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1995 Mar 03 LA PROSPERITA` DEL GENERE UMANO
Alla ricerca di valori in un'età di transizione - Guida allo studio
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Comunità Internazionale Bahá’í : Alla ricerca di valori in un'età di transizione
Alla ricerca di valori in un’età di transizione

Dichiarazione della Comunità Internazionale Bahá’í per il LX anniversario delle Nazioni Unite

Casa Editrice Bahá'í
© Copyright 2007 - Casa Editrice Bahá’í, Ariccia
1a edizione 2007
CASA EDITRICE BAHÁ’Í s.r.l.

Deposito e amm.ne: Via Filippo Turati, 9 - 00040 Ariccia (Roma) ● Tel. 06 9334334

Sede legale: Via Stoppani, 10, 00197 Roma
Tel. 06 8079647
ISBN 88-7214-114-1
Alla ricerca di valori
in un’età di transizione

Dichiarazione della Comunità Internazionale Bahá’í

per il LX anniversario delle Nazioni Unite
I

Nel 1945, la fondazione delle Nazioni Unite fece intravedere a un mondo devastato dalla guerra ciò che si poteva realizzare nel campo della collaborazione internazionale e stabilì un nuovo sistema di valori per guidare i popoli e le nazioni verso la coesistenza pacifica. Preceduta dal più funesto conflitto armato della storia umana, la creazione di un’organizzazione mondiale per la protezione della dignità, dei pari diritti e della sicurezza di tutti i popoli e di tutte le nazioni fu una straordinaria impresa dell’arte politica. A sessant’anni di distanza, tutti gli interrogativi dibattuti durante la Conferenza di San Francisco ritornano nuovamente alla ribalta. Perché gli attuali sistemi di governo non sono riusciti a dare ai popoli del mondo sicurezza, prosperità e benessere? Quali sono le responsabilità delle nazioni verso i loro vicini e verso i loro cittadini? Quali valori fondamentali devono regolare i rapporti fra le nazioni e nelle nazioni, per garantire un futuro di pace?

Mentre la collettività tenta di dare una risposta a questi quesiti, prende forma un nuovo paradigma, il paradigma degli stretti legami fra i nostri problemi e la nostra prosperità. Si tratti della povertà, della proliferazione delle armi, del ruolo delle donne, dell’AIDS, del commercio mondiale, della religione, del problema ambientale, del benessere dell’infanzia, della corruzione o dei diritti delle popolazioni minoritarie, è chiaro che è impossibile affrontare correttamente uno dei problemi che assillano l’umanità senza tenere conto di tutti gli altri. L’abbattimento dei confini nazionali nelle crisi globali ha dimostrato al di là di ogni ombra di dubbio che l’umanità è un insieme organico.1 Le conseguenze pratiche di questo paradigma emergente sulla riforma delle Nazioni Unite sono il tema del contributo della Comunità Internazionale Bahá’í al sessantesimo anniversario di questa augusta istituzione.2

I processi della riforma delle Nazioni Unite vanno visti come parte di un più ampio processo evolutivo, che ha avuto inizio con le prime forme di collaborazione internazionale come la Società delle Nazioni e tende verso più alti livelli di coesione nell’amministrazione delle cose umane, facilitato dalla creazione delle Nazioni Unite, dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, dal crescente corpo di leggi internazionali, dalla nascita e dall’integrazione di nuovi stati nazionali e da meccanismi di collaborazione regionale e globale. I soli ultimi quindici anni hanno visto la fondazione dell’Or-ganizzazione mondiale per il commercio, della Corte penale internazionale, dell’Unione africana, una notevole espansione dell’Unione europea, il coordinamento globale di campagne del volontariato e la definizione degli obiettivi del Millennio per lo sviluppo – un’ine-dita struttura globale per lo sviluppo che si propone di sradicare la povertà nel mondo. Nel corso di questi eventi, è sorta un’animata discussione sulla definizione di sovranità nazionale – pietra miliare del moderno sistema dei rapporti internazionali e principio basilare dello Statuto delle Nazioni Unite: quali sono i limiti della tradizionale idea di sovranità? Quali sono i doveri degli Stati verso i loro cittadini e verso gli altri Stati? Come devono adempiere questi doveri?3 Anche se il loro percorso è accidentato e pieno di ostacoli, le istituzioni, i movimenti e il discorso che si stanno sviluppando indicano una crescente spinta verso l’unità degli affari del mondo e rappresentano una delle principali caratteristiche dell’organizzazione sociale alla fine del xx secolo e all’inizio del nuovo millennio.

Se i meccanismi e le tribune della cooperazione stanno tanto rafforzandosi, perché mai il mondo è ancora così diviso? Da dove nasce questa universale afflizione che inficia i rapporti fra le persone di cultura, religione, affiliazione politica, stato economico e genere diverso? Per rispondere a questi interrogativi, dobbiamo esaminare spassionatamente i criteri legali, le teorie politiche ed economiche, i valori e le formule religiose, che hanno smesso di fare il bene dell’umanità. Il progresso degli uomini e dei ragazzi a spese delle donne e delle ragazze ha gravemente limitato le comunità nelle loro capacità creative e materiali necessarie per svilupparsi e affrontare i problemi. L’aver trascurato le minoranze culturali e religiose ha ingigantito antichi pregiudizi mettendo i popoli e le nazioni gli uni contro gli altri. Il nazionalismo sfrenato ha calpestato i diritti e le opportunità dei cittadini di altre nazioni. Gli stati deboli sono caduti in balia di conflitti, criminalità e massicci spostamenti di rifugiati. Miopi programmi economici che esaltano la prosperità materiale hanno spesso soffocato lo sviluppo sociale e morale necessario per un equo e benefico uso del benessere. Queste crisi hanno messo in luce i limiti delle tradizionali impostazioni dell’arte del governo e posto davanti alle Nazioni Unite l’inevi-tabile questione dei valori: quali valori sono in grado di far uscire le nazioni e i popoli del mondo dal caos del conflitto degli interessi e delle ideologie e di guidarli verso una comunità mondiale capace di far prevalere i principi della giustizia e dell’equità a tutti i livelli della società umana?

La questione dei valori e del loro imprescindibile legame con i sistemi delle religioni e dei credi è salita alla ribalta in tutto il mondo come tema di straordinaria importanza globale, che le Nazioni Unite non possono permettersi di ignorare. Pur avendo approvato diverse delibere sul tema del ruolo della religione nella promozione della pace e nell’eliminazione dell’intolleranza religiosa,4 l’Assemblea generale stenta a capire che la religione può svolgere un ruolo costruttivo nella creazione di un ordine globale pacifico e che il fanatismo religioso può avere un impatto distruttivo sulla stabilità e sul progresso del mondo. Sono sempre più numerosi i leader e le istituzioni decisionali che dicono che queste considerazioni devono spostarsi dalla periferia al centro del dibattito – riconoscendo che è necessario capire meglio l’influenza che le variabili legate alla religione5 hanno sui metodi di governo, sulla diplomazia, sui diritti umani, sullo sviluppo, sulle nozioni di giustizia e di sicurezza collettiva.6 I capi politici e il mondo accademico non avevano previsto una così vasta ripresa della religione nell’ambito pubblico e la prassi delle relazioni internazionali non aveva sviluppato gli strumenti concettuali necessari per occuparsi costruttivamente di religione.7 L’idea che la religione è una voce irrilevante e ostruzionista nella sfera pubblica non aiuta a risolvere i complessi problemi che i leader delle nazioni del mondo devono oggi affrontare. In realtà il corretto ruolo della religione nella sfera pubblica è uno dei più pressanti temi del nostro tempo.

Che le religioni siano state manipolate e usate per il conseguimento di scopi meschini è un fatto innegabile. Ma un’attenta analisi storica rivela che i periodi di massimo progresso della civiltà sono stati quelli nei quali la fede e la ragione hanno potuto collaborare, utilizzando le risorse di tutta l’immaginazione e l’esperienza umana. Per esempio, durante l’apogeo della civiltà islamica, la scienza, la filosofia e le arti fiorirono, una vibrante cultura fondata sul sapere spinse la creatività umana verso nuove vette, costruendo fra l’altro anche la base matematica di molte delle presenti innovazioni tecnologiche. In tutte le civiltà, la religione ha fornito la struttura necessaria per codici morali e criteri legali innovativi che hanno trasformato vaste regioni del globo da sistemi rozzi, e spesso anarchici, in più sofisticate forme di governo. Ma l’attuale dibattito sulla religione nella sfera pubblica è stato guidato dalle voci e dalle azioni di proponenti estremisti da ambo le parti – coloro che impongono la loro ideologia religiosa con la forza, la cui espressione più visibile è il terrorismo – e coloro che negano alle espressioni della fede e del credo un posto nella sfera pubblica. Ma nessuno dei due estremi rappresenta la maggioranza del genere umano o promuove una pace sostenibile.

In questa congiuntura dell’evoluzione della nostra comunità globale, la ricerca di valori condivisi – al di là dello scontro degli estremi – ha una straordinaria importanza ai fini dell’efficacia dell’azione. Se ci si limita alle considerazioni materiali non si può comprendere la misura in cui le variabili religiose, ideologiche e culturali modellano la diplomazia e l’impegno decisionale. Se si vuole passare da una comunità di nazioni legate da relazioni preminentemente di carattere economico a una comunità di doveri condivisi nei confronti del mutuo benessere e della reciproca sicurezza, la questione dei valori deve occupare un posto centrale nelle deliberazioni, deve essere dettagliatamente formulata ed esplicitata. Le Nazioni Unite hanno ripetutamente raccomandato il multilateralismo, ma lo sforzo di realizzarlo, pur essendo un passo nella direzione giusta, non basta a costruire le basi per la creazione di una comunità fra le nazioni. La sola collaborazione non legittima e non garantisce dei buoni risultati per un bene maggiore. Se vogliamo realizzare le promesse dello Statuto delle Nazioni Unite, della Dichiarazione universale dei diritti umani e dei trattati e delle risoluzioni che l’hanno seguita, non possiamo più accontentarci di una passiva tolleranza delle reciproche visioni del mondo. Occorre un’attiva ricerca dei valori e dei principi morali comuni che possano migliorare la condizione di ogni donna, di ogni uomo e di ogni bambino, indipendentemente dalla razza, dal ceto, dalla religione o dall’opinione politica.

Noi affermiamo che l’ordine mondiale nascente e i processi di globalizzazione che lo definiscono devono fondarsi sul principio dell’unità del genere umano. Questo principio, accettato e affermato come concetto condiviso, fornisce una base pratica per l’organizzazione dei rapporti fra tutti gli stati e le nazioni. Gli evidenti e crescenti legami fra sviluppo, sicurezza e diritti umani in tutto il mondo confermano che la pace e la prosperità sono indivisibili – che è impossibile dare un beneficio permanente a una nazione o a una comunità se si ignora o si trascura il benessere delle nazioni nel loro insieme. Il principio dell’unità del genere umano non intende scalzare le autonomie nazionali o sopprimere la diversità culturale e intellettuale dei popoli e delle nazioni del mondo. Vuole invece allargare la base delle attuali fondamenta della società invocando una lealtà più ampia, un’aspirazione più grande di quelle che hanno finora animato la razza umana. In verità, esso offre l’impulso morale necessario per rimodellare le istituzioni di governo in modo che siano conformi alle necessità di un mondo perennemente mutevole.

Offriamo dagli insegnamenti della Fede bahá’í la seguente visione, che i membri della comunità mondiale bahá’í di 191 nazioni sono impegnati a realizzare:

“Una comunità mondiale in cui tutte le barriere economiche dovranno essere permanentemente abbattute e l’interdipendenza del Capitale e del Lavoro definitivamente riconosciuta; una comunità nella quale il vociare del fanatismo e delle lotte religiose tacerà per sempre; in cui la fiamma dell’animosità razziale sarà finalmente estinta; in cui un unico codice di leggi internazionali – prodotto del ponderato giudizio delle federazioni dei rappresentanti mondiali – avrà per sanzione l’istantaneo e coercitivo intervento di tutte le forze congiunte delle unità federali; e, finalmente, una comunità mondiale in cui la follia di un nazionalismo capriccioso e militaresco si tramuterà nel sentimento durevole della cittadinanza mondiale…” 8

II

Alla luce della precedente analisi e dei temi attualmente in esame presso le Nazioni Unite, offriamo le seguenti raccomandazioni come passi concreti verso la realizzazione di un sistema delle Nazioni Unite più giusto ed efficace. Le nostre raccomandazioni riguardano i diritti umani e la legalità, lo sviluppo, la democrazia e la sicurezza collettiva.

I diritti umani e la legalità

É impossibile fondare e sostenere un ordine internazionale funzionante e pacifico che non sia solidamente fondato sui principi della giustizia e della legalità. L’adesione a questi principi produce la stabilità e legittimità necessarie per ottenere l’approvazione dei popoli e delle nazioni che il sistema si propone di servire. Raccomandiamo quanto segue:

a. Le gravi minacce dell’estremismo, dell’intolle-ranza e della discriminazione religiosa esigono che le Nazioni Unite se ne occupino apertamente e scrupolosamente. Facciamo appello alle Nazioni Unite perché affermino inequivocabilmente che secondo la legge internazionale ogni persona ha il diritto di cambiare religione. In base all’articolo 96 dello Statuto delle Nazioni Unite, l’Assemblea generale può chiedere al Tribunale internazionale di esprimere un parere consultivo sul tema della libertà di religione o di credo. Specificamente si dovrebbe chiedere al Tribunale se il principio della libertà di religione e di credo rientra nell’ambito dello jus cogens, la legge consuetudinaria internazionale, o se è semplicemente un fatto lasciato all’interpretazione degli Stati. Questo chiarimento aiuterebbe a eliminare le interpretazioni erronee di questo diritto e a dare una forza morale alla condanna delle politiche e delle prassi che violano il principio della non discriminazione del credo religioso.9

b  Oltre alle continue riforme strutturali e funzionali dell’apparato delle Nazioni Unite che si occupa dei diritti umani, si deve ristabilire la legittimità di questo apparato mediante la sua costante adesione ai più alti principi della giustizia, compresi quelli elaborati nello Statuto delle Nazioni Unite e nella Dichiarazione universale dei diritti umani. Solo così esso otterrà la legittimazione e la fiducia degli Stati membri e dei loro cittadini di cui ha bisogno per esercitare il proprio mandato.

c L’Assemblea generale deve considerare la possibilità di stabilire un termine per la ratifica universale dei trattati internazionali sui diritti umani.

d L’Ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani, corroborato dalle necessarie risorse morali, intellettuali e materiali, deve ora diventare l’alfiere dei diritti umani e uno strumento efficace per alleviare le sofferenze delle persone e dei gruppi i cui diritti sono negati.

● Essendo uno degli strumenti più efficaci per la protezione dei diritti umani, le Procedure speciali devono ricevere un adeguato supporto finanziario e amministrativo. I Governi dovranno collaborare con le Procedure speciali non solo limitandosi a consentire l’accesso al paese in questione, ma anche prendendo totalmente in considerazione le successive raccomandazioni. Esse si dovrebbero rispecchiare in dialoghi interattivi fra i relatori e gli Stati membri.

● La sezione dell’Ufficio dell’Alto commissario che si occupa dell’Informazione del pubblico deve essere sviluppata per consentire alle risoluzioni della Commissione per i diritti umani e del Consiglio per i diritti umani, alle raccomandazioni delle Procedure speciali e alle osservazioni conclusive degli enti di sorveglianza sul trattato di avere più spazio nei media. Questo potrebbe prevedere, per esempio, la traduzione dei documenti nelle lingue più importanti per generare una maggiore pubblicità.

● L’Ufficio dell’Alto commissario e il Consiglio devono proseguire la loro fruttuosa collaborazione con le organizzazione non governative, che ha contribuito positivamente sin dall’inizio al lavoro dell’Ufficio e allo sviluppo della capacità delle organizzazioni non governative di interagire proficuamente in questo contesto.

Sviluppo

Lo sviluppo umano deve fondarsi sull’idea che le persone sono una risorsa insostituibile in un processo di cambiamento autosufficiente. Il problema è trovare metodi che permettano loro di esprimere tutto questo potenziale in tutte le sue dimensioni. Ma lo sviluppo definito nei termini di alcuni modelli di «modernizzazione» sembra far riferimento proprio a quei processi che favoriscono il predominio delle ambizioni materiali delle persone sugli scopi spirituali. Pur essendo uno scopo centrale dello sviluppo, la ricerca di una società scientifica e tecnologicamente moderna deve basare le proprie strutture educative, economiche, politiche e culturali sul concetto della natura spirituale degli esseri umani e non solo sui loro bisogni materiali. Raccomandiamo quanto segue.

a La capacità delle persone di partecipare alla generazione e all’applicazione del sapere è una componente essenziale dello sviluppo umano. Pertanto, si deve dare la precedenza all’edu-cazione delle ragazze e dei ragazzi, delle donne e degli uomini per permettere loro di stabilire il percorso del proprio sviluppo e per applicare il loro sapere al servizio della comunità in senso lato. Le Nazioni Unite devono considerare che in termini di investimento economico l’edu-cazione delle ragazze può dare il massimo ritorno degli investimenti disponibili nei paesi in via di sviluppo tenendo conto dei benefici privati e della contropartita per i membri della famiglia e per la comunità in senso lato.10

b Presentiamo all’attenzione delle Nazioni Unite cinque principi spirituali che possono costituire una base per la formulazione degli indici dello sviluppo umano, da usare accanto alle attuali misure dello sviluppo. Questi principi comprendono l’unità nella diversità, l’equità e la giustizia, la parità dei sessi, la fidatezza e la leadership morale, la libertà di coscienza, di pensiero e di religione.11

c I paesi ricchi del mondo hanno l’obbligo morale di eliminare le mistificanti misure dell’esporta-zione e del commercio che impediscono ai paesi che cercano di partecipare al mercato globale di entrarvi. Il Consenso di Monterrey, che riconosce l’importanza di creare un sistema di commercio «più aperto, fondato sulle regole, indiscriminante ed equo» è un passo nella direzione giusta.12

d Oltre alla riforma del sistema commerciale, i paesi devono facilitare il flusso del lavoro e occuparsi dell’impatto disumanizzante del traffico di persone, che è causa del diffuso sfruttamento economico e sessuale delle persone che cercano una vita migliore.

Democrazia

Alla comunità internazionale va il nostro encomio per la sua devozione al valore universale della democrazia e di un governo liberamente eletto. Ma il criterio della deliberazione e della ricerca della verità necessario per la realizzazione delle mete stabilite dalle Nazioni Unite deve allontanarsi di molto dai modelli della faziosità, della protesta e del compromesso che tendono a caratterizzare l’attuale discussione sulle cose umane. Occorre invece, a tutti i livelli del governo, un processo consultivo nel quale i singoli partecipanti si sforzino di trascendere i propri punti di vista, per funzionare come membri di un unico corpo con i propri interessi e le proprie mete. Con la partecipazione e l’unità d’intenti, la consultazione diventa l’espressione operativa della giustizia nelle cose umane. Senza questo punto d’appoggio di principio, la democrazia cade in balia degli eccessi dell’individualismo e del nazionalismo, che lacerano il tessuto della comunità, tanto nella nazione quanto nel mondo.

Oltre che amministrare le cose umane, governare significa svolgere un esercizio morale. È l’espressione di una funzione fiduciaria, la responsabilità di proteggere e di servire i membri della comunità politico-sociale. Anzi, l’esercizio della democrazia ha successo nella misura in cui si fa governare da principi morali che siano in armonia con gli evolventi interessi di una razza umana che sta rapidamente andando verso la maturità. Fra questi principi vi sono la fidatezza e l’integrità necessarie a ottenere il rispetto e l’appoggio dei governati, la trasparenza, la disponibilità a consultarsi con coloro che sono toccati dalle decisioni che si stanno prendendo, la volontà di valutare obiettivamente bisogni e aspirazioni delle comunità che si servono e il corretto uso delle risorse scientifiche e morali.13 Raccomandiamo quanto segue:

a Per ottenere la legittimazione, la fiducia e l’ap-poggio necessari alla realizzazione delle loro mete, le Nazioni Unite devono occuparsi delle deficienze democratiche delle proprie agenzie e deliberazioni.

b Per poter deliberare seriamente sulle pressanti questioni del giorno le Nazioni Unite devono elaborare modalità per un impegno costruttivo e sistematico con le organizzazioni del volontariato (comprese le organizzazioni aziendali e religiose) e con i membri dei parlamenti nazionali. I rapporti fra le organizzazioni del volontariato, i parlamentari e i tradizionali processi diplomatici delle Nazioni Unite non devono essere rapporti di competizione ma di complementarietà, basati sul riconoscimento che le forze delle tre componenti sono parimenti necessarie all’efficacia del processo decisionale e della successiva applicazione.14 Raccomandiamo alle Nazioni Unite di prendere seriamente in considerazione le proposte esposte nel Rapporto del Comitato di saggi sui rapporti fra l’ONU e il volontariato.15

c Una democrazia sana deve fondarsi sul principio della parità fra uomini e donne e sul pari riconoscimento del loro contributo alla formazione di una società equa. Nel loro sforzo di promuovere la democrazia, gli Stati membri delle Nazioni Unite devono vigilare e lavorare per l’inclusione delle donne in tutti i settori del governo nei rispettivi paesi. Non si tratta di un privilegio, ma di una necessità pratica per il conseguimento dei nobili e complessi obiettivi che oggi si pongono all’Organizzazione.

d L’integrazione dei gruppi minoritari nei processi democratici è di importanza critica, sia per proteggere le minoranze dagli abusi del passato sia per incoraggiarne la partecipazione e la responsabilità nei confronti del benessere della società. Raccomandiamo agli Stati membri, mentre lavorano per promuovere la democrazia, di lottare per includere le minoranze religiose, razziali o sociali, nei processi dell’assegnazione degli obiettivi e della deliberazione. Ora che la composizione culturale degli stati sta diventando sempre più fluida e variegata, nessun gruppo culturale o religioso può pretendere di definire correttamente gli interessi della nazione.

Sicurezza collettiva

Siamo lieti che le Nazioni Unite stiano lavorando per definire con precisione una visione più ampia della sicurezza collettiva, basata sul concetto che nel nostro mondo di interconnessioni, la minaccia di uno è una minaccia per tutti. La Fede bahá’í prevede un sistema di sicurezza collettiva nel contesto di una confederazione mondiale, una confederazione nella quale i confini nazionali sono stati definitivamente tracciati e in favore della quale tutte le nazioni del mondo hanno volontariamente ceduto ogni diritto di mantenere armamenti fuorché ai fini del mantenimento dell’ordine interno.16 Pur consapevoli delle gravi pecche dell’at-tuale sistema di sicurezza collettiva, esprimiamo il nostro encomio al Consiglio di sicurezza per la sua storica Risoluzione su «Donne, pace e sicurezza»,17 che riconosce per la prima volta nella sua storia i bisogni delle donne e delle ragazze nelle situazioni belliche e postbelliche18 e il loro persistente ruolo nella promozione della pace. Raccomandiamo quanto segue:

a Per risolvere il deficit democratico e l’inesorabile politicizzazione del Consiglio di sicurezza, le Nazioni Unite devono a tempo debito arrivare ad adottare una procedura per l’eliminazione dello status di membro permanente e della facoltà di veto.19 Di pari passo con le riforme procedurali, occorre un sostanziale cambiamento degli atteggiamenti e dei comportamenti. Gli Stati membri devono riconoscere che, avendo un seggio al Consiglio di sicurezza e avendo firmato lo Statuto delle Nazioni Unite, essi hanno il solenne obbligo morale e legale di agire come fiduciari dell’intera comunità delle nazioni e non sono come difensori dei propri interessi nazionali.20

b É necessario che si adotti una definizione del terrorismo. Concordiamo con il Segretario generale nel definire terrorismo qualsiasi atto «inteso a causare la morte o gravi danni fisici a civili o non combattenti allo scopo di intimidire una popolazione o costringere un Governo o un organismo internazionale a compiere o a non compiere una qualsiasi azione». È inoltre imperativo che problemi come il terrorismo siano costantemente presi in esame nel contesto di altri problemi che scompaginano e destabilizzano la società.21

c Raccomandiamo alle Nazioni Unite di prendere i provvedimenti necessari a incrementare la partecipazione delle donne a tutti i livelli decisionali nei processi della risoluzione dei conflitti e della pacificazione, localmente, nazionalmente e internazionalmente, compreso il Dipartimento per le operazioni di mantenimento della pace.22

Crediamo che il compito di creare un mondo pacifico sia ora nelle mani dei capi delle nazioni del mondo, in virtù delle enormi responsabilità che sono state loro affidate. La loro sfida è ora quella di riconquistare la stima e la fiducia dei cittadini per se stessi, per il loro governo e per le istituzioni dell’ordine internazionale dando prova di integrità personale, di sincerità di intenti e di inconcussa adesione ai più alti principi della giustizia e a gli imperativi di un mondo assetato di unità. La grande pace descritta dalle antiche visioni dei popoli e delle nazioni del mondo è alla nostra portata.

Note

1 Ora che le Nazioni Unite hanno incominciato a riconoscere formalmente l’interdipendenza dei diritti umani, dello sviluppo e della sicurezza collettiva, questa impostazione olistica si fa sentire anche nei contributi resi dalle organizzazioni del volontariato al lavoro delle Nazioni Unite, come per esempio la Conferenza su ambiente e sviluppo (1992), la Conferenza mondiale sui diritti umani (1993), la Conferenza mondiale su popolazione e sviluppo (1994), la quarta Conferenza mondiale sulla donna (1995), il Vertice mondiale per lo sviluppo sociale (1995) e la Conferenza delle Nazioni Unite sugli insediamenti umani (1996).

2 La Comunità Internazionale Bahá’í, in quanto organizzazione non governativa, ha attivamente collaborato con le Nazioni Unite sin dalla loro fondazione nel 1945. Nella ricorrenza del decimo anniversario delle Nazioni Unite la Comunità Internazionale Bahá’í ha presentato al Segretario generale alcune proposte per la revisione dello Statuto fondate sull’idea che «le istituzioni dello stato nazionale non sono più detentrici di una vera sovranità perché le nazioni sono diventate interdipendenti, che la presente crisi è morale, spirituale e politica e può essere superata solo con la realizzazione di un ordine mondiale che rappresenti tanto i popoli quanto le nazioni del mondo (Comunità Internazionale Bahá’í, «Proposte di revisione dello Statuto presentate alle Nazioni Unite dalla Comunità Internazionale Bahá’í [1955]», The Bahá’í World 1954 – 1963. Vail-Ballou Press, Inc., Binghamton, New York, 1970). Nel 1995, la Comunità Internazionale Bahá’í ha pubblicato una dichiarazione sul cinquantenario delle Nazioni Unite, che illustrava la tendenza verso una crescente interdipendenza dell’umanità e ha presentato alcune proposte per il consolidamento dell’Assemblea generale, lo sviluppo della funzione esecutiva, il rafforzamento del tribunale mondiale, la promozione dello sviluppo economico e morale, dei diritti umani e del progresso delle donne (Comunità Internazionale Bahá’í, Turning Point for All Nations. Bahá’í International Community’s United Nations Office, New York, 1995; traduzione italiana: Una svolta per tutte le nazioni. Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1996). Nel corso della sua associazione con le Nazioni Unite, la Comunità Internazionale Bahá’í ha offerto le proprie idee e la propria esperienza mediante documenti sull’avanzamento delle donne, sui diritti umani, sull’ambiente, sulla prosperità globale, sullo sviluppo e altri temi.

3 Nel 2000, quando la comunità internazionale non riuscì a intervenire, o almeno a intervenire efficacemente, per risolvere gravissime crisi come quelle della Somalia, della Bosnia, del Kosovo e del Ruanda, il Governo canadese formò una commissione incaricata di esaminare la questione delle dimensioni legali, morali, operative e politiche degli interventi umanitari. La risultante Commissione internazionale sull’intervento e sulla sovranità dello Stato pubblicò nel 2001 i suoi più importanti risultati e principi in un rapporto intitolato Responsibility to Protect [L’obbligo di proteggere]. I ripetuti fallimenti degli interventi nella crisi di Darfur, Sudan, hanno reso ancora più urgente la definizione dei criteri legali e delle norme operative di tali interventi.

4 Per esempio, «Promotion of interreligious dialogue [La promozione del dialogo interreligioso]» (A/RES/59/23), «Promotion of religious and cultural understanding, harmony and cooperation [La promozione della comprensione, dell’armonia e della collaborazione religiosa e culturale]» (A/RES/59/142), «Global Agenda for Dialogue Among Civilizations [Un’agenda globale per il dialogo fra le civiltà]» (A/RES/56/6), «Elimination of all forms of religious intolerance [L’eliminazione di tutte le forme di intolleranza religiosa]» (A/RES/59/199) e il Rapporto del Direttore generale dell’unesco (A/59/201) alla lix sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite «Promotion of religious and cultural understanding, harmony and cooperation [La promozione della comprensione, dell’armonia e della collaborazione religiosa e culturale]» (A/RES/58/128).

5 Queste variabili comprendono anche gli insegnamenti e le interpretazioni delle religioni, i seguaci delle religioni, i capi e le istituzioni religiose.

6 Anche se un dettagliato esame della rinascita della religione come tema di urgente importanza politica esula dagli intenti di questa dichiarazione, fra gli esempi di questa rinascita si possono ricordare: la diffusa violenza in nome della religione, la diffusione del fondamentalismo religioso e la sua influenza sui regimi politici, la crescente tensione fra la religione e le politiche degli stati, il problema della progettazione di strutture governative nazionali e regionali capaci di soddisfare le richieste di un’equa rappresentatività da parte di diversi gruppi religiosi, l’integrazione sociale, politica ed economica delle minoranze religiose, le frizioni fra la legge religiosa e quella civile, l’impatto della religione sulle tribune della politica internazionale (cioè la Conferenza internazionale sulla popolazione e lo sviluppo, Cairo, 1994, la quarta Conferenza mondiale sulla donna, Pechino, 1995), la violazione dei diritti umani in nome della religione compreso il diritto di cambiare religione. Questi sviluppi vanno di pari passo con l’intensificazione del dialogo interreligioso e della collaborazione fra i capi religiosi e le loro comunità, le imponenti reti globali di organismi e movimenti filantropici e umanitari che intendono far conoscere le dimensioni etiche dell’integrazione economica globale, l’eredità intellettuale e morale delle religioni ai fini dell’articolazione dei principi morali (per esempio l’etica bellica), la capacità delle religioni di spingere le persone e i gruppi verso l’abnegazione, la non-violenza e la riconciliazione.

7 Vari fattori hanno contribuito al pressoché totale rifiuto della religione nei concetti delle relazioni internazionali. Primo, le scienze sociali si basavano sul lavoro di persone convinte che la religione stesse cedendo il passo a modi di pensiero razionali e scientifici che avrebbero sopraffatto ciò che essi consideravano l’ignoranza e la superstizione prodotte dalla religione, inaugurando così un periodo di modernità. Secondo, «la teoria delle relazioni internazionali (come altre scienze sociali) si fondava sulla convinzione che la religione stesse sparendo dal mondo come fattore importante e per di più si può affermare che il moderno contesto delle relazioni fra gli stati si basava su principi intenzionalmente laici. Il concetto moderno dello stato territoriale, che è la base delle moderne relazioni internazionali, è stato formulato dal Trattato di Westphalia nel 1648» che «fu redatto alla fine della Guerra dei trent’anni fra stati protestanti e stati cattolici. Pertanto, il Trattato sviluppò un formato di relazioni interstatali che non prevedeva la religione» (Jonathan Fox e Shmuel Sandler (2005), «The Question of Religion and World Politics [La questione della religione e della politica mondiale]», Terrorism and Political Violence [Terrorismo e violenza politica], vol. 17, p. 296-8).

8 Shoghi Effendi, «The Goal of a New World Order» [1931], The World Order of Bahá’u’lláh. Wilmette, Illinois: Bahá’í Publishing Trust, 1991; traduzione italiana: «La meta di un nuvo ordine mondiale», L’Ordine Mondiale di Bahá’u’lláh. Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1982.

9 Comunità Internazionale Bahá’í, Freedom to Believe [La libertà di credere]. Bahá’í International Community’s United Nations Office, New York, 2005.

10 Secondo la Banca mondiale, oltre a essere più produttive nel mercato del lavoro, le donne istruite hanno famiglie più piccole, un numero minore di figli che muoiono nell’infanzia e i loro figli sopravvissuti sono più sani ed educati. Le donne istruite sono meglio equipaggiate per entrare nella forza lavoro pagata, un aspetto molto importante per la sopravvivenza delle numerose famiglie guidate da una donna nei paesi in via di sviluppo. Le nazioni nelle quali il livello delle iscrizioni femminili alle scuole è più alto hanno livelli più alti di produttività economica, una minore fertilità, una minore mortalità infantile e materna e una più alta aspettativa di vita dei paesi che non hanno una partecipazione scolastica femminile altrettanto alta (World Bank, “The Benefits of Education for Women [I benefici dell’educazione femminile]”(1993), .

11 Per una discussione dettagliata vedi Comunità Internazionale Bahá’í, Valuing Spirituality in Development: Initial Considerations Regarding the Creation of Spiritually Based Indicators for Development, a concept paper written for the World Faiths Development Dialogue, Lambeth Palace, London. The Bahá’í Publishing Trust: London, 1998; traduzione italiana: Il valore della spiritualità nello sviluppo. Prime considerazioni sulla creazione di indici spirituali di sviluppo. Documento elaborato dalla Comunità Internazionale Bahá’í per lo Sviluppo del dialogo fra le fedi mondiali. Lambeth Palace, Londra 18-19 febbraio 1998. Casa Editrice Bahá’í, Ariccia, 2004.

12 The Monterrey Consensus [Il Consenso di Monterey] (A/CONF.198/11).

13 Negli anni Ottanta e Novanta il mondo ha compiuto enormi progressi nell’apertura dei sistemi politici e nell’allargamento delle libertà politiche. Oltre ottanta paesi hanno computo passi significativi verso la democrazia e oggi in 140 dei circa duecento paesi del mondo vi sono elezioni pluripartitiche, un numero che non era mai stato raggiunto. Malgrado questi sviluppi positivi, il sondaggio internazionale Gallup del millennio (1999) ha scoperto che su 50 mila persone intervistate in 60 paesi meno di un terzo pensava che il proprio paese fosse governato dalla volontà del popolo. Solo una su dieci persone intervistate ha detto che il governo corrispondeva alla volontà popolare.

14 Negli ultimi cinque anni, le Nazioni Unite hanno dato numerosi esempi di governo innovativo. Nel 2000, alla fine di una lotta decennale sostenuta dalle popolazioni indigene per farsi reintegrare nella comunità globale, il Consiglio socio-economico delle Nazioni Unite ha istituito una Tribuna permanente sul problema degli indigeni che funga da ente consultivo del Consiglio sui problemi indigeni relativi allo sviluppo socio-economico, alla cultura, all’ambiente, all’educazione, alla salute e ai diritti umani. Nel giugno 2005, l’As-semblea generale ha per la prima volta tenuto delle udienze interattive con il volontariato e il settore privato, durante le quali circa duecento organizzazioni non governative hanno presentato agli Stati membri le loro idee sulla riforma delle Nazioni Unite in vista del Vertice mondiale delle Nazioni Unite del 2005. Ancora nel giugno 2005, un gruppo convocatore tripartito composto da un nucleo di Stati membri (Argentina, Bangladesh, Ecuador, Filippine, Gambia, Germania, Indonesia, Iran, Kazakistan, Malesia, Marocco, Pakistan, Senegal, Spagna, Tailandia e Tunisia), dal volontariato, dall’Organizzazione educativa, sociale e culturale delle Nazioni Unite e dal Dipartimento per gli affari economici e sociali ha organizzato un convegno intitolato Collaborazione interreligiosa per la pace, che si proponeva di offrire suggerimenti al Vertice mondiale del 2005 sulle strategie per promuovere la collaborazione interreligiosa per la pace. È stata la prima volta che un convegno indetto da uno Stato membro era collegialmente organizzato e guidato da Stati membri, dal volontariato e da agenzie delle Nazioni Unite operanti fianco a fianco. Data la problematicità del tema, l’impostazione organizzativa ha fornito un utile modello per analoghe future imprese. È infine degno di nota che nel 2002 all’Unione parlamentare internazionale è stato riconosciuto lo status di osservatore permanente nell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, mettendo in moto nuove forme di collaborazione.

15 Panel of Eminent Persons on UN-Civil Society Relationships [Comitato di saggi sui rapporti fra l’ONU e il volontariato]. We the Peoples: Civil Society, the UN and Global Governance [Noi popoli: volontariato, ONU e governo globale]. United Nations: New York, 2004.

16 Perché il sistema abbia successo occorrono unità, forza, elasticità e l’opinione pubblica: l’unità di pensiero e di intenti fra i membri permanenti, la forza che consenta di assicurare l’efficacia del sistema, l’elasticità che permetta al sistema di rispondere ai legittimi bisogni dei suoi sostenitori afflitti e l’opinione pubblica universale, donne e uomini, per assicurare l’azione collettiva.

17 Risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza (S/RES/1325 (2000)

18 In genere le guerre e i conflitti hanno fatto poca differenza fra militanti e civili, adulti e bambini. Ma i conflitti armati hanno per le donne e per le ragazze conseguenze diverse rispetto agli uomini e ai ragazzi. Per esempio, lo stupro e la violenza sessuale perpetrati dalle forze armate governative o d’altro genere, compreso il personale dei corpi di pace, aumentano la diffusione dell’aids e di altre malattie sessualmente trasmesse. Molte delle vittime dell’aids nei paesi in via di sviluppo sono donne e ragazze. Quel morbo lascia milioni di orfani che, molto spesso, sono accuditi da donne più anziane.

19 Se è spesso servito come importante difesa contro maggioranze oppressive, il veto ha anche impedito di agire efficacemente contro paesi che costituiscono una minaccia per i loro vicini. Una misura ad interim potrebbe includere la sospensione del diritto di veto quando si vota in casi di genocidio o di altre gravi minacce alla sicurezza e alla pace internazionali.

20 Lo Statuto delle Nazioni Unite afferma che «al fine di assicurare un’azione pronta ed efficace da parte delle Nazioni Unite, i Membri conferiscono al Consiglio di Sicurezza la responsabilità principale del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, e riconoscono che il Consiglio di Sicurezza, nell’adempiere i suoi compiti inerenti a tale responsabilità, agisce in loro nome» (articolo 24).

21 Fra i fattori che scompaginano e destabilizzano la società vi sono l’incapacità dei governi di integrare le minoranze religiose ed etniche, un più facile accesso alle armi, la destabilizzazione e la caduta dei governi e un sentimento generale di crisi sociale, politica ed economica. Tutti questi fattori contribuiscono a creare un ambiente che potrebbe consentire alle ideologie radicali e violente di prendere piede e di prosperare.

22 Ciò comporta l’applicazione del piano d’azione strategica del Segretario generale (A/49/587), che chiede una maggiore partecipazione delle donne ai livelli decisionali dei processi per la risoluzione dei conflitti e per la pacificazione. Gli Stati membri devono ottemperare agli impegni presi secondo la legge internazionale compresa la Risoluzione 1325 (2000) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

inito di stampare nel mese di ……. 2007
per conto della Casa Editrice Bahá’í
nella tipografia ……………
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ALLA RICERCA DI VALORI IN UN’ETÀ DI TRANSIZIONE
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