í divenuta erede dell’intero lascito spirituale dell’umanità, un lascito parimenti accessibile a tutti i popoli della terra.

La ricorrente prova dell’esistenza di Dio è, pertanto, il Suo ripetuto manifestarSi sin da tempi immemorabili. In senso più ampio, come spiega Bahá’u’lláh, la vasta epopea della storia religiosa dell’umanità rappresenta la realizzazione del «Patto», la perpetua promessa per cui il Creatore di tutte le cose assicura alla razza che non le farà mai mancare la guida essenziale per il suo sviluppo spirituale e morale e le chiede di interiorizzarne ed esprimerne i valori. Chi voglia farlo è libero di contestare con interpretazioni storicistiche la testimonianza del ruolo incomparabile di questo o di quel Messaggero di Dio, ma questo tipo di speculazione non spiegherà mai gli sviluppi che hanno trasformato il pensiero e prodotto nei rapporti umani cambiamenti fondamentali ai fini dell’evoluzione sociale. A intervalli così lunghi che gli esempi conosciuti si possono contare sulle dita, le Manifestazioni di Dio sono apparse, sono state esplicite circa l’autorità dei Propri insegnamenti e hanno esercitato sul progresso della civiltà un’influenza infinitamente superiore a quella esercitata da qualsiasi altro fenomeno della storia. «Considerate l’ora in cui la suprema Manifestazione di Dio Si rivela agli uomini», osserva Bahá’u’lláh. «Prima che scocchi quest’ora l’Antico Essere, Che è ancora sconosciuto agli uomini e non ha ancora proferito il Verbo di Dio, è in Sé l’Onnisciente, in un mondo privo di qualsiasi uomo che L’abbia conosciuto. Egli è, invero, il Creatore senza creazione».18

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L’obiezione più comunemente sollevata contro la suddetta concezione della religione è che le fedi rivelate sono così radicalmente diverse le une dalle altre che presentarle come stadi o aspetti di un sistema unificato di verità significa violentare i fatti. Vista la confusione che regna sulla natura della religione, questa reazione è comprensibile. Ma per i bahá’í questa obiezione è soprattutto un invito a inquadrare più esplicitamente i principi in esame nel contesto evolutivo esposto negli scritti di Bahá’u’lláh.

Le differenze cui si accennava rientrano nelle categorie degli usi e delle dottrine, ambedue presentati come il fine delle relative scritture. Nel caso dei costumi religiosi che regolano la vita personale, può essere utile esaminare la questione nel contesto di alcuni aspetti equiparabili della vita materiale. È assai improbabile che pur cospicue diversità di igiene, abbigliamento, medicina, alimentazione, mezzi di trasporto, modalità belliche, attività edilizie o economiche siano oggi addotte a sostegno della teoria secondo la quale l’umanità non costituisce in pratica un solo, unico popolo. Queste argomentazioni semplicistiche sono state abituali fino agli inizi del XX secolo, ma le ricerche storiche e antropologiche ci presentano ora un ininterrotto panorama del processo dell’evoluzione culturale che ha visto queste e infinite altre espressioni della creatività umana nascere, trasmettersi di generazione in generazione, subire graduali metamorfosi e spesso giungere ad arricchire la vita di popoli di terre molto lontane. Pertanto, il fatto che le società odierne presentino un’ampia varietà di tali fenomeni non definisce assolutamente un’identità fissa e immutabile di una data popolazione, ma semplicemente distingue lo stadio che un dato gruppo sta, o stava recentemente, attraversando. E anche in questo caso, le espressioni culturali si trovano oggi in uno stato di fluidità in seguito alle pressioni dell’integrazione planetaria.

Un analogo processo evolutivo, spiega Bahá’u’lláh, ha caratterizzato la vita religiosa dell’umanità. La differenza determinante consiste nel fatto che le norme religiose non sono semplici accidenti del metodo per tentativi costantemente utilizzato dalla storia, ma sono state esplicitamente prescritte volta per volta, come parte integrante di una delle molte rivelazioni del Divino, incorporate in una scrittura e scrupolosamente preservate nella loro integrità per secoli e secoli. Mentre alcuni elementi di questo codice di comportamento alla fine raggiungono l’intento e con l’andar del tempo sono messi in ombra da interessi di altra natura suscitati dal processo dell’evoluzione sociale, il codice in sé non perde nulla della propria autorità nel corso della lunga fase del progresso umano durante la quale esso svolge un ruolo così importante nella formazione dei comportamenti e degli atteggiamenti. «Questi principi, queste leggi, questi potenti sistemi così solidamente insediati», afferma Bahá’u’lláh, «sono scaturiti da un’unica Sorgente e sono raggi di una sola Luce: la differenza che si riscontra fra loro deve attribuirsi alle diverse esigenze delle età in cui furono promulgati».19

Pertanto, sostenere che la diversità delle regole, delle osservanze e di altri costumi è un’obiezione significativa contro l’idea dell’essenziale unità della religione rivelata significa non capire lo scopo al quale quelle prescrizioni erano finalizzate. Peggio ancora, significa non cogliere la differenza fondamentale fra gli elementi eterni e quelli transitori della funzione della religione. Il messaggio essenziale della religione è immutabile. Essa è, nelle parole di Bahá’u’lláh, «l’immutabile Fede di Dio, eterna nel passato, eterna nell’avvenire».20 Il suo compito di aprire all’anima un strada per conseguire un più maturo rapporto con il suo Creatore, nonché di conferirle una sempre maggiore autonomia morale nella disciplina degli impulsi della natura umana, non è affatto inconciliabile con quello di fornirle una guida sussidiaria che promuova il processo di edificazione della civiltà.

Il concetto della rivelazione progressiva pone l’accento fondamentale sul riconoscimento della rivelazione di Dio nel momento in cui appare. L’inadempienza della maggioranza degli esseri umani sotto questo aspetto ha più volte condannato intere popolazioni alla ripetizione ritualistica di ordinanze e costumi molto tempo dopo che essi avevano raggiunto l’intento e quando ormai vanificavano il progresso morale. Un’ulteriore malaugurata conseguenza di questa inadempienza è stata, nei nostri giorni, lo svilimento della religione. Proprio nella fase del suo sviluppo collettivo nella quale l’umanità ha incominciato a lottare contro le sfide della modernità, la risorsa spirituale dalla quale aveva principalmente attinto coraggio e luce morale ha rapidamente incominciato a diventare oggetto di sarcasmo, dapprima negli ambienti nei quali si prendevano le decisioni sulla direzione che la società doveva seguire e poi in cerchie sempre più ampie della popolazione. Non c’è da sorprendersi dunque che questo oltremodo devastante fra i molti tradimenti delle aspettative subiti dalla fiducia umana abbia, nel corso del tempo, scalzato le fondamenta della fede. Per questo Bahá’u’lláh raccomanda più volte ai Suoi lettori di riflettere bene sulla lezione che si può trarre da quelle ripetute inadempienze: «Ponderate un momento e riflettete su ciò che è stato causa di tale negazione...».21 «Quale può essere stata la ragione della loro negazione e del loro allontanamento...?».22 «Che cosa può aver causato tale contesa...?».23 «Riflettete, quale può essere stato il motivo...?».24

Ancor più deleteria alla comprensione della religione è stata la presunzione dei teologi. Un costante aspetto del passato settario della religione è stato il ruolo dominante svolto dal clero. In mancanza di testi scritturali che stabilissero un’indiscutibile autorità istituzionale, le elite clericali sono riuscite ad arrogarsi il controllo esclusivo dell’interpretazione dell’intento divino. Sia pure per motivi diversi, ciò ha sortito il tragico effetto di impedire il flusso dell’ispirazione, di scoraggiare l’attività intellettuale indipendente, di orientare l’attenzione verso i dettagli dei rituali e molto spesso di generare odio e pregiudizio contro coloro che seguivano una strada settaria diversa da quella delle sedicenti guide spirituali. Anche se nulla ha potuto impedire che il potere creativo dell’intervento divino proseguisse la sua opera di graduale innalzamento delle coscienze, la misura di ciò che poté essere conseguito, nelle varie ere, fu sempre più ridotta da quegli ostacoli artificialmente costruiti.

Con l’andar del tempo, la teologia è riuscita a costruire nel cuore di ciascuna delle grandi fedi un’autorità parallela agli insegnamenti rivelati sui quali ciascuna tradizione era fondata, spesso nemica ad essi nello spirito. La nota parabola raccontata da Gesù del padrone di casa che sparge la semenza nel suo campo tratta questo problema e le sue moderne implicazioni: «Ma, mentre gli uomini dormivano, venne il suo nemico, e seminò delle zizzanie per mezzo il grano, e se ne andò».25 Quando i servitori gli propongono di estirparle, il padrone risponde: «No; che talora, cogliendo le zizzanie, non diradichiate insieme con esse il grano. Lasciate crescere amendue insieme, infino alla mietitura; e nel tempo della mietitura, io dirò a’ mietitori: Cogliete prima le zizzanie, e legatele in fasci, per bruciarle; ma accogliete il grano nel mio granaio».26 In tutte le sue pagine, il Corano riserva la sua più dura condanna ai danni spirituali prodotti da questa concorrente egemonia: «Dì: “In verità il mio Signore ha proibito le turpitudini, e quelle visibili e quelle intime e invisibili, e il peccato e il desiderio ingiusto, e di associare a Dio esseri che Dio non v’ha autorizzato ad associarGli, e di dire contro Dio cose che non sapete”».27 Per una mente moderna è una grande ironia che generazioni di teologi, i cui apporti imposti alla religione costituiscono l’esatto tradimento così duramente condannato in questi testi, cerchino di utilizzare l’arma di questo ammonimento per soffocare la protesta contro la loro usurpazione dell’autorità divina.

Infatti, ciascuno dei nuovi stadi della rivelazione della verità spirituale che andava progressivamente sbocciando si è congelato nel tempo e in una congerie di immagini e interpretazioni letterali, molte delle quali erano state mutuate da culture anch’esse moralmente esaurite. Qualunque valore abbiano avuto nei precedenti stadi dell’evoluzione della coscienza, i concetti della resurrezione della carne, di un paradiso di delizie corporali, della reincarnazione, di prodigi panteistici, eccetera, innalzano oggi muri di separazione e di conflitto in un’era in cui la terra è letteralmente diventata un’unica patria e gli esseri umani devono imparare a considerarsene i cittadini. In questo contesto si possono capire le ragioni della veemenza del monito di Bahá’u’lláh sugli ostacoli eretti dalla teologia dogmatica sulla via di coloro che cercano di comprendere il volere di Dio: «O capi della religione! Non giudicate il Libro di Dio con le misure e le scienze in uso fra voi, poiché il Libro stesso è l’infallibile Bilancia istituita fra gli uomini».28 Nella Sua Tavola al Papa Pio IX, Egli avverte il Pontefice che in questo giorno Dio ha «ha riposto nei recipienti della giustizia» ciò che nella religione vi è di duraturo e «gettato nel fuoco ciò che al fuoco si addice».29

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Liberata delle alte siepi con cui la teologia ha delimitato la comprensione della religione, la mente è in grado di esplorare noti passi scritturali con gli occhi di Bahá’u’lláh. «Questo Giorno è impareggiabile», Egli afferma, «perché è come l’occhio di ere e secoli passati e come luce per le tenebre dei tempi».30 L’osservazione più sorprendente che emerge quando si adotti questa prospettiva è l’unità di intenti e di principio che percorre le scritture ebraiche, il Vangelo e il Corano, in modo particolare, benché se ne possono scoprire echi anche nelle scritture di altre religioni del mondo. I medesimi temi direttivi emergono ripetutamente dalla matrice di precetti, esortazioni, simboli, racconti e interpretazioni in cui sono incastonati. Di queste verità fondamentali, la più caratteristica di tutte è la progressiva articolazione e solenne affermazione dell’unità di Dio, il Creatore di tutta l’esistenza del mondo fenomenico e dei regni che lo trascendono. «Io sono il Signore»,31 dichiara la Bibbia «e non ve n’è alcun altro; non vi è Dio alcuno fuor che me» e lo stesso concetto corrobora i successivi insegnamenti di Cristo e di Mu?ammad.

L’umanità, punto focale, erede e fiduciaria del mondo, esiste per conoscere il suo Creatore e per servire il Suo scopo. Nella sua massima espressione, l’innato impulso umano di rispondere assume la forma dell’adorazione, una condizione che comporta una totale sottomissione a una forza riconosciuta meritevole di tale omaggio. «Or al Re de’ secoli, immortale, invisibile, a Dio solo savio, sia onore, e gloria ne’ secoli de’ secoli».32 Inseparabile dallo spirito della riverenza è la sua espressione al servizio dello scopo divino per l’umanità. «Dì: “Nella mano di Dio v’è grazia sovrabbondante ed Egli la dà a chi vuole: ché Iddio è ampio sapiente”».33 Alla luce di questo modo di intendere, le responsabilità dell’uomo sono chiare: «La pietà non consiste nel volgere la faccia verso l’oriente o verso l’occidente», attesta il Corano, «bensì la vera pietà è quella di chi crede in Dio… e dà dei suoi averi, per amore di Dio, ai parenti e agli orfani e ai poveri e ai viandanti e ai mendicanti e a chi chiede...».34 «Voi siete il sale della terra»,35 Cristo dice a coloro che rispondono al Suo appello. «Voi siete la luce del mondo».36 Sintetizzando un tema ricorrente nelle scritture ebraiche che ricomparirà successivamente nel Vangelo e nel Corano, il profeta Michea chiede: «...e che richiede il Signore da te, se non che tu faccia ciò che è diritto, e ami benignità, e cammini in umiltà col tuo Dio?».37

Questi testi concordano anche sul fatto che la capacità dell’anima di arrivare a capire lo scopo del suo Creatore non dipende solo dai suoi sforzi, ma anche dagli interventi del Divino che le aprono la strada. Lo spiega con memorabile chiarezza Gesù: «Io son la via, la verità, e la vita; niuno viene al Padre se non per me».38 Se non la si vede come una sfida dogmatica agli altri stadi dell’unico, continuo processo della guida divina, questa affermazione è la chiara espressione della verità fondamentale della religione rivelata: che è possibile accedere all’inconoscibile Realtà che crea e regge l’esistenza solo se ci si risveglia all’illuminazione effusa da quel Regno. Una delle più amate sure del Corano riprende la metafora: «Dio è la Luce dei cieli e della terra… è Luce su Luce; e Iddio guida alla Sua luce chi Egli vuole».39 Nel caso dei profeti ebrei, l’intermediario divino che sarebbe successivamente apparso con il Cristianesimo nella persona del Figlio dell’uomo e con l’Islam nel Libro di Dio assunse la forma di un vincolante Patto che il Creatore fece con Abramo, patriarca e profeta: «Ed io fermerò il mio patto fra me e te, ed i tuoi discendenti dopo te, per le lor generazioni, per patto perpetuo; per esser l’Iddio tuo, e della tua progenie dopo te».40

Il succedersi delle rivelazioni del Divino appare come elemento esplicito, e talvolta implicito, di tutte le grandi fedi. Una delle sue più antiche e chiare espressioni si trova nel Bhagavad-Gita: «Io vengo, e vado, e vengo. Quando la Giustizia declina, o Bharata, quando la Malvagità è forte, Io sorgo, di era in era, e assumo forma visibile, e muovo un uomo fra gli uomini, soccorrendo i buoni, ricacciando i malvagi, e reinsediando la Virtù sul suo seggio».”41 Il dipanarsi di questa vicenda costituisce la struttura fondamentale della Bibbia, la cui sequenza di libri narra la missione non solo di Abramo e di Mosè – «il quale il Signore ha conosciuto a faccia a faccia»42 – ma anche della linea di profeti minori che hanno sviluppato e consolidato l’opera che i principali Autori di questo processo avevano iniziato. Analogamente, nessuna controversa e fantastica speculazione sull’esatta natura di Gesù è riuscita a separare la Sua missione dall’influenza trasformatrice esercitata sul corso della civiltà dall’opera di Abramo e di Mosè. Egli Stesso afferma che non sarà Lui a condannare chi respinge il Suo messaggio, ma Mosè «nel qual voi avete riposta la vostra speranza. Perciocché, se voi credeste a Mosè, credereste ancora a me; poiché egli ha scritto di me. Ma se non credete agli scritti d’esso, come crederete alle mie parole?».43 Con la rivelazione del Corano, il tema della sequenza dei Messaggeri di Dio diventa centrale: «Noi crediamo in Dio, in ciò ch’è stato rivelato a noi, e in ciò che fu rivelato ad Abramo, a Ismaele, a Isacco, a Giacobbe... e in ciò che fu dato a Mosé e a Gesù, e ai profeti dal Signore...».44

Per un lettore ben disposto e obiettivo di questi passi ciò che ne emerge è il riconoscimento dell’essenziale unità della religione. Così accade che il termine «Islam» (alla lettera, «sottomissione» a Dio) non indichi soltanto la particolare dispensazione della Provvidenza inaugurata da Mu?ammad ma, come le parole del Corano chiariscono incontrovertibilmente, la religione in sé. Se è giusto parlare di unità di tutte le religioni, è essenziale comprenderne il contesto. Al livello più profondo, come fa notare Baha’u’lláh, esiste una sola religione. La religione è la religione, come la scienza è la scienza. Quella discerne e articola i valori che vanno progressivamente sbocciando grazie alla rivelazione divina, questa è lo strumento mediante il quale la mente umana esplora e può sempre meglio influenzare il mondo fenomenico. L’una definisce traguardi finalizzati al processo evolutivo, l’altra ne favorisce il conseguimento. Assieme, esse sono il duplice sistema di sapere che muove il progresso della civiltà. Entrambe sono acclamate dal Maestro come «un fulgore del Sole della Verità».45

Pertanto, chi dice che l’opera di Mosè, Buddha, Zoroastro, Gesù, Mu?ammad, oppure della sequenza di Avatar che hanno ispirato le scritture indù, consiste nell’aver fondato religioni distinte non ha capito bene il loro incomparabile stadio. L’ha capito invece chi riconosce in Loro gli Educatori spirituali della storia, le forze animatrici della nascita delle civiltà grazie alle quali la coscienza è fiorita. «Era nel mondo», dichiara il Vangelo, «e il mondo è stato fatto per mezzo d’esso...».46 Che le loro persone siano state oggetto di una riverenza infinitamente più grande di quella tributata a qualsiasi altra figura della storia rispecchia il tentativo di articolare i sentimenti peraltro inesprimibili suscitati nel cuore di milioni e milioni di persone dalle grazie conferite dalla loro opera. Nell’amarli l’umanità ha progressivamente imparato che cosa significa amare Dio. Del resto, non c’è altro modo di farlo. Non li onorano di certo i maldestri tentativi di imprigionare il mistero essenziale della loro natura in dogmi inventati dall’immaginazione umana. Ciò che li onora è l’incondizionata resa dell’anima all’influenza trasformatrice di cui sono mediatori.

La confusione sul ruolo della religione nell’affinamento della coscienza morale è evidente anche nella comprensione popolare del suo contributo alla formazione della società. L’esempio più banale è probabilmente lo stato sociale inferiore che molti testi sacri assegnano alle donne. Se è vero che i conseguenti benefici che gli uomini ne hanno tratto sono stati un fattore consolidante di questa concezione, la giustificazione morale è stata indiscutibilmente fornita da ciò che la gente aveva capito dell’intento delle scritture. Tranne qualche eccezione, questi testi si rivolgono agli uomini e assegnano alle donne un ruolo subordinato, di sostegno, nella vita della religione e della società. Purtroppo, questo modo d’intendere ha deprecabilmente facilitato l’attribuzione alle donne della colpa primaria per inottemperanze nel controllo dell’impulso sessuale, un aspetto importantissimo del progresso morale. In un sistema di riferimento moderno, gli atteggiamenti di questo tipo sono subito giudicati prevenuti e ingiusti. Negli stadi di sviluppo sociale nei quali tutte le grandi fedi sono nate, la guida scritturale cercava in primo luogo di civilizzare, per quanto possibile, rapporti legati a circostanze storiche ostiche. Ci vuol poco a capire che aggrappandosi oggi a norme primitive si vanifica lo scopo del paziente affinamento del senso morale operato dalla religione.

Di analoghe considerazioni sono state oggetto le relazioni fra le società. La lunga e difficile preparazione del popolo ebraico alla sua missione è un esempio della complessità e dell’ostinazione delle sfide morali che essa ha comportato. Perché le capacità spirituali cui facevano appello i profeti potessero ridestarsi e fiorire, era necessario resistere, a qualsiasi costo, alle allettanti offerte delle attigue culture idolatre. I racconti scritturali delle adeguate punizioni subite da governanti e governati che avevano violato quel principio illustrava l’importanza ad esso attribuita dal divino intento. Una situazione in qualche modo paragonabile si presentò nella lotta che la neonata comunità fondata da Mu?ammad dovette sostenere per sopravvivere ai tentativi di distruggerla compiuti dalle tribù arabe pagane e nella barbara crudeltà e nell’implacabile spirito di vendetta che animava gli aggressori. Chi ne conosca i dettagli storici non farà fatica a capire la durezza delle ingiunzioni coraniche sul tema. Se alle fedi monoteiste degli ebrei e dei cristiani si doveva tributare rispetto, con l’idolatria non si ammettevano compromessi. In tempi relativamente brevi questa drastica regola riuscì a unificare le tribù della Penisola araba e a lanciare la nuova comunità verso oltre cinque secoli di conquiste morali, intellettuali, culturali ed economiche, un’impresa che era e resta ineguagliata per rapidità e latitudine di espansione. La storia tende ad essere un giudice severo. Alla fin fine, nella sua inflessibile prospettiva, sarà sempre possibile evidenziare a chi avrebbe ciecamente soffocato sul nascere queste imprese le conseguenze che ne sarebbero derivate confrontandole con i benefici che il mondo intero ha tratto dal trionfo della visione delle possibilità umane trasmessa dalla Bibbia e dai progressi resi possibili dal genio della civiltà islamica.

Uno dei temi più dibattuti fra coloro che vogliono comprendere l’evoluzione della società verso la maturità spirituale è quello dei delitti e delle pene. Pur diverse nelle modalità e nell’entità, le pene prescritte dalla maggior parte dei testi sacri per atti di violenza contro il bene comune o contro i diritti altrui sono quasi sempre state piuttosto dure. Per di più, hanno spesso previsto che alle parti lese o ai membri delle loro famiglie fosse permessa la ritorsione contro gli offensori. Ma, in una prospettiva storica, si ha motivo di chiedersi quali alternative pratiche ci fossero. Mancando non solo gli attuali programmi di modifica dei comportamenti, ma anche la possibilità di ricorrere a opzioni coercitive come le prigioni o corpi di polizia, la religione si preoccupava di imprimere indelebilmente nelle coscienze l’inaccettabilità morale, e i costi pratici, di comportamenti che altrimenti avrebbero scoraggiato gli sforzi volti al progresso sociale. L’intera civiltà ne ha tratto beneficio e sarebbe poco onesto non riconoscerlo.

Così è stato nel corso di tutte le dispensazioni religiose le cui origini sono sopravvissute nei documenti scritti. La mendicità, la schiavitù, l’autocrazia, la conquista, i pregiudizi etnici e altre sgradevoli caratteristiche dell’interazione sociale o sono rimaste incontestate o sono state esplicitamente assecondate, mentre la religione cercava di attuare riforme del comportamento reputate più immediatamente essenziali, nei vari stadi del progresso della civiltà. Condannare la religione perché una delle dispensazioni che si sono succedute non ha affrontato l’intera gamma dei mali della società significherebbe ignorare tutto ciò che si è appreso sulla natura dello sviluppo umano. Un pensiero così anacronistico crea inevitabilmente un handicap psicologico nel valutare e affrontare le esigenze dei propri tempi.

Il problema non è il passato, ma le sue ripercussioni sul presente. Le difficoltà sorgono quando i seguaci di una delle fedi del mondo si dimostrano incapaci di distinguerne gli elementi eterni da quelli transitori e tentano di imporre alla società regole comportamentali che hanno ormai ottenuto il proprio intento. Questo principio è fondamentale per comprendere il ruolo sociale della religione. «Il rimedio necessario al mondo nelle sue attuali afflizioni non potrà mai essere lo stesso che un’epoca futura potrà richiedere», fa notare Bahá’u’lláh. «Interessatevi premurosamente delle necessità dell’epoca in cui vivete e accentrate le vostre deliberazioni sulle sue esigenze e necessità».47

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Le esigenze della nuova era dell’esperienza umana che Bahá’u’lláh ha invitato i capi religiosi e politici del mondo del XIX secolo a prendere in esame sono in gran parte state riconosciute, per lo meno come ideali, dai loro successori e dalle menti favorevoli al progresso in tutto il mondo. Entro la fine del XX secolo, alcuni principi, che solo qualche decennio prima erano stati sbrigativamente definiti visionari e irrimediabilmente irrealistici, erano divenuti un elemento centrale del discorso globale. Suffragati dalle scoperte della ricerca scientifica e dalle conclusioni di influenti commissioni, spesso lautamente finanziate, essi ora dirigono l’opera di potenti agenzie internazionali, nazionali e locali. Un nutrito corpo multilingue di letteratura dotta esamina i metodi pratici da adottare per la loro applicazione e i suoi programmi possono contare sull’attenzione dei media nei cinque continenti.

La maggior parte di questi principi sono, purtroppo, diffusamente dileggiati non solo fra noti nemici della pace sociale, ma anche in ambienti che si dicono devoti ad essa. Ciò che manca non è una convincente testimonianza della loro pertinenza, ma il potere di un convincimento morale che li possa realizzare, un potere la cui unica fonte dimostratasi attendibile nel corso della storia è la fede religiosa. Agli inizi della missione di Bahá’u’lláh, l’autorità religiosa esercitava ancora una notevole influenza sociale. Quando il mondo cristiano si risolse a rompere con millenni di indiscusso convincimento e finalmente affrontò il morbo della schiavitù, i primi riformatori britannici cercarono di fare appello agli ideali della Bibbia. Successivamente, nel discorso programmatico da lui pronunciato sul ruolo centrale del problema nel grande conflitto americano, il Presidente degli Stati Uniti affermò che se «ogni goccia di sangue versato dalla frusta sarà ripagato con un altro versato dalla spada, ancora si dovrà dire, come fu detto tremila anni or sono: “i giudizi del Signore son verità, tutti quanti son giusti [Salmi XIX, 9]”».48 Ma quell’era stava rapidamente concludendosi. Nei sovvertimenti che seguirono la seconda Guerra mondiale, neppure un personaggio così influente come Mohandas Gandhi fu capace di mobilitare il potere spirituale dell’Induismo a sostegno dei propri tentativi di spegnere la violenza settaria nel subcontinente indiano. Né le guide della comunità musulmana ebbero maggior successo sotto questo aspetto. Come si prefigura nella visione metaforica del Corano del «giorno in cui arrotoleremo il cielo come rotolo di volume»,49 l’autorità un tempo indiscussa delle religioni tradizionali aveva smesso di dirigere i rapporti sociali dell’umanità.

È questo il contesto nel quale si possono incominciare a capire le immagini scelte da Bahá’u’lláh per descrivere il volere di Dio per la nuova era: « Non crediate che vi abbiamo rivelato un semplice codice di leggi. Anzi, con le dita della forza e del potere vi abbiamo dissuggellato il Vino prelibato».50 Grazie alla Sua rivelazione, i principi necessari al conseguimento collettivo della maggiore età da parte della razza umana sono stati investiti dell’unico potere capace di penetrare fino alle radici della motivazione umana e di modificare i comportamenti. Per chi ha riconosciuto Bahá’u’lláh, la parità fra uomini e donne non è un postulato sociologico, ma una verità rivelata sulla natura umana, che si ripercuote su ogni aspetto dei rapporti umani. Altrettanto dicasi del Suo principio dell’unità delle razze. L’educazione universale, la libertà di pensiero, la protezione dei diritti umani, il riconoscimento del fatto che le risorse della terra sono un pegno affidato all’intera umanità, la responsabilità della società quanto al benessere della sua cittadinanza, la promozione della ricerca scientifica, perfino un principio così pratico come la lingua ausiliaria internazionale che favorirà l’integrazione dei popoli del mondo, tutti questi precetti e altri ancora sono investiti, per tutti coloro che rispondono alla rivelazione di Bahá’u’lláh, della stessa soggiogante autorità di cui sono investite le ingiunzioni scritturali contro l’idolatria, il furto e la falsa testimonianza. Mentre di alcuni di essi si può intravedere qualche accenno in precedenti scritti sacri, la loro definizione e prescrizione ha dovuto necessariamente attendere che le eterogenee popolazioni del pianeta potessero partire tutte assieme, come un’unica razza umana, alla scoperta della propria natura. Grazie al potenziamento spirituale portato dalla rivelazione di Bahá’u’lláh le norme divine possono essere comprese, non già come principi e leggi isolate, ma come sfaccettature di un’unica visione complessiva del futuro dell’umanità, rivoluzionaria nel suo scopo ed esaltante per le possibilità che apre.

Parte integrante di questi insegnamenti sono alcuni principi riguardanti l’amministrazione degli affari collettivi dell’umanità. Un passo molto citato della Tavola di Baha’u’lláh alla Regina Vittoria contiene un fervido elogio del principio del governo democratico e costituzionale, ma anche un monito sul contesto di responsabilità globale nel quale quel principio deve operare se vuole realizzare i propri scopi in questa era: «O rappresentanti eletti dal popolo in ogni terra! Consultatevi e il vostro intento sia soltanto quello di giovare all'umanità e migliorarne le condizioni, se siete di coloro che osservano con profitto. Paragonate il mondo al corpo umano che, per quanto sano e perfetto al momento della creazione, è stato afflitto, per cause diverse, da gravi disturbi e malanni. Neppure per un solo giorno ha trovato pace, anzi la sua malattia s’è sempre più aggravata perché è caduto sotto le cure di medici ignoranti, che dando libero sfogo ai loro desideri personali hanno commesso madornali errori. E se, una volta, in seguito alle cure di un abile medico, un membro di quel corpo fu risanato, gli altri rimasero afflitti dal male come prima».51 In altri passi Bahá’u’lláh ne specifica alcune ripercussioni pratiche. I governi del mondo sono invitati a convocare un corpo consultivo internazionale, come base, nelle parole del Custode, di «un sistema federale mondiale»,52 investito del potere di salvaguardare l’autonomia e il territorio dei suoi stati membri, di dirimere dispute nazionali e regionali e di coordinare programmi di sviluppo globale per il bene dell’intera razza umana. È significativo che Baha’u’lláh attribuisca a questo sistema, una volta instaurato, il diritto di reprimere con la forza eventuali atti di aggressione di uno stato contro un altro. Rivolgendosi ai governanti dei Suoi tempi, Egli asserisce chiaramente la sanzione morale di una simile azione: «Se uno di voi prendesse le armi contro un altro, insorgete tutti contro di lui, poiché questa non è altro che palese giustizia».53

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Il potere mediante il quale queste mete saranno a poco a poco conseguite è quello dell’unità. Pur essendo per i bahá’í la più ovvia delle verità, le sue ripercussioni sulla presente crisi della civiltà sembra sfuggire alla maggior parte del dibattito contemporaneo. È difficile negare che il morbo universale che insidia la salute del corpo dell’umanità è la mancanza di unità. Dappertutto le manifestazioni di questo morbo paralizzano le volontà politiche, debilitano il bisogno collettivo di cambiamento e avvelenano i rapporti fra le nazioni e le religioni. È strano dunque che l’unità sia considerata un traguardo da conseguire, caso mai, in un lontano futuro, dopo avere affrontato e in qualche modo risolto uno stuolo di disordini della vita sociale, politica, economica e morale. Eppure quei disordini sono essenzialmente sintomi ed effetti collaterali del problema e non la sua causa principale. Come mai un così fondamentale stravolgimento della realtà è arrivato ad essere così largamente accettato? La risposta è che probabilmente si pensa che il conseguimento di un’autentica unità di mente e di cuore da parte di popoli le cui esperienze sono tanto diverse esuli dalle capacità delle istituzioni esistenti. Questa tacita ammissione, pur essendo un gradito passo avanti rispetto al modo d’intendere i processi dell’evoluzione sociale in auge qualche decennio or sono, è di limitato aiuto pratico per rispondere alla sfida.

L’unità è una condizione dello spirito umano. L’educazione, e la legislazione, possono sostenerla e migliorarla, ma possono farlo solo dopo che essa si sia affermata come innegabile forza della vita sociale. L’intellighenzia globale, le cui prescrizioni sono largamente influenzate dalle erronee concezioni materialistiche della realtà, si aggrappa ostinatamente alla speranza che fantasiose ingegnerie sociali, appoggiate da compromessi politici, possano rimandare all’infinito i potenziali disastri che pochi negano incombere sul futuro dell’umanità. «Sappiamo bene che la razza umana è assediata da gravi e innumerevoli afflizioni», afferma Bahá’u’lláh. «Coloro che sono ebbri di vanagloria s’interpongono fra lei e l’infallibile Medico divino. Guardate come abbiano avviluppato tutti gli uomini, inclusi se stessi, nelle reti dei loro espedienti. Non sanno scoprire la causa dell’infermità e non conoscono il rimedio».54 Essendo l’unità il rimedio delle infermità del mondo, la sua unica fonte sicura si trova nel ripristino dell’influenza religiosa sulle cose umane. Le leggi e i principi rivelati da Dio, in questo giorno, dichiara Bahá’u’lláh, «sono i più potenti strumenti e i mezzi più sicuri per far sorgere la luce dell'unità fra gli uomini».55 «Qualsiasi cosa sarà edificata su queste fondamenta, i cambiamenti e gli avvenimenti del mondo non potranno mai intaccarne la resistenza, né potrà minarne la struttura il corso di innumerevoli secoli».56

Pertanto, la creazione di una comunità globale che rispecchi l’unità del genere umano occupa una posizione centrale nella missione di Bahá’u’lláh. La massima testimonianza che la comunità bahá’í possa addurre per comprovare la Sua missione è l’esempio dell’unità che i Suoi insegnamenti hanno prodotto. Entrando nel XXI secolo, la Causa bahá’í è un fenomeno diverso da qualunque altra cosa il mondo abbia visto. Dopo decenni di sforzi, durante i quali picchi di crescita si sono avvicendati a lunghi periodi di consolidamento, spesso oscurati da recessioni, oggi la comunità bahá’í comprende diversi milioni di persone che rappresentano quasi tutte le provenienze etniche, culturali, sociali e religiose del mondo, che amministrano i loro affari collettivi senza l’intervento di un clero, per mezzo di istituzioni democraticamente elette. Le molte migliaia di località nelle quali essa ha messo le radici si trovano in tutti i paesi, i territori e principali arcipelaghi, dall’Artide alla Terra del Fuoco, dall’Africa al Pacifico. L’affermazione che questa comunità può già essere il più diversificato e geograficamente diffuso fra gli altri gruppi di persone analogamente organizzati del pianeta può difficilmente essere contestata da chi sia a conoscenza dei fatti.

Questo successo richiede un’interpretazione. Nessuna delle spiegazioni convenzionali – disponibilità di ricchezze, patronati di potenti interessi politici, invocazioni dell’occulto o aggressivi programmi di proselitismo che istillino il timore della collera divina – hanno avuto la pur minima parte negli eventi in esame. I seguaci della Fede hanno acquisito un senso di identità in quanto membri di un’unica razza umana, un’identità che impronta lo scopo della loro vita e che non è, chiaramente, l’espressione di una loro intrinseca superiorità morale: «O genti Bahá! Che non vi sia alcuno a competere con voi è un segno di misericordia».57 L’osservatore equanime è obbligato a prendere in esame almeno la possibilità che questo fenomeno sia opera di influenze di natura completamente diversa da quelle conosciute, influenze che si possono propriamente definire spirituali, capaci di ispirare straordinarie gesta di sacrificio e comprensione a persone comuni di ogni provenienza.

Particolarmente sorprendente è il fatto che la Causa bahá’í sia riuscita a preservare indenne e ininterrotta l’unità così conseguita, durante i primi stadi, i più vulnerabili, della sua esistenza. Si cercherà invano un’altra associazione di esseri umani nella storia, politica, religiosa o sociale, che sia riuscita a sopravvivere alla ricorrente rovina dello scisma e della faziosità. La comunità bahá’í, con tutta la sua diversità, è un unico corpo di persone, unito nel modo di intendere la rivelazione di Dio da cui è nata, unita nella devozione all’Ordine amministrativo che il suo Autore ha creato per governare i suoi affari collettivi, unita nella dedizione al compito di disseminare il Suo messaggio in tutto il pianeta. Nei decenni trascorsi dalla sua nascita, parecchi individui, alcuni dei quali altolocati, tutti spronati dal pungolo dell’ambizione, hanno fatto l’impossibile per crearsi un seguito separato, fedele a loro o alle interpretazioni che essi avevano dato degli scritti di Bahá’u’lláh. Nei primi stadi dell’evoluzione della religione, tentativi analoghi sono riusciti a dividere in sette contendenti religioni appena nate. Ma nel caso della Causa bahá’í questo tipo di intrigo è fallito, senza alcuna eccezione, non riuscendo a produrre altro che transitorie esplosioni di controversie il cui ultimo risultato è stato quello di approfondire la comunità nella sua comprensione dello scopo del suo Fondatore e nella sua dedizione ad esso. «Tanto potente è la Luce dell’unità», Bahá’u’lláh assicura a coloro che Lo riconoscono, «da illuminare il mondo intero».58 Dato che la natura umana è quella che è, non è difficile capire la previsione del Custode che questo processo di purificazione continuerà, paradossalmente, ma necessariamente, a essere per lungo tempo un aspetto integrante della maturazione della comunità bahá’í.

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Uno dei corollari dell’abbandono della fede in Dio è stata una paralisi della capacità di affrontare efficacemente il problema del male o, in molti casi, perfino della capacità di riconoscerlo. Se è vero che i bahá’í non ascrivono al fenomeno l’esistenza obiettiva che gli si attribuiva durante precedenti stadi della storia religiosa, la negazione del bene che il male rappresenta, come nel caso dell’oscurità, dell’ignoranza e dell’infermità, ha effetti gravemente mutilanti. Poche stagioni editoriali passano senza offrire al lettore colto una serie di nuove e fantasiose analisi del carattere di uno dei mostruosi personaggi che, durante il XX secolo, hanno sistematicamente torturato, umiliato e sterminato milioni di persone. Si è invitati dalle autorità della cultura a riflettere sul peso da dare, in varia misura, a maltrattamenti paterni, ricuse sociali, delusioni professionali, miseria, ingiustizie, esperienze belliche, possibili danni genetici, letture nichiliste, o varie combinazioni di tutto questo, per cercare di capire le ossessioni che hanno alimentato un odio per l’umanità evidentemente abissale. Vistosamente assente da queste speculazioni contemporanee è quello che molti esperti commentatori, fino a un secolo fa, avrebbero definito un morbo spirituale, indipendentemente dagli elementi che l’accompagnano.

Se l’unità è la cartina di tornasole per il progresso umano, né la storia né il cielo perdoneranno facilmente coloro che decidono deliberatamente di alzare le mani contro di essa. Fidandosi, le persone abbassano le difese e si aprono agli altri. In caso contrario, non c’è modo di dedicarsi con tutto il cuore a una meta condivisa. Nulla è più devastante dell’improvvisa scoperta che, per l’altra parte, impegni presi in buona fede non sono altro che un vantaggio conseguito, uno strumento per ottenere obiettivi nascosti, diversi da ciò che era stato chiaramente intrapreso insieme, o perfino contrari. Questo genere di tradimento è un filone persistente della storia umana che ha avuto una delle sue prime espressioni scritte nell’antica storia di Caino e della sua gelosia per il fratello la cui fede Dio aveva scelto di confermare. Se il tremendo dolore sofferto dai popoli della terra durante il XX secolo ha lasciato una lezione, questa lezione è che la sistematica mancanza di unità, che è stata ereditata da un oscuro passato e che avvelena i rapporti in ogni ambito della vita, ha spalancato la porta in questa era a comportamenti demoniaci più bestiali di ciò che la mente si era sognata fosse possibile.

Se il male ha un nome, questo nome è sicuramente la deliberata violazione dei sofferti patti di pace e riconciliazione con i quali le persone di buona volontà cercano di sottrarsi al passato e di costruire assieme un nuovo futuro. Per definizione, l’unità richiede abnegazione. «L’egoismo», afferma il Maestro, «è impastato nell’argilla dell’uomo».59 L’ego, da Lui definito, «insistente io»,60 resiste per istinto ai freni imposti a ciò che esso considera essere la propria libertà. Per rinunciare volontariamente alle soddisfazioni che la licenza permette, l’individuo deve arrivare a credere che la realizzazione si trova altrove. Alla fin fine, essa si trova dov’è sempre stata: nella sottomissione dell’anima a Dio.

L’incapacità di far fronte alla sfida di questa sottomissione si è manifestata con conseguenze particolarmente devastanti nel corso dei secoli nel tradimento dei Messaggeri di Dio e degli ideali da Essi insegnati. Non è questa la sede per riesaminare la natura e le disposizioni del Patto specifico con il quale Baha’u’lláh è riuscito a preservare l’unità di coloro che Lo riconoscono e servono il Suo scopo. Basti ricordare la forza del linguaggio da Lui usato per la sua deliberata violazione da parte di coloro che nel contempo pretendono di essergli fedeli: «Agli occhi del tuo Signore, l’Onnipossente, l’Illimitato, coloro che se ne sono allontanati sono annoverati fra gli abitanti del fuoco più profondo».61 La ragione della durezza della condanna è ovvia. Pochi faticano a riconoscere i danni al benessere sociale prodotti da ben noti crimini come l’omicidio, lo stupro o la frode oppure la necessità che la società prenda misure efficaci per proteggersi. Ma che cosa devono pensare i bahá’í di una depravazione che, incontrollata, distruggerebbe quegli stessi strumenti che sono essenziali per la creazione dell’unità, e che, nelle drastiche parole del Maestro, diverrebbe «come una scure che colpisce la radice dell’Albero Benedetto»?62 Non si tratta di un dissenso intellettuale o di una debolezza morale. Molti sono restii ad accettare qualsiasi tipo di autorità e alla fine si allontanano dalle situazioni che richiedano di farlo. Chiunque si sia sentito attratto verso la Fede bahá’í ma poi decida, per qualsiasi motivo, di abbandonarla, è liberissimo di farlo.

Il fenomeno della violazione del Patto ha una natura del tutto diversa. L’impulso che esso genera in coloro che ne subiscono l’influenza non è semplicemente quello di seguire in libertà la strada che essi credono li conduca alla realizzazione personale o alla possibilità di offrire un contributo alla società. No, costoro sono spinti da un’apparentemente incontrollabile determinazione di imporre alla comunità il loro volere personale con qualsiasi mezzo di cui dispongano, senza pensare ai danni prodotti e senza rispettare il solenne impegno che si sono assunti facendosi accettare come membri di quella comunità. Alla fin fine, l’ego diventa l’autorità preminente non solo nella loro vita, ma anche nella vita di chiunque essi riescano a influenzare. Come una lunga e tragica esperienza ha fin troppo bene dimostrato, doti come un illustre lignaggio, l’intelligenza, l’educazione, la devozione o la leadership sociale possono essere parimenti utilizzate al servizio dell’umanità o dell’ambizione personale. In ere passate, quando lo scopo divino era concentrato su priorità spirituali di diversa natura, le conseguenze di questa ribellione non hanno invalidato il messaggio centrale della sequenza delle rivelazioni di Dio. Oggi, con le immense opportunità e i terrificanti pericoli creati dall’unificazione del mondo, la dedizione ai requisiti dell’unità diventa il metro per giudicare tutte le professioni di devozione al volere di Dio o, per l’argomento in questione, al bene dell’umanità.

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Tutto nella sua storia ha qualificato la Causa bahá’í per far fronte alla sfida cui essa è esposta. Anche in questa fase relativamente precoce del suo sviluppo, e con tutti i limiti delle risorse di cui attualmente dispone, l’impresa bahá’í merita tutto il rispetto che sta riscuotendo. L’osservatore esterno non ha bisogno di accettarne l’origine divina per apprezzare ciò che essa sta realizzando. Anche se ci si limita a considerarle fenomeni di questo mondo, la natura e le vittorie della comunità bahá’í giustificano in se stesse l’attenzione di cui possono essere oggetto da parte di persone seriamente interessate alla crisi della civiltà, perché dimostrano che i popoli del mondo, con tutta la loro diversità, possono imparare a vivere e a lavorare e a sentirsi realizzati come un’unica razza, in un’unica patria globale.

Questo fatto evidenzia, se mai occorresse farlo ancora, l’urgenza della serie dei Piani progettati dalla Casa Universale di Giustizia per l’espansione e il consolidamento della Fede. Il resto dell’umanità ha tutti i diritti di aspettarsi che un insieme di persone sinceramente devote alla visione dell’unità contenuta negli scritti di Bahá’u’lláh contribuisca con energia sempre maggiore ai programmi di miglioramento sociale il cui successo dipende proprio dalla forza dell’unità. Per rispondere a questa aspettativa la comunità bahá’í dovrà crescere a un ritmo più veloce, centuplicando le risorse umane e materiali che investe nella sua opera e diversificando ulteriormente i talenti che la qualificano ad essere un valido partner di organismi che seguono lo stesso orientamento. Di pari passo con gli obiettivi sociali dello sforzo deve andare il riconoscimento dell’anelito di milioni di persone altrettanto sincere, ancora ignare della missione di Bahá’u’lláh ma ispirate da molti dei suoi ideali, come un’occasione per trovare vite di servizio che abbiano un significato duraturo.

La cultura della crescita sistematica che sta radicandosi nella comunità bahá’í sembrerebbe, pertanto, la di gran lunga più efficace risposta degli amici alla sfida discussa in queste pagine. L’esperienza di un’intensa e continua immersione nella Parola creativa libera gradatamente le persone dalla presa delle premesse materialistiche, definite da Bahá’u’lláh «allusioni delle personificazioni delle fantasie sataniche»,63 che permeano la società e paralizzano ogni spinta verso il cambiamento. Sviluppa nelle persone la capacità di aiutare amici e conoscenti a esprimere il proprio anelito di unità in modo maturo e intelligente. La natura delle attività fondamentali del presente Piano, le classi per i bambini, le riunioni devozionali e i circoli di studio, permettono a un sempre maggior numero di persone che non si considerano ancora bahá’í di sentirsi libere di partecipare al processo. Il risultato è stata la formazione di quella che è stata appropriatamente definita una «comunità di interesse». L’esperienza dimostra che, nel beneficiare della partecipazione alle mete perseguite dalla Causa e nell’identificarsi con esse, anche loro tendono a dedicarsi completamente a Bahá’u’lláh come agenti attivi del Suo scopo. Perciò, a parte gli obiettivi ad esso associati, la generosa prosecuzione del Piano può potenzialmente accrescere enormemente il contributo della comunità baha’í al pubblico dibattito su quello che è diventato il tema più scottante che l’umanità deve affrontare.

Ma se i bahá’í vogliono portare a termine il mandato di Bahá’u’lláh, è ovviamente importantissimo che arrivino a capire che gli sforzi paralleli per la promozione del miglioramento della società e per l’insegnamento della Fede bahá’í non sono attività in reciproca competizione, ma aspetti simmetrici di un unico programma globale coerente. Le differenze di impostazione dipendono soprattutto dalla diversità dei bisogni e degli stadi delle richieste che gli amici vi incontrano. Essendo il libero arbitrio una dote intrinseca dell’anima, chiunque sia portato a esaminare gli insegnamenti di Bahá’u’lláh deve trovare la propria collocazione nell’infinito, ininterrotto percorso della ricerca spirituale. Spetta a lui determinare, nell’intimità della propria coscienza e in piena libertà, quale responsabilità spirituale questa scoperta comporti. Per avvalersi con intelligenza di questa autonomia, deve farsi un’idea dei processi di cambiamento di cui è partecipe, come tutte le altre persone della terra, e capire chiaramente che cosa ciò comporti per la sua vita. L’obbligo della comunità bahá’í è di fare tutto ciò che è in suo potere per aiutare tutti gli stadi dell’universale movimento umano verso il ricongiungimento con Dio. Il Piano divino che le è stato affidato dal Maestro è lo strumento per mezzo del quale essa sta svolgendo questo lavoro.

Perciò, per quanto indiscutibilmente importante sia l’ideale dell’unità della religione, il compito di trasmettere il messaggio di Bahá’u’lláh non è ovviamente un progetto interreligioso. Mentre la mente cerca sicurezze intellettuali, l’anima anela al conseguimento della certezza. Questo convincimento interiore è l’ultima meta di ogni ricerca spirituale, rapido o graduale che ne sia il processo. Per l’anima, l’esperienza della conversione non è un elemento estraneo o secondario dell’esplorazione della verità religiosa, ma il tema centrale da affrontare. Nelle parole di Bahá’u’lláh su questo tema non ci sono ambiguità e non ce ne possono essere nemmeno nella mente di coloro che cercano di servirLo: «Questo è il Giorno in cui l’umanità può contemplare il Volto del Promesso e udire la sua Voce. L’Appello di Dio si è fatto udire e la luce del Suo sembiante è sorta sugli uomini. Incombe a ognuno di cancellare impronte di parole fatue dalla tavola del cuore e di mirare con mente aperta e imparziale i segni della Sua Rivelazione, le prove della Sua Missione e i pegni della Sua gloria».64

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Una delle caratteristiche della modernità è l’universale risveglio della coscienza storica. E uno dei frutti di questo rivoluzionario cambiamento di prospettiva che favorisce molto l’insegnamento del messaggio di Bahá’u’lláh è la capacità delle persone di riconoscere, quando ne abbiano l’opportunità, che tutti i testi sacri dell’umanità pongono la vicenda della salvezza direttamente nel contesto della storia. Sotto la scorza del linguaggio dei simboli e delle metafore, la religione, come le scritture la rivelano, non agisce attraverso gli arbitrari dettami della magia, ma come un processo di realizzazione che si svolge in un mondo fisico creato da Dio per questo scopo.

A questo proposito i testi parlano con una sola voce: il traguardo della religione è che l’umanità arrivi al giorno del «raccolto»,65 di «una sola greggia, ed un sol pastore»,66 la grande età avvenire quando «scintillerà… la terra della Luce del Signore»67 e la volontà di Dio sarà fatta «in terra come in cielo»,68 “il Giorno promesso»69 in cui la «santa città»70 discenderà «dal cielo, d’appresso… Dio»,71 in cui «il monte della Casa del Signore sarà fermato nel sommo de’ monti, e sarà alzato sopra i colli; e tutte le genti concorreranno ad esso»,72 in cui Dio chiederà: «Perchè tritate il mio popolo, e pestate le facce dei poveri»,73 il Giorno in cui le scritture che sono state «suggellate, infino al tempo della fine»74 saranno aperte e l’unione con Dio troverà espressione in «un nome nuovo, che la bocca del Signore avrà nominato»,75 un’era infinitamente superiore a qualunque cosa l’umanità abbia sperimentato, le menti abbiano concepito e il linguaggio abbia descritto: «e così come abbiamo prodotto la prima creazione, la riprodurremo: in questa promessa Ci impegniamo, e la manterremo».76

Pertanto, lo scopo dichiarato delle rivelazioni profetiche che si sono susseguite nella storia è stato non solo di guidare il ricercatore sulla via della salvezza personale, ma anche di preparare l’intera famiglia umana al grande Evento escatologico che l’attendeva, grazie al quale la vita del mondo sarebbe stata completamente trasformata. La rivelazione di Bahá’u’lláh non è né propedeutica né profetica. È essa stessa quell’Evento. Grazie alla sua influenza, è stata messa in moto la straordinaria impresa della costruzione delle fondamenta del Regno di Dio e la popolazione della terra è stata dotata di nuovi poteri e capacità adeguate al compito. Quel Regno è una civiltà universale plasmata dai principi della giustizia sociale e arricchita da conquiste della mente e dello spirito dell’uomo che l’età presente non può neppure immaginare. «Questo è il Giorno», dichiara Bahá’u’lláh, «in cui i più eccellenti favori di Dio sono stati riversati sugli uomini, il Giorno in cui la Sua più potente grazia è stata infusa in tutte le cose create.... Presto il presente ordine sarà chiuso e uno nuovo sarà dispiegato in sua vece».77

Per servire questa meta occorre comprendere la differenza fondamentale che distingue la missione di Bahá’u’lláh dai progetti politici e ideologici di origine umana. Il vuoto morale che ha prodotto gli orrori del XX secolo ha messo in luce gli estremi limiti di ciò che la mente può fare da sola per progettare e costruire una società ideale, pur investendovi immense risorse materiali. Il dolore sofferto ha indelebilmente inciso la lezione nella coscienza dei popoli della terra. Perciò, la visione del futuro dell’umanità descritta dalla religione non ha niente a che fare con i sistemi del passato, e relativamente poco con quelli di oggi. Essa parla a una realtà del codice genetico, per così dire, dell’anima razionale. Il Regno dei cieli, Gesù insegnò duemila anni fa, è «dentro».78 Le sue similitudini biologiche di una «vigna»,79 di un «[seme] seminato nella buona terra»,80 del «buon albero [che] fa buoni frutti»81 parlano di una potenzialità della specie umana che è stata alimentata e addestrata da Dio sin dall’alba dei tempi come scopo e trainante punta estrema del processo creativo. Proseguire nell’opera della paziente coltivazione di questa potenzialità è il compito che Bahá’u’lláh ha affidato alla schiera di coloro che Lo riconoscono e abbracciano la Sua Causa. Non ci si meravigli dunque dell’eccelso linguaggio con cui Egli parla di un privilegio così grande: «Siete le stelle del cielo della comprensione, la brezza che spira al nascere del giorno, le dolci acque scorrenti dalle quali dipende la vita di tutti gli uomini...».82

Il processo reca in sé la certezza del compimento. Per chi ha occhi a vedere la nuova creazione sta oggi emergendo dappertutto, come l’alberello che col tempo si trasforma in un albero fecondo o il bambino che diventa adulto. La sequenza delle dispensazioni di un amorevole Creatore Che persegue il Proprio intento ha portato gli abitanti della terra fino alle soglie del conseguimento collettivo della loro maggiore età come un unico popolo. Ora Bahá’u’lláh invita l’umanità a riscuotere la propria eredità: «Ciò che Dio ha ordinato quale sovrano rimedio e come il più possente strumento per la guarigione del mondo è l’unione di tutti i suoi popoli in una Causa universale e in una Fede comune».83

RIFERIMENTI

1 Bahá’u’lláh accenna all’antica storia persiana e araba di Majnún e Laylí, Le Sette Valli e Le Quattro Valli, 3a edizione riveduta (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2001), pagina 8.

2 Spigolature dagli Scritti, 3a edizione riveduta (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2003), sezione LXI, paragrafo 1.

3 ibid., sezione XVI, paragrafo 3.

4 Tavole di Bahá’u’lláh rivelate dopo il Kitáb-i-Aqdas (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1981), pagina 25.

5 Spigolature, sezione XVII, paragrafo 4.

6 Bahá’u’lláh, Epistola al Figlio del Lupo (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1980), pagina 93.

7 Bahá’u’lláh, Il Kitáb-i-Íqán, 2a edizione riveduta (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1994), paragrafo 217.

8 ibid.
9 ibid., paragrafo 105.
10 ibid., paragrafo 107.
11 Spigolature, sezione XXII, paragrafo 3.

12 Preghiere e Meditazioni, 2a edizione riveduta (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2003), sezione CLXXX, paragrafo 2.

13 Spigolature, sezione XXVII, paragrafo 5.
14 ibid., sezione CIX, paragrafo 2.
15 ibid., sezione LXXXI, paragrafo 1.

16 Julian Huxley, citato da Pierre Teilhard de Chardin, The Phenomenon of Man (William Collins Sons & Co. Ltd., Londra, 1959), pagina 243. Vedi anche Julian Huxley, Knowledge, Morality, and Destiny (Harper & Brothers, New York, 1957), pagina 13.

17 Shoghi Effendi, L’Ordine Mondiale di Bahá’u’lláh (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1982), pagina 35.

18 Spigolature, sezione LXXVIII, paragrafo 3.
19 ibid., sezione CXXXII, paragrafo 1.

20 Bahá’u’lláh, Il Kitáb-i Aqdas: Il Libro Più Santo (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1993), paragrafo 182.

21 Bahá’u’lláh, Il Kitáb-i-Íqán, paragrafo 5.
22 ibid., paragrafo 9.
23 ibid., paragrafo 14.
24 ibid., paragrafo 15.
25 Matteo XIII, 25, Diodati.
26 Ibid., XIII, 29-30.
27 Corano VII, 33, Bausani.
28 Bahá’u’llah, Il Kitáb-i-Aqdas, paragrafo 99.

29 Gli Inviti del Signore degli Eserciti: Tavole di Bahá’u’lláh (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2002), paragrafo 126.

30 Bahá’u’lláh, citato in Shoghi Effendi, L’Avvento della Giustizia Divina, 2a edizione riveduta (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2003), pagina 61.

31 Isaia XLV, 5.
32 Timoteo I, 17.
33 Corano III, 73.
34 Ibid., II, 177.
35 Matteo V, 13.
36 Ibid., V, 14.
37 Michea VI, 8.
38 Giovanni XIV, 6.
39 Corano XXIV, 35.
40 Genesi XVII, 7.

41 Bhagavad-Gita, capitolo IV, traduzione di Sir Edwin Arnold.

42 Deuteronomio XXXIV, 10.
43 Giovanni V, 45-47.
44 Corano II, 136.

45 The Promulgation of Universal Peace. Talks Delivered by ‘Abdu’l-Bahá during His Visit to the United States and Canada in 1912, edizione riveduta (Bahá’í Publishing Trust, Wilmette, 1995), pagina 326.

46 Giovanni I, 10.
47 Spigolature, sezione CVI, paragrafo 1.

48 Abraham Lincoln, citato in Inaugural Addresses of the Presidents of the United States (U.S. Government Printing Office, Washington, D.C., 1989).

49 Corano XXI, 104.
50 Bahá’u’lláh, Il Kitáb-i-Aqdas, paragrafo 5.

51 Gli Inviti del Signore degli Eserciti, paragrafo 174.

52 Shoghi Effendi, L’Ordine Mondiale di Bahá’u’lláh, pagina 209.

53 Bahá’u’lláh, citato in Shoghi Effendi, L’Ordine Mondiale di Bahá’u’lláh, pagina 195.

54 Spigolature, sezione CVI, paragrafo 2.
55 Tavole di Bahá’u’lláh, pagina 118.

56 Bahá’u’lláh, citato in Shoghi Effendi, L’Ordine Mondiale di Bahá’u’lláh, pagina 207.

57 Bahá’u’lláh, citato in Shoghi Effendi, L’Avvento della Giustizia Divina, pagina 65.

58 Spigolature, sezione CXXXII, paragrafo 3.

59 ‘Abdu’l-Bahá, Il Segreto della Civiltà Divina (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1988), pagina 65.

60 Antologia (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1987), pagina 242.

61 Bahá’u’lláh, da una Tavola che non era ancora stata tradotta.

62 Ultime Volontà e Testamento ‘Abdu’l-Bahá (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1987), pagina 38.

63 Bahá’u’lláh, Il Kitáb-i-Íqán, paragrafo 214.
64 Spigolature, sezione VII, paragrafo 1.

65 Gli Inviti del Signore degli Eserciti, paragrafo 126.

66 Giovanni X, 16.
67 Corano XXXIX, 69.
68 Matteo VI, 10.
69 Corano LXXXV, 2.
70 Apocalisse XXI, 2.
71 ibid., III, 12.
72 Isaia II, 2.
73 ibid., III, 15.
74 Daniele XII, 9.
75 Isaia LXII, 2.
76 Corano XXI, 104.
77 Spigolature, sezione IV, paragrafo 1, 2.
78 Luca XVII, 21.
79 Matteo XXI, 33.
80 ibid., XIII, 23.
81 ibid., VII, 17.
82 Spigolature, sezione XCVI, paragrafo 3.
83 ibid., sezione CXI, paragrafo 3.
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UNA FEDE COMUNE
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UNA FEDE COMUNE

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