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Varie : biografia di Alessandro Bausani
L’esperienza religiosa
di Alessandro Bausani
Julio Savi
CASA EDITRICE BAHÁ’Í
– ROMA 2008 –

© Copyright 2008 • Casa Editrice Bahá’í • Roma, Italia

CASA EDITRICE BAHÁ’Í s.r.l.

Sede legale: 00197 Roma, Via Antonio Stoppani, 10 • Tel. 06 879647

Deposito e amm.ne: 00040 Ariccia (Roma), Via Filippo Turati, 9 • Tel. 06 9334334

ISBN 88-7214-118-4
Introduzione

Il 12 marzo p.v. è il ventesimo anniversario della scomparsa di Alessandro Bausani. La sua opera di studioso continua a vivere nei numerosi scritti che ha lasciato alla posterità e nell’impostazione che ha trasmesso ai suoi discepoli, molti dei quali hanno raggiunto posizioni di eminenza nell’ambito degli studi dell’Islam. Alcuni di loro hanno scritto importanti commenti sulla sua personalità e sulla sua opera di grande studioso. L’Assemblea Spirituale Nazionale dei Bahá’í d’Italia vuole commemorare il ventennale della sua scomparsa pubblicando un breve saggio che prende in esame un aspetto essenziale della personalità e della vita di Bausani: la sua religiosità. Sotto questo aspetto Bausani è una figura veramente eccezionale, perché in un’epoca in cui moltissimi studiosi hanno adottato un metodo di studio che esclude le dimensioni trascendenti dell’esistenza, egli invece ha saputo armonizzare la sua adesione ai criteri della scienza con la sua fede in Dio, che ha sempre occupato una posizione centrale nella sua vita. Elsa Scola Bausani era solita dire che il marito era stato una persona eccezionale proprio perché aveva saputo armonizzare questi due aspetti fondamentali della sua personalità. La fedeltà alla scienza e la devozione alla Fede bahá’í non erano per lui ragione di intimo conflitto, ma l’una arricchiva l’altra. In questo senso Alessandro Bausani ha sicuramente stabilito un nobile modello per le nuove generazioni.

L’Assemblea Spirituale Nazionale dei Bahá’í d’Italia

Roma, 12 marzo 2008

se un credente compie una buona azione, nuovi fiori sbocciano in tutti i pianeti . . .

– Alessandro Bausani

L’esperienza religiosa ha segnato le tappe fondamentali della vita di Alessandro Bausani (29 maggio 1921-12 marzo 1988), il famoso islamista italiano la cui imponente opera enciclopedica, caratterizzata da un profondo interesse per la religione e la storia, per le lingue e le letterature, comprende Persia religiosa, da Zarathustra a Bahâ’u’llâh (Milano, 1959), l’unico esauriente testo occidentale sulla storia religiosa della Persia, «La letteratura neopersiana», la più completa storia della letteratura neopersiana in italiano, il volumetto I Persiani, tradotto in inglese nel 1971 (tre opere, queste, che nella sua breve prefazione ai Persiani (7) egli stesso definì il suo «trittico» sulla cultura iranica), la migliore traduzione italiana del Corano (Firenze, 1955) e oltre trecento dotti libri e articoli sui molti temi di suo interesse. Bausani ha costruito la propria esistenza attorno alla religione, unificandovi e armonizzandovi le molteplici sfaccettature delle proprie attività e dei propri interessi e dimostrando con il suo inconfondibile stile, nella vita e negli scritti, l’eterna attualità della fede in Dio. Questo breve saggio si occuperà solo dell’esperienza religiosa di Bausani, lasciando ad altri il compito di illustrare la sua opera di grande orientalista, cosa che del resto è già stata fatta da suoi allievi e ammiratori, come Gianroberto Scarcia, Bianca Maria Scarcia Amoretti e Adriano V. Rossi.

Gli anni della gioventù
L’infanzia e l’adolescenza cattoliche

Bausani ha raccontato la sua vita al giornalista Giuseppe Grieco nel corso di un’intervista pubblicata prima sul settimanale Gente il 10 marzo 19791 e poi nel libro Il bisogno di Dio. Bausani nasce cattolico. La madre, racconta lui stesso, «se ne fregava di Dio e della religione» (in Grieco 57). Il padre invece «era un mistico mancato che si sentiva un po’ condannato a vivere in un’epoca sbagliata» (ibidem). Egli gli «impartì un’educazione religiosa severa, quasi medioevale» (ibidem), iniziandolo al «rigido dogmatismo cattolico tomista» (Bausani, «Tagore» 9), che negli anni ’30 del Novecento era un modo di essere molto comune fra coloro che in Italia si sentivano più vicini al Cattolicesimo. Questo tipo di religiosità prevedeva l’infallibilità del papa e del magistero della Chiesa e quindi approvava non solo i dogmi da essa insegnati ma anche le scelte politiche da essa compiute nel corso di due secoli. Pertanto l’«edificio spirituale» di Bausani comprendeva «i grandi papi, i grandi imperatori, mentre ne rimaneva escluso il Risorgimento» (Bausani, citato in Grieco 57), che con il suo nazionalismo contrastava con il Cattolicesimo a suo modo universalista. Il padre lo avviò anche alla lettura dei testi della spiritualità cattolica, come le Confessioni di sant’Agostino, che gli fece leggere attorno ai 13 anni. L’educazione e le letture indussero Bausani a scegliere «come “casa ideale . . . il convento”, a sognare cattedrali gotiche, un rapporto mistico con Dio, una vita equamente divisa fra il lavoro e la preghiera» e a concepire «un senso antico dei valori umani» (ivi 57).

In quegli anni Bausani stabilì le basi dell’idea di Dio che l’avrebbe poi guidato per tutta la vita. Il suo Dio «è una entità non una cosa disciolta nelle altre cose» (Bausani, Saggi 498). Egli Lo sente soprattutto «nella dolcezza, nel silenzio» (ivi 476), una «forza antica e nuova, non chiassosa e non violenta, ma interiormente potente, come quella descritta nella antica teofania di Elia» (ivi 227):

Iddio gli disse: «Esci fuori e fermati sul monte, dinanzi all’eterno». Ed ecco passava l’Eterno. Un vento forte, impetuoso, schiantava i monti e spezzava le rocce dinanzi all’Eterno, ma l’Eterno non era nel vento. E, dopo il vento, un terremoto; ma l’Eterno non era nel terremoto. E, dopo il terremoto, un fuoco; ma l’Eterno non era nel fuoco. E, dopo il fuoco, un suono dolce e sommesso. (I Re XIX, 11)

L’ultima parte del versetto biblico gli piaceva tanto che soleva pronunciarlo e trascriverlo anche nella lingua originale: «qol d?mamah daqqah» (Bausani, Saggi 227). Apprezzava molto anche un altro Scritto sacro che espone concetti simili, Corano VI, 76-9:

E quando l’avvolsero le tenebre della notte, vide una stella, e disse: «Ecco il mio Signore». Ma quando la stella tramontò disse: «Non amo ciò che tramonta». E quando vide la luna levarsi dall’orizzonte, disse: «Ecco il mio Signore!». Ma quando anch’essa fu tramontata esclamò: « Se il mio Signore non mi guida, sarò anch’io fra i traviati!». E quando vide il sole nascente gridò: «Ecco il mio Signore! Questo è ben il più grande!». Ma quando anch’esso tramontò, gridò Abramo: «O popol mio, sono innocente della vostra idolatria! Io volgo la faccia verso Colui che ha creato i cieli e la terra, in purezza di fede, e nessun compagno a Lui voglio dare!».

Nel 1955 scrisse che questi versetti esprimono la «pochezza delle cose dell’universo di fronte a un insito bisogno di Potenza assoluta e di grandezza» e che questo episodio «è tutto pieno di umilissima e gratuita venerazione per Colui che Mai Tramonta» («Introduzione e commento» 543, n76ff.).

Questi sentimenti si rispecchiano anche in alcune delle sue poesie inedite scritte fra il 1945 e il 1955. Nel 1947 scrive una «Litania antipanteistica» che sottotitola «Lettera in risposta alla natura che chiedeva adirata all’A. perché tanto raramente parlasse di lei». Questa poesia è formata da otto strofe. Le prime sette incominciano con il ritornello: «No / non posso cantare di te / Natura / perché . . . ». In ogni strofa poi il poeta descrive una delle ragioni per cui vede la natura come una realtà limitata e imperfetta. Alla fine aggiunge:

Solo
posso cantare di Te
Cielo
Tu sei tanto alto. . . .
Ma Tu vedi
capisci
piangi
e poi,
così grande,
bisbigli cinguettando una risata.

Del 1947 è anche la «Preghiera dell’idiota» (Saggi 508-9), nella quale Bausani dice di poter pregare Dio

Solo
quando a sera T’affacci a riposare
alle finestre del cielo . . .
e lasci
lassù
a guardia di un gran vuoto
l’ammiccare invidioso delle stelle.

Nel 1979, ormai uomo maturo, spiega a Grieco (58): «Avverto la . . . presenza [di Dio], sento in me il suo respiro soprattutto quando sono allegro. Dio è felicità, è gioia ineffabile. La tristezza, l’infelicità appartengono all’uomo».

La sua idea di Dio sarà poi arricchita dai vasti studi religiosi e letterari che gli consentiranno di cogliere volta per volta i pregi delle varie visioni che incontrerà. Saprà così condividere «l’ebbrezza della accentuazione assoluta della profondità affascinante dell’abisso fra uomo e Dio, della supremazia totale di Dio» e la «voluttà estrema di autonegazione e di affermazione di Dio che discende direttamente dall’accentuazione della Signoria di Dio e della dipendenza assoluta del “servo”» («Aspetti» 4), che nascono da quella forma di religiosità, tipica dell’Ebraismo profetico e dell’Islam dei primi tempi, che egli chiama «teismo trascendentistico assoluto» (Saggi 271). Ma sarà anche capace, come i seguaci del «panteismo o teopanismo» (ibidem), tipico delle religioni dell’Induismo, di rivolgersi al Dio inconoscibile, quel «quid numinosum neutro, presente e sparso in tutto il cosmo» (ivi 380), «dal cui immenso respiro è nato il mondo tutto, che è, pertanto, in fondo, divino» (ivi 168) e di percepire così «il palpito di Dio nella natura, nelle umili cose; nel vento il suo respiro, le sue mani nelle foglie agitantesi degli alberi, il suo occhio amoroso in tutti i fiori» (ivi 272). Il suo rapporto con Dio potrà essere «quello di servo a Signore, oppure quello di amante inebriato con la sua Isotta» (ibidem), ma il rapporto che preferirà e che adotterà sarà quello del «Dio con noi (non dio=noi) e apparenteci in continua più luminosa bellezza secondo le aumentate possibilità dell’umanità» (ivi 274), tipico della Fede bahá’í.

Le profonde basi spirituali ricevute dal padre alimentano il suo «spirito inguaribilmente religioso» (Bausani, «Tagore» 9) fino a portarlo a cogliere il meglio del Cattolicesimo e di tutte le altre religioni istituzionali. In questo senso condividiamo le parole che Gian Roberto Scarcia, suo allievo e ora direttore del Dipartimento di studi euro-asiatici dell’Università di Venezia, disse nel corso della celebrazione del decennale della scomparsa del suo maestro a Venezia («Quattro incursioni» 485):

Non si insisterà mai abbastanza sul cattolicesimo di Bausani: nel senso etimologico, e nella convinzione che l’appartenenza a una comunità vera fosse e sia la condizione necessaria, se non sufficiente, della robustezza di una coscienza religiosa vera. E non solo comunità, ma anche comunità ortodossa, perché sono le ortodossie quelle che vale la pena sociale di preservare, magari inghiottendo rospi e lagrime, e lavorando per raffinarle da dentro . . .

Il distacco dal Cattolicesimo

Come per molti italiani della sua generazione, racconta Bausani a Grieco (57), la fede nel Cattolicesimo ereditata dalla famiglia entra in crisi sui banchi del liceo, quando egli prende «contatto con la filosofia». In quegli anni «era di moda l’idealismo, sia nella versione “fascista” di Giovanni Gentile che in quella “liberale” di Benedetto Croce» (ibidem). Il suo «eccezionale maestro» è Pilo Alberelli (1907-1944), «un cattolico crociano», attivo nella lotta cattolica antifascista, poi caduto fra le 335 vittime dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. L’insegnamento crociano di Albertelli incrina, non volendolo, la sua fede nel Cattolicesimo. A poco a poco se ne allontana. Anche lui, come molti altri, smette di credere alle molte «cose “impossibili”» (ibidem) che la Chiesa cattolica, come altre istituzioni religiose, chiede di credere. Egli spiegò a Grieco che, a suo giudizio, il Cattolicesimo e le altre antiche religioni avevano inizialmente teso a un fecondo ecumenismo universale, ma poi erano divenute «pozzi secchi per chi ha sete di Dio» (ibidem). Questo inaridimento era avvenuto perché esse chiedono di accettare «un insieme di dogmi e di leggi che oggi non hanno più senso perché dati per secoli ormai lontani e per un’umanità che non è più la stessa perché nel frattempo è profondamente cambiata» (ivi 58).

Gli anni della ricerca spirituale

Bausani afferma che, essendogli venuta dal padre, la sua «iniziazione» spirituale è «virile e profonda e quindi . . . destinata a resistere nel tempo» (citato in Grieco 57). E in effetti, anche quando è in crisi con il Cattolicesimo, egli è sempre convinto che la religione sia «una cosa così importante che di fronte a essa non è possibile avere un atteggiamento neutro. Infatti, nei suoi riguardi non c’è che questa alternativa: o la si accetta, o la si combatte, come superstizione, stregoneria» (ivi 52). Nel 1977 (Saggi 54) egli espresse rammarico e sorpresa per il fatto che gli «scienziati, che pur dovrebbero essere ricercatori per eccellenza» si siano fermati

alla tradizione in cui . . . [erano] nati, senza domandarsi se questa tradizione, i cui ritualismi, i cui metafisicismi, i cui incartapecoriti e irrigiditi precetti teorici, sono stati proprio l’origine della vocazione antireligiosa della scienza moderna, non siano per caso superabili, se non esista per caso una evoluzione anche della rivelazione.

In quegli anni il giovane Bausani è in conflitto non solo con i dogmi del Cattolicesimo, ma anche con i suoi riti. Lo dimostra una sua operetta meno nota, La Bbona Notizzia, una traduzione del Vangelo secondo Matteo in dialetto romanesco che risale a quel periodo. Quando la elaborò, quella traduzione parve quasi blasfema, tanto che nessun editore la volle pubblicare. L’opera fu pubblicata postuma solo nel 1992 dal Gruppo Editoriale Insieme, di proprietà di alcuni amici bahá’í. Le ragioni di questa traduzione sono da lui stesso spiegate nell’«Introduzione» (10-1):

Se i libri chiamati Evangeli . . . fecero tanta impressione sui semplici di allora col loro così sciatto e incolore periodare, e i detti di Gesù conquistarono tanti nel suo dialetto volgare e scialbo (e Gesù stesso, alcuni dicono fosse «brutto»), non sarà forse ormai – pensavo malignamente – l’effetto dei Vangeli dovuto in buona parte a quel parlar pieno di sussiego, a quel latino, a quel bell’italiano del Diodati o al tedesco possente di Lutero? S’imponeva dunque un tentativo supremo: quello di denudare totalmente il Vangelo delle incrostazioni tendenti a farlo diventare quel che non volle al principio essere, un libro santo e solenne; e pensai di sceglier per questo esperimento la parlata romanesca proprio per quel che ne disse il Belli quando gli proposero (e per errato senso religioso, che gli era verso la fine della sua vita venuto, rifiutò) di tradurre il Vangelo in romanesco.

A quel tempo quelle che egli avrebbe poi chiamato «sette esotiche» (Bausani, Saggi 355), ossia le religioni dell’Estremo Oriente (Induismo, Buddhismo e Taoismo) non erano ancora di moda. Ma anche se lo fossero state non lo avrebbero attratto. Così egli descrive infatti la sua prima impressione di Rabindranath Tagore, quando, a 10-11 anni, lesse il suo dramma L’Ufficio Postale: «qualcosa di bello, di dolce, di addirittura trepidamente pauroso e affascinante assieme, ma, anche, sempre, qualcosa di immaturo, di infantile, di esile» («Tagore» 9). Nella «religiosità panteisteggiante» (ivi 16) del mondo indù, «così amato da certi liberali moderni» (Bausani, Saggi 274), egli invece riconosce la base granitica delle deprecabili caste indiane, la sua «meditativa dolcezza» gli appare come «rassegnazione sterile» («Tagore» 16). Persino il «puro» e primitivo «“socialismo” agricolo» diventa ai suoi occhi, come a quelli di Karl Marx che qui cita, «un egoismo barbarico che, concentrandosi tutto su un misero lotto di terreno aveva assistito inerte alla rovina di imperi, alla perpetuazione di crudeltà indicibili, al massacro della popolazione di grandi città» (India, Cina, Russia 61). In seguito avrebbe dato anche altre spiegazioni alla sua scarsa simpatia per quel tipo di religiosità. Nel 1982 scrisse che le dottrine indù e buddhista della reincarnazione, secondo le quali «se il signor X è morto di fame è colpa sua, cioè delle azioni che aveva commesso in precedenti rinascite» è «pessimistica e in sostanza reazionaria» (ivi 20-1). In un altro articolo osservò anche che

se ora in Europa e in Occidente abbiamo una società più giusta (relativamente) di quella attuale indiana, dove si muore di fame a centinaia di migliaia di persone al giorno, lo . . . [dobbiamo] anche ai nostri monaci medievali o almeno a certi, mentre i fachiri indiani, con la loro fuga nel nirvana, non influenzarono la società in cui vissero altro che consolatoriamente. (ivi 362)

E a coloro che negli anni ’80 affermavano che «tutta la filosofia orientale – sia induista sia buddhista – parla del sé interiore, della liberazione, offre insomma uno spazio» e che dunque essa risponde alla «mentalità dei giovani . . . insoddisfatti della società» che per l’appunto vogliono «spazio», controbatte: «Ma se si tratta di liberazione interiore, questo spazio non c’è anche nella mistica cristiana? E non è solo per confuse tendenze drogato-sessualistiche-anarcoidi che ci si rivolge a un presunto “Oriente più permissivo?”» (ivi 365). Ma soprattutto Bausani ha sempre pensato che i moderni adepti occidentali delle religioni dell’Estremo Oriente cerchino «la salvezza personale, una purificazione, una liberazione essenzialmente sperimentabile nella propria persona» (Saggi 367). A lui invece è sempre interessata «una politica divina per l’unificazione e la santificazione della società umana» (ibidem). «Chi vuol salvarsi l’anima», diceva, «può benissimo ricorrere a una qualsiasi religione tradizionale . . . Ma chi vuole divinamente organizzare il mondo come è ora . . . non può usare degli elementari mezzi di sociologia religiosa embrionalmente esistenti nelle religioni precedenti» (ivi 367-8).

Bausani non nutriva alcun interesse neppure verso «la mistica intesa in senso troppo esoterico e personalista-individualista» (Saggi 103), né verso «l’occultismo inteso, come è comunemente, non come pura scienza di psicologia paranormale, ma come spiritualità superiore alla religione» (ivi 392). Ha sempre considerato entrambe le cose un «pericolo per la vita religiosa da due punti di vista: dell’etica individuale perché . . . [spingono] alla superbia, “peccato” massimo nella vita religiosa, e quello dell’etica sociale perché fatalmente . . . [portano] a sottolineare aspetti personali, individualistici, delle religioni, creando dogmi conoscitivi pseudoscientifici e quindi, discordie» (ibidem).

Non lo interessavano nemmeno quelle «teorie scientifiche che “porterebbero” a Dio, alla spiritualità ecc.», perché, a suo avviso, «nessuna teoria scientifica porta a Dio», anzi le teorie portano «a un Dio sbagliato, al dio del paganesimo eterno, non al Dio d’Abramo, d’Isacco e Giacobbe, al Dio legislatore e sovrano etico dell’universo» (Saggi 2008). Egli ritiene infatti che scienza e religione si occupino di due ambiti diversi. La scienza descrive la realtà materiale e utilizza ciò che scopre dei misteri della natura per creare strumenti tecnologici a uso e consumo dell’uomo, la religione indica come gli esseri umani devono comportarsi nel mondo e dunque anche come meglio possono utilizzare i frutti della scienza. Se non esiste una giusta comprensione delle funzioni della religione e della scienza, nascono secondo Bausani errate idee antropomorfiche di Dio, come è successo nel Cristianesimo.

Diffidava anche del cosiddetto razionalismo moderno «che rimprovera i religiosi di irrazionalismo» (Saggi 208). Pensava infatti che molti di coloro che muovono questo rimprovero «non sanno dominare le proprie passioni più elementari (a cominciare da quelle sessuali), . . . sostituiscono Dio con persone umane (siano esse Mao o Hitler o Stalin o chi si vuole)» (ibidem). Essi si lasciano affascinare da «miraggi di tipo umano, troppo umano» (ibidem). E inoltre, a suo avviso, a «questo mondo moderno così pretenziosamente razionale» ben si addicono le parole del poeta ‘Urfí (m. 1591), persiano di nascita ma vissuto in India: «Se la tua mente non si lascia ingannare dal Miraggio, non ti vantare per questo della tua razionalità: ciò dipende piuttosto dal fatto che non ha abbastanza sete» (ivi 208-9).

I suoi primi interessi religiosi al di fuori del Cattolicesimo si rivolgono dapprima verso il Protestantesimo e poi verso i teologi della «morte di Dio», ma ne rimane deluso. Gli apparvero, spiegò poi a Grieco (57), «una specie di Cattolicesimo rimpicciolito e frantumato, mentre quella a cui io tendevo era una fede che fosse veramente ecumenica, universale nel senso più completo della parola». È convinto inoltre che la società moderna non possa «più accontentarsi di una dottrina che concentri sull’individuo tutti i valori. L’individualismo rappresentato nel campo religioso soprattutto dalla grande Riforma Protestante e nella politica dal Liberalismo», scrive nel 1983 (Saggi 96), «ha fatto il suo tempo».

Nel primo dopoguerra concepisce il pensiero «che fosse possibile operare una rivoluzione cristiana all’interno dell’universo marxista» (Bausani, citato in Grieco 57) e cerca in un partito rivoluzionario «quell’anelito al Regno di Dio» che non trovava «nei programmi sociali cattolici» («Congresso» 3). Entra quindi a far parte «del gruppo dei cattolici-comunisti» (Bausani, citato in Grieco 57), assieme a Franco Rodano (1920-1983), fondatore della sinistra cristiana e leader dei cattolici comunisti, e ai suoi compagni, con profondo dolore del suo cattolicissimo padre. Dopo due anni però si rende conto che un compromesso fra l’ateismo marxista e il Cattolicesimo teista è impossibile. «È stata l’ultima delusione che ho patito», disse poi a Grieco (ibidem). E poiché secondo lui «senza Dio la rivoluzione, qualsiasi rivoluzione, è destinata a fallire», nel 1946 esce dal comunismo «in sordina . . . [senza] nessuna lite, nessun contrasto aperto» (ibidem).

Continua però a sostenerlo e pertanto quando il 1° luglio 1949 la Congregazione del Sant’Uffizio emana il famoso decreto, noto come «scomunica ai comunisti», che rispondeva affermativamente alla domanda se «i cristiani che professano la dottrina comunista materialista e anticristiana, e soprattutto coloro che la difendono e la propagano, incorrano ipso facto nella scomunica riservata alla Sede Apostolica, in quanto apostati della fede cattolica», il 16 luglio successivo Bausani pubblica sul quotidiano di sinistra Il Paese un articolo intitolato «Scrive uno scomunicato». In questo articolo si dice «fiero di essere stato annoverato dalla Curia Romana, sia pure indegnamente, nella stessa schiera di cui hanno fatto parte Savonarola, Giordano Bruno, Galilei ecc.».

Lo spirito che lo induce a sostenere coloro che hanno incominciato «con il collaborare cristianamente alla realizzazione di una società socialista pur con lo sguardo fisso più avanti» (Bausani, «Lettera») è proprio il suo sguardo, che è «fisso più avanti» dei suoi compagni marxisti, la sua attesa di un giorno ulteriore nel quale il rinnovamento dei cuori avrebbe realizzato il Regno di Dio sulla terra. Egli aderisce al partito comunista «per circa due anni (fino al 1946)» («Lettera al dottor Giachery»), lo fa da neo-comunista e si ritira dal partito per la «accentuazione del lato ideologico materialistico» (ibidem), che ovviamente non gradisce. Anche dopo che se ne è ritirato, considera il partito comunista italiano «una delle più forti correnti spirituali» in Italia (ibidem) e dice di aver trovato nei suoi ranghi «alcune fra le persone più oneste, e più pulite, addirittura in qualche caso dei santi laici» (ibidem). Ma lo sostiene «con dolore» perché ne vede «i difetti» (ibidem), come per esempio la brutalità, e già nel 1948 lo descrive necessario, così come lo fu «provvidenzialmente . . . l’Impero Romano (sia pur acristiano e talvolta anticristiano) per la diffusione, nel già composto scheletro senza vita, della linfa del Cristianesimo» (Bausani, «Il mondo moderno»). Lo vede insomma come un «male minore», che lui sceglie per evitare quello che egli allora vede come il «marciume ipocrita e pseudospiritualista» delle forze capitaliste e perché «qualsiasi cosa, anche l’ateismo . . . è meglio che lo sfruttamento della religione per coprire sporchi interessi personali» (Bausani, «Lettera al dottor Giachery»). Lui si proclama sempre cristiano e progressivo e mantiene una «fede religiosa oggettiva, nel Regno al di là di questo mondo» (vedi Bausani, «Socialisti e Cristiani» 7). La sua vera speranza è che «il corpo materiale» della società possa essere vivificato dalle «poche ma brucianti cellule credenti» (ibidem). Quello che ammirava dei suoi amici comunisti era la loro idealistica ricerca della giustizia, che nel 1973 definì «una certa forma di spiritualità, tesa al conseguimento di fini altamente umanitari (quali la giustizia sociale, un’effettiva eguaglianza di fronte alla legge ed alla produzione-remunerazione, ecc.)» (Saggi 238). Nel 1971, durante una sua conferenza a Roma sul tema «I Bahá’í e l’attualità del dialogo», afferma: «Per me è superstizione, ora . . . non solo il dogma della assunzione di Maria in anima e corpo in cielo, ma anche il mito della “dittatura del proletariato” e il mito della libera iniziativa capitalistica» (7). Chi scrive lo ha sentito dire negli anni ’70 che il mondo si divideva in due parti: una parte anteponeva la giustizia alla libertà e l’altra la libertà alla giustizia. Che cosa poi pensasse della mancanza di libertà di cui soffrivano i paesi comunisti si deduce dal fatto che in alcuni suoi articoli mise Hitler e Stalin alla stessa stregua (vedi Saggi 83, 208).

Uscito dal partito comunista, resta però lontano dalla Chiesa, che considera promotrice di «un partito reazionario e totalitario» (Bausani, «Oltre il moderatismo» 5). Nel 1949 scrive: «abituato a meditare ogni giorno qualche passo del Vangelo, per evidenti ragioni la mia coscienza non mi permette da qualche tempo a questa parte di chiamarmi “cattolico”» («Mosè o Faraone?» 1). Ingaggia nel frattempo «una polemica della vita spirituale contro un certo conformismo polveroso» (Scarcia, «Quattro incursioni» 485) e nel 1948 critica apertamente il «clericalismo», cioè

la posizione mentale di coloro che, posti di fronte al Dio vivo del Vangelo lo contaminano con gli pseudo-dei di astratte filosofie . . . la posizione mentale di chi, posto di fronte al divino ordine «cambiate», «rinnovatevi» che è l’essenza della prima predicazione di Cristo, lo traduce nella formula: «fate penitenza» (che ne è solo una faccia) e in una educazione soffocante e corruttrice. («Oltre il moderatismo» 5)

Nel 1951 scrive che la «Bibbia . . . non contiene delle verità (né verità scientifiche, né verità storiche, e nemmeno verità assolute religiose e morali), ma crea delle realtà spirituali», e pertanto si sente fra «coloro che non discutono sui passaggi e i personaggi della Bibbia, che sono, essi, i personaggi della Bibbia eterna» («Bibbia e Verità» 3).

Allontanatosi dalla Chiesa, Bausani non segue l’esempio dei molti altri che appagano il loro desiderio di ricerca

con mezzi imperfetti e inadeguati: con lo scetticismo generale . . . [o] con una «generica speranza» che in futuro verrà qualcosa, o con un riadagiarsi, credendo che basti una nuova interpretazione che poi non è nemmeno accettata dalle autorità religiose, nella vecchia credenza tradizionale, in mancanza di meglio. (Bausani, «Idee Bahá’í» 2)

Sente in quel periodo un profondo bisogno di rinnovamento spirituale. Il rinnovamento al quale era pronto a dedicare la vita non riguardava però l’economia, la società, la politica o le Chiese. Egli aspirava a un autentico rinnovamento religioso. Lo spiega in due articoli: «Il ritorno di Cristo» (La Luce, 30 novembre 1948) e «Presupposti di una riforma religiosa» (La Luce, 30 aprile 1949), nei quali sostiene in primo luogo la necessità di un rinnovato amore per Dio.

Nel 1948 incontra la Fede bahá’í attraverso Philip Amalfi Marangella (1895-1974), eminente insegnante e pioniere bahá’í italo-americano (vedi «In memoriam» 525-7), che, venuto in Italia nel 1947 e ripartitone nel 1948, si iscrive all’Università per cercare persone sensibili al messaggio bahá’í. Gliene sarà per sempre grato e manterrà nei suoi confronti sentimenti di grande affetto e stima. Marangella lo presenta a Ugo Giachery (1896-1989), che nel 1951 sarebbe stato nominato Mano della Causa di Dio (vedi «In Memoriam» 779),2 e con lui Bausani discute più volte i nuovi insegnamenti. Accetta la Fede bahá’í l’8 aprile 1950, quando Marangella è ormai ritornato negli Stati Uniti. Mentre discuteva la Fede con il dottor Giachery e gli altri bahá’í di Roma incontra una giovane anima radiosa, Elsa Scola (4 dicembre 1927-12 marzo 2003), recentemente entrata a far parte della comunità bahá’í che voleva imparare il persiano per leggere gli Scritti di Bahá’u’lláh nel testo originale. Questa giovane signora fu la sua devota e amorevole consorte per 38 anni e poi la fedele custode delle sue memorie.

Una breve lotta interiore

Quando incontrò Marangella nel 1948, Bausani conosceva solo alcuni dati storici sulla Fede bábí-bahá’í. Ha sempre detto di aver provato un’immediata istintiva simpatia verso la rivoluzionaria personalità del Báb. È possibile intravedere alcuni aspetti del breve processo della sua conversione in una lettera, che egli indirizzò al dottor Giachery il 1° marzo 1950. La lettera originale non è ancora stata trovata. Una copia della minuta è stata consegnata dalla signora Bausani a Laura Marcheschi, una studentessa bahá’í che nell’anno accademico 2001-2002 scrisse una tesi di laurea in storia intitolata «Alessandro Bausani: l’incontro con la Fede bahá’í» e la Marcheschi l’ha depositata negli archivi dell’Assemblea Spirituale Nazionale dei Bahá’í d’Italia. Non si sa ancora se il dottor Giachery abbia mai risposto. In questa lettera, Bausani espone alcuni dubbi.

In primo luogo, Bausani lamenta che gli ambienti bahá’í siano eccessivamente elitari e snob. Osserva di non aver mai incontrato nell’appartamento del dottor Giachery, situato nell’elegante quartiere romano dei Parioli, «un mendicante, un operaio . . . qualcuna di quelle persone che seguivano Gesù nelle sue peregrinazioni in Galilea». A suo giudizio, scrive, «nessuna riforma religiosa si può fare nella concreta situazione politica dell’Italia d’ora senza il contributo del popolo, del popolino di questi piccoli come diceva Gesù». E in effetti i primi bahá’í italiani furono attratti alla Fede in quegli anni da pionieri americani e persiani che appartenevano perlopiù a una minoranza intellettualmente ed economicamente privilegiata. Il tempo della diffusione della Fede bahá’í fra le masse non era ancora arrivato.

In secondo luogo, Bausani, che nel 1948 aveva scritto l’articolo «Oltre il moderatismo contro il clericalismo», era stanco delle gerarchie cattoliche. In quell’articolo aveva scritto che lo stato pontificio era «tanto più pericoloso e temibile ora, in quanto . . . aspira a tenere in pugno, mediante i partiti clericali dei vari paesi, non il governo di un solo stato ma addirittura di tutti gli stati» (ivi 5). Non gli piaceva neppure lo statico Teismo dell’Islam e dell’Ebraismo, dai quali, scrisse nel 1948 («Opera corruttrice»), «Dio è scomparso e non ha lasciato che il Libro (Corano, Toràh ecc.)». Perciò all’inizio sembra aver avuto qualche problema a capire e accettare gli aspetti istituzionali della Fede bahá’í. Scrisse:

So bene . . . che tutto il lato «istituzionale» è una scuola di umiltà, ma il pericolo di un legalismo resta. E tale pericolo è tanto più sentito da chi, come me, è uscito da una Chiesa dove tale legalismo raggiunge limiti farisaici . . . Nell’Aqdás,3 penso, ci sono molte precise disposizioni «canoniche» di cui non sento la necessità. Prima di entrare in una fede che è anche «organizzazione», bisognerebbe conoscere tutto quello a cui ci si impegna. Gradirei molto quindi che lei mi spiegasse il valore della «legge», in quanto regolamento religioso, per i Bahá’í. Ne capisco – forse – l’utilità pratica, ma penso che non bisogna fermarvisi molto . . . Dando troppa importanza all’organizza-zione non si corre il pericolo di rifare del Bahá’ismo una delle tante religioni anziché la Religione?

Alla fine della lettera soggiunge:

Posso, restando nella Fede, comportarmi secondo il nocciolo degli insegnamenti bahá’í, dare importanza secondaria alle prescrizioni legali che a mio parere sono la parte, direi, secondaria, di tutte le Fedi e non necessariamente tutte parole di Dio? . . . Posso, in una parola, restando nella Fede, anteporre la mia coscienza, illuminata da Dio, a qualsiasi ordine o disposizione legale che non venga da Dio stesso?

Bausani non aveva evidentemente ancora capito che tutte le leggi e i regolamenti che i bahá’í devono osservare hanno origine divina e perciò per i bahá’í che conoscono bene la propria Fede il suo dilemma non esiste. Le leggi bahá’í o sono rivelate direttamente da Bahá’u’lláh, o sono prescritte da ‘Abdu’l-Bahá e Shoghi Effendi, i due autorevoli Interpreti delle Scritture bahá’í, o sono emanate dalla Casa Universale di Giustizia, l’infallibile suprema istituzione di governo fondata nel Kitáb-i-Aqdas. Il magistrale saggio che Bausani scrisse per il Congresso internazionale di storia delle religioni (Roma 17-23 aprile 1955), «Sviluppi istituzionali della religione bahá’í» (vedi Atti 447-50 e Bausani, Saggi 444-64), dimostra che molto presto egli capì e apprezzò questo aspetto della Fede bahá’í, una Fede dalla quale aveva già scritto al dottor Giachery: «non mi sono mai sentito così vicino a Dio come da quando mi trovo a contatto con la spiritualità bahá’í» («Lettera al dottor Giachery»).

Nella sua lettera scrive anche:

Posso, restando nella Fede, pur senza appartenere a un partito politico, votare secondo quanto la coscienza mi detta al momento delle elezioni eventuali, e posso appoggiare quei movimenti politici, sociali ecc. che in coscienza non ritengo essenzialmente contraddittori con la mia Fede? Il non-votare e una astensione assoluta dalla politica (consideri che la mia attività politica è non solo scarsa ma quasi nulla, tuttavia è questione di principio) mi sembra errato, mentre d’altra parte agire contro coscienza è contrario al nocciolo degli insegnamenti di tutti i Profeti.

Vedremo in seguito che lui stesso rispose esaurientemente a questa domanda, quando scoprì che essere bahá’í non significa solo astenersi dalla politica delle parti, ma anche «operare al servizio dell’umanità nell’ambito dell’organizzazione fondata dalla Manifestazione della nostra era» (Saggi 37).

Bausani deve aver risolto questi dubbi molto rapidamente, perché dichiarò la sua adesione al credo bahá’í solo 39 giorni dopo. Data questa sua precoce certezza interiore, Bausani visse solo per breve tempo il doloroso dramma di alcuni intellettuali bahá’í contemporanei. Una volta arruolato nelle file bahá’í, non dette più segni di percepire drammatiche contraddizioni fra la libertà della sua vita intellettuale e gli imperativi religiosi della sua vita bahá’í: il dovere dell’obbedienza alle Istituzioni, il processo della revisione degli scritti, il contrasto fra la sua statura intellettuale e spirituale e l’ingenua semplicità di molti dei suoi compagni di Fede, l’obbedienza a eventuali ordini dati dal «Maestro» che, scrisse già nel 1953 (Saggi 499), «possono sembrare apparentemente strani». Non soffrì mai per il disdegno di alcuni dei suoi pari verso la Fede che egli amava e ad essi oppose la sua bonaria ironia. I suoi amici bahá’í non percepirono mai alcun dramma nelle sue parole e nelle sue azioni e i suoi scritti trasmettono certezza e serenità. Il suo segreto fu che restò sempre incrollabilmente fedele alla scelta che aveva fatto e la luce che questa incrollabile fedeltà gettò nella sua vita intellettuale fu tale da disperdere l’ombra di qualsiasi dubbio. Inoltre, egli stesso disse a Grieco (57) di «non far parte di quella élite di intellettuali che credono, non saprei dire se in buona o in mala fede, di essere il sale della terra, di rappresentare il mondo con i suoi problemi e le sue angosce. Invece non è vero niente». Bausani sentiva di somigliare di più ai semplici, agli operai e ai contadini, gente che «non si lascia nemmeno sfiorare dai dubbi e dai sofismi dei cosiddetti “pensatori”» (ibidem).

Bausani acquisì questa certezza quando era molto giovane (1951), e non era ancora il dotto che sarebbe poi diventato. Ci riuscì perché, come lui stesso diceva, le solide basi spirituali acquisite dal padre avevano alimentato il suo «spirito inguaribilmente religioso» aiutandolo a scegliere il meglio della sua tradizione religiosa e a vivere la sua cristianità come «attiva attesa di un Regno di Dio» (Bausani, «Lettera»). E la sua grande intelligenza gli fu di grande aiuto nella sua scelta e nella fermezza in essa, non un problema o un ostacolo, come si può dedurre da tante frasi che scrisse. Avendo una comprensione spirituale così profonda – frutto del suo «spirito inguaribilmente religioso» e della sua conoscenza degli Scritti bahá’í – ed essendo tanto intelligente e curioso, la sua cultura crebbe in lui come un grande sostegno e non come un ostacolo alla sua vita spirituale. La signora Bausani scrive che «l’eccezionalità» di Bausani come bahá’í fu «nel complesso della sua vita di bahá’í e di scienziato: questi due aspetti della sua personalità non sono indipendenti l’uno dall’altro, ma strettamente connessi» (Scola, «Discorso»).

Roma, 27 ottobre 1951. Il giorno del matrimonio.

Possibili ragioni della conversione alla Fede bahá’í

Bausani si allontana dal Cattolicesimo, ma non perde assolutamente la fede in Dio e l’impulso della ricerca, né dimentica il suo Cristianesimo vissuto come «attiva attesa di un Regno di Dio» («Lettera»). Anzi, nel 1947 scrive («I terrori di Dio» 170) che «il Demonio . . . è la infinita Neutralità, la soffice e onnipenetrante sordità della Penombra». Non ha però nemmeno fiducia nell’uomo, che considera «una cosa disperante . . . stimabile solo se sommato a Dio che l’ha creato» (Bausani, citato in Grieco 52). Gli uomini, «messi assieme», pensava, «sono tanti zeri. Essi acquistano valore esclusivamente se li facciamo precedere dalla cifra uno, cioè Dio» (ivi 55). E pertanto continua a sentire un gran bisogno di Dio, perché ritiene (Saggi 347) che

l’intelligenza ci chiarisce la relazione esistente fra mezzi e fini. Ma il semplice pensiero non può darci il significato dei fini ultimi e fondamentali. Chiarire questi fini e questi valori fondamentali e ancorarli strettamente alla vita emotiva dell’individuo mi sembra sia proprio la funzione più importante che la religione deve compiere nella vita sociale dell’uomo.

È perciò convinto che, contrariamente a quanto sostengono molti uomini moderni, «il mondo umano avrà sempre bisogno di una guida divina, di un Profeta, o meglio, “Manifestazione”, che riveli però leggi e non tanto scienza» (ivi 324). Spinto da questa sua «ansia di una moderna immanenza profetologica» (Scarcia, «Quattro incursioni» 485), incomincia a cercare, «in una nuova fede» (Bausani, citato in Grieco 57), ciò che non trova nel Cattolicesimo.

Bausani stesso ci offre una chiave per capire quali aspetti della Fede bahá’í lo hanno maggiormente attratto in un articolo del 1981 (vedi Saggi 75-88, vedi anche ivi 339-55), nel quale espone idee che secondo la testimonianza della signora Bausani e degli amici italiani che meglio lo conobbero, aveva rapidamente maturato. In questo articolo egli descrive la «crisi moderna» come «una troppo radicale e assoluta, intellettualistica scissione tra Materia e Spirito . . . una “volatilizzazione” dello Spirito» (ivi 75-6). Propone poi di provare «teoricamente, quasi come in un laboratorio . . . a “inventare” una religione» capace di risolvere quella crisi. E così conclude: «troveremmo (o almeno io ho trovato e lo propongo a voi) qualcosa di molto simile alla Fede bahá’í» (ivi 82). Procede infine a esporre le varie caratteristiche della «Religione» adatta al mondo moderno (ivi 82-3):

a. Deve intanto trattarsi di una «religione». Finora nessuno ha mai trovato nel mondo un surrogato della Religione che possegga la energia veramente «atomica» di quella. Persino gli atei, là dove hanno avuto i maggiori successi, cioè nel comunismo organizzato russo e cinese, hanno impiantato qualcosa che ha le caratteristiche, almeno psicologiche, se non teologiche, di una religione.

b. Nelle religioni tradizionali il pomo della discordia sono sempre stati nella teoria i dogmi e nella pratica i riti/sacramenti. Una religione unificatrice non potrebbe pertanto avere nuovi dogmi né nuovi sacramenti, ma né gli uni né gli altri.

c. Ciò non significa tuttavia che questa religione debba essere priva di ogni carica sacrale, numinosa, «simbolica» e non possedere nessuna organizzazione. Le stesse condizioni prodotte dalla tecnologia moderna hanno creato una situazione nella quale il singolo, privo di una organizzazione, non riesce in nessun modo a far sentire la sua voce. Dovremo dunque avere un centro mondiale (dati gli scopi universalistici che tale movimento dovrebbe avere) e organi locali perfettamente funzionanti senza discriminazioni di nessun genere.

d. Tanto più che tale «religione» (chiamiamola ancora così) non dovrebbe restare una religione del cuore e della salvezza personale, lasciando a partiti agnostici nel caso migliore la organizzazione visibile del mondo, ma al contrario, sostituire, con contestazione totale, tutte le altre forme organizzative, rivelatesi settoriali e incapaci di risolvere i problemi più urgenti dell’uomo, che sono, ora, quelli universali. Si tratterà dunque in qualche modo di una teocrazia, ma non esistendo, come abbiamo sopra visto, né dogmi né sacramenti, né quindi una classe specializzata per amministrarli (i «sacerdoti»), non si tratterà di una teocrazia sacerdotale, bensì di una teodemocrazia laica.

e. Spiego meglio il termine teodemocrazia (che, del resto, potrebbe ben essere comprensibile, nella recente tradizione politica italiana, per esempio a un mazziniano). Il demo presuppone una organizzazione basata sul principio congregazionale/elettivo, ma la forza suprema, la autorità resta – come nella tradizione – in alto. In questo senso va raddrizzata l’illusione moderna (illusione che poi paradossalmente ha creato i vari Hitler e Stalin) che ogni Valore venga dal basso. Questo è il senso del «teo» di «teo-democrazia».

La Fede bahá’í è una religione

La prima qualità che sembra averlo attratto verso la Fede bahá’í è che essa è una religione, con la sua «energia veramente “atomica”». Un passo dagli Scritti di Bahá’u’lláh che egli legge in una vecchia compilazione di Scritti bahá’í in inglese (vedi Bahá’í Scriptures 248) lo colpisce al punto da tradurlo per intero in italiano (Saggi 280-1).

O compagno! Dormi col viso rivolto all’Amato e riposa nel tuo letto col pensiero fisso all’Amante eterno. Aspira dai fiori la fragranza dell’amico e vedi in ogni fuoco la luce del Desiato. In verità ti dico che se tu sentirai il profumo della veste di Giuseppe ed entrerai nell’Egitto dell’amore di Dio, diverrai la madre di tutti gli eletti! Esercita dunque l’anima tua all’amore ed entra col cuore nella dimora dell’Amatissimo. Lascia le cure del mondo alla gente del mondo, e non fare attenzione ai giorni limitati di questa terra: siediti sul trono immortale ed eterno, vestiti di abbigliamenti divini, bevi il vino dell’amore dalla coppa dell’amato, incendiati della luce dell’amore! Questa è una cosa che non muterà mai. Sappi perciò che in ogni età e in ogni ciclo profetico tutti i comandamenti divini sono cambiati e trasformati secondo le esigenze del tempo, eccetto la legge del-l’amore che, come una fontana, sempre scorre e zampilla e mai è sottoposta a cambiamento. Questo è uno dei meravigliosi misteri che Dio ha menzionato per i suoi servi. In verità Egli è il Misericordioso, il Compassionevole!

Questo passo gli ispira negli anni ’50 le seguenti appassionate parole sulla nuova Fede cha ha appena trovato:

In quest’epoca d’odio, che tanti segni per chi, come noi, crede alle sacre scritture cristiane, fanno identificare con l’epoca della fine, è risuonata di nuovo la voce antichissima e verginalmente fresca di Dio. Questa voce, come sempre, ma più impellentemente oggi, chiama all’unità, questa voce oggi specialmente ci impone di non commuoverci per miserabili bandiere e inni nazionali, ma per l’invincibile stendardo e per la melodia dolcissima dell’Unità di Dio simboleggiata dall’unità del mondo. In un momento in cui i vari Padri Lombardi4 di tutte le religioni si chiamano a vicenda serpi e cercano di convertire quei pagani che talvolta sono più religiosi di loro, la Voce dell’Eterno ci chiama di nuovo ad affacciarci alla sua altissima finestra sul mondo ed a vedere le cose nella loro giusta luce, da Dio e non dalla terra. In un momento in cui le religioni, quando hanno ancora un valore, sono divenute rifugio per anime paurose che cercano un cielo nell’aria perché non lo hanno saputo creare col loro umile lavoro sulla terra, la Voce dell’Amato ci invita a creare, nell’unità, un paradiso in questo vecchio mondo. (Saggi 281)

La Fede bahá’í non ha sacramenti, dogmi e riti opera d’uomo

La seconda qualità che lo attrae sembra essere che la Fede bahá’í è caratterizzata dalla totale «mancanza di sacramenti e di dogmi» (Saggi 278) e riti. Ha bisogno di Dio, ma il Dio delle antiche religioni non lo soddisfa. Egli Lo cerca allo «“stato puro”», mentre esse «insieme a Dio gli propongono altre cose, codificate dalla tradizione e dall’uso» (Bausani, citato in Grieco 57). «Per i bahá’í», scriverà nel 1980 (Saggi 408), «l’essenza della religione divina è appunto la fede in un Dio dall’essenza inconoscibile che si manifesta in personalità che vanno seguite non come filosofi o scienziati, ma come datori di leggi etiche e di santità. Tutto quello che è aggiunto, crea fanatismo e violenza». A questo proposito gli piacevano molto le parole che ‘Abdu’l-Bahá aveva pronunciato in un Suo discorso a Parigi il 12 novembre 1911 (Saggezza 178):

pesate accuratamente sulla bilancia della Ragione e della Scienza tutto ciò che vi è presentato come religione. Se supera l’esame, accettatelo poiché è la Verità, se non dovesse però superarlo, respingetelo, perché allora non è altro che ignoranza.

La Fede bahá’í ha un’organizzazione

La terza qualità che sembra attrarlo è che la Fede bahá’í ha una «carica sacrale, numinosa, “simbolica”» e inoltre possiede una sua «organizzazione». Essa abbina, scrisse in seguito, «due possibilità apparentemente contraddittorie: entusiasmo (fede) e concetto della relatività della verità religiosa» (Saggi 252). Questa Fede è «una religione con i suoi martiri e i suoi santuari», ha «dottrine semplicissime, ignare di dogmi e di sacramenti» e possiede anche «una organizzazione sentita come data da Dio per la unificazione del mondo intero» (ivi 32). In altre parole, la Fede bahá’í è «nel contempo religione, storicistica e istituzionale . . . un fenomeno unico nel panorama delle religioni viventi» (ivi 33). E gli offre un modello del futuro nella forma di «un grande schema, una specie di “costituzione divina” dello stato universale futuro» (ivi 349). «Pur dando le direttive generali e fornendo quella forza che Einstein chiamava “emozionale” per realizzare quelle direttive, lascia gli uomini che la costruiscano liberi di plasmarne insieme i dettagli» (ibidem).

Questo concetto fu ripetutamente oggetto delle sue riflessioni. Per esempio scrisse che la Fede bahá’í ha un triplice aspetto: «Evoluzione nel tempo, unità nell’ora, e potenza soprannaturale che spiega la prima e ci dà la forza per realizzare la seconda» (Saggi 253). Scrisse anche che essa «si potrebbe definire in tre parole: fede progressiva e unitaria» («La Fede bahá’í»). Nel 1978 propose (Saggi 163-4) di esaminare le dottrine bahá’í sotto un triplice aspetto «così sintetizzabile: “Unità, da realizzarsi nell’immediato futuro, sotto la guida non dell’uomo ma di Dio (che ha guidato già l’evoluzione della storia e dell’umanità nel passato), in una direzione determinata che ne esclude altre”». Infine in uno dei suoi discorsi (ivi 138-9) suggerì che la Fede bahá’í offre una soluzione dei problemi del mondo

che senza rinnegare del tutto . . . le conquiste di una evoluzione in sostanza positiva e produttiva del Tempo e della Storia (vanto dell’Europa) sappia ancora una volta ridare a quello che gli antichi testi zoroastriani chiamavano il Tempo «Limitato» la tensione e la vibrazione di quel «Tempo Illimitato» e assoluto che gli stessi antichi testi iranici concepivano come un «Arcangelo».

Secondo Bausani, dunque, la religiosità deve avere una forma e per questo egli amò molto l’Ordine amministrativo bahá’í, cioè «la struttura delle istituzioni bahá’í, concepita da Bahá’u’lláh, formalmente istituita a ‘Abdu’l-Bahá nel Suo Testamento e sviluppata durante il custodiato di Shoghi Effendi» (Momen, Basic Bahá’í Dictionary 9). Ai suoi occhi esso è la forma ideale, il canale perfetto per convogliare verso le masse le energie spirituali portate dalla Manifestazione di Dio e ottenere così la santificazione della società. Accettarlo è parte imprescindibile dello sviluppo spirituale dell’individuo e del progresso della società. Chi se ne esclude si esclude da questa possibilità. Coerentemente con il suo pensiero, Bausani «fu membro dell’Assemblea Spirituale Nazionale italo-svizzera in tutti gli anni della sua esistenza [1953-1961], poi fu membro dell’Assemblea Spirituale Nazionale d’Italia dal 1964 al 1984» («In Memoriam» 896).5 Come abbiamo visto, Scarcia («Quattro incursioni» 485) dice che secondo Bausani «sono solo le ortodossie quelle che vale la pena sociale di preservare, magari inghiottendo rospi e lagrime, e lavorando per raffinarle da dentro». Ma per Bausani partecipare all’Amministrazione bahá’í non significa «inghiottire rospi e lacrime», è il giusto sacrificio da affrontare per collaborare alla costruzione di un mondo migliore. L’obbedienza a un’unica legge lascia intatte le specificità individuali e rende nel contempo tutti uguali e uniti nell’obbedienza a un’unica legge: Einstein «alla pari del “selvaggio” della Nuova Guinea» (Bausani, Saggi 222). E questa unità sacralizza le leggi bahá’í:

Sacro . . . è non un qualcosa di intellettuale, un conoscere misteri prima ignoti e quindi operare mediante riti misteriosofici e sacramentali, bensì «sacro» è ciò che Dio vuole che facciamo, è la legge di Dio; e lo scopo supremo di questa legge, nell’epoca d’oggi, è la unificazione spirituale e materiale (politico-amministrativa) del genere umano. (ibidem)

Bausani scrive negli anni ’50 (Saggi 275) che la Fede bahá’í propugna l’unità religiosa in un modo originale

che non si confonde affatto con quelle vaghe promulgazioni di carattere puramente umanistico e filosofico, fatte in genere da chi non ha mai avuto una esperienza devozionale vera e plastica [sic] in una religione positiva, fatte in altre parole da chi è per l’unità delle religioni perché non crede in nessuna. I Bahá’í sono . . . per l’unità delle religioni . . . perché credono in tutte . . . per i Bahá’í tutte le religioni sono vere, ma tutte sono passate.

Questo fu il nocciolo della sua amichevole diatriba con l’amico pedagogista Aldo Capitini (1899-1968), fondatore del movimento non violento in Italia e iniziatore della Marcia per la pace di Assisi, da lui definito «filosofo-poeta-religioso-laico» (Saggi 407 [1980]). Capitini sosteneva la religiosità nelle sue forme astratte e personali, mentre secondo Bausani la religiosità deve avere una forma. L’esempio che egli adduceva per convincere l’amico è che «la bellezza della rosa nasce dalla sua forma, per esempio dal contorno dei petali. Senza quella forma la bellezza della rosa non esisterebbe».6

La Fede bahá’í santifica la società mediante un ordine mondiale divino

La quarta qualità che lo attrasse sembra essere che la Fede bahá’í non è solo «una religione del cuore e della salvezza personale», ma è anche capace di «risolvere i problemi più urgenti dell’uomo, che sono, ora, quelli universali». Egli sente «il problema della santificazione . . . come problema religioso», ma ritiene anche «che l’esigenza è ancora più vasta, oltre questa che va realizzata» (Bausani, Saggi 346), perché pensa che «i valori immortali del cristianesimo, che ha posto le basi della santità individuale (come il buddhismo ha fatto in un’altra parte del mondo, allora sconosciuta) non sono socializzabili per addizione, occorre una nuova dimensione di santità sociale» (ibid. 335). In altre parole, secondo lui, «con il solo sommare aritmeticamente tanti S. Francesco d’Assisi o tante S. Teresa d’Avila non si risolvono i problemi del mondo d’oggi che non sono più quelli in cui nacque e vinse il Cristianesimo» (ivi 346). È convinto dunque che «l’interesse centrale, “religioso” sta non nella salvazione personale, bensì nella realizzazione di un ordine mondiale divino» (ivi 87). Come egli stesso sintetizza questo concetto, «il Cristianesimo dice: santificate le vostre anime», «la Fede bahá’í dice: santificate il genere umano» (ivi 335).

Bausani è anche convinto che il moderno concetto di etica, cioè la «autonomia etica della coscienza individuale», non ha prodotto nessun risultato pratico, sociale, visibile. «Guerre, selvaggio scatenarsi di passioni sociali, sono, nell’Europa moderna susseguente alla proclamazione di quel principio, più terrificanti di prima» (Bausani, Saggi 189). Pensa dunque che l’etica non «possa avere una base materialistica o utilitaristica» e crede che «il compito essenziale della religione» «sia proprio questo», cioè fornire un’etica divina, «e non il formular dogmi o proporre riti» (ivi 344). Cerca dunque una Fede che insegni «non tanto quel che dobbiamo sapere, quanto quel che dobbiamo fare per santificare noi stessi e la società» (ibid. 491). E pertanto non gli è difficile accettare il concetto bahá’í che «vede l’assoluto morale nell’“obbedire ai comandamenti del Signore” non, come l’etica moderna puramente laica, in una autonomia etica della coscienza individuale» (ivi 188-9).

Infine Bausani cerca «la via mistica perfetta . . . l’unione del contenuto umanitario, pacifista, progressista . . . condivisi da tante correnti puramente umanistiche moderne, con l’obbedienza a Colui che si è reso nulla per poter distribuire a tutti il dono della Parola di Dio» (Bausani, Saggi 479). E nelle Sette Valli di Bahá’u’lláh (40) si imbatte in un passo che lo colpisce:

In tutte queste peregrinazioni il viandante non devierà neanche per lo spessore d’un capello dalla «Legge», perché questa è, invero, il segreto della «Via» e il frutto dell’albero della «Realtà». E in tutti questi stadi deve aggrapparsi alla veste dell’obbedienza ai comandamenti e tenersi tenacemente alla corda dello schivare tutte le cose proibite, affinché possa esser nutrito dalla coppa della Legge ed edotto dei misteri della Realtà.

Egli spiegava questo passo nel senso che «la Legge che per certi mistici è la scorza esteriore», è, per Bahá’u’lláh,

la quintessenza della vita mistica (dei riti e delle meditazioni mistiche) e il frutto della Realtà . . . La quale si manifesta solo mediante l’osservanza di una legge. In parole povere, realizzare la più alta meditazione . . . significa non più, come in certe mistiche, estraniarsi dal mondo, ma lavorare «politicamente» per la costruzione di un mondo nuovo. (Saggi 437)

In questo senso Bausani comprese ben presto che gli atti dell’Amministrazione bahá’í sono gli atti sacri dei bahá’í. Scrisse per esempio che il «“rito” centrale della fede Bahá’í . . . è: “la consultazione e la elezione dei corpi amministrativi della Fede”» (ivi 219, vedi 466-7).

La sua idea di una teodemocrazia bahá’í

Il quinto punto che lo attrasse fu quella che egli chiama la «teodemocrazia» della Fede bahá’í, il cui significato egli stesso spiega nel passo sopra citato. Pochi anni prima (1948 ca.) aveva sostenuto «la eterna dinamicità del dualismo cristiano». Aggiungeva: «Solo dove c’è un due, un realistico e distinto due, il Mondo e il Regno, c’è movimento; dove c’è solo “uno” sia pur dialettizzato quanto si voglia c’è stasi» («Socialisti e Cristiani» 7). La combinazione di «una organizzazione basata sul principio congregazionale/elettivo» e di una «forza suprema», di una «autorità» che proviene dall’Alto tipica della Fede bahá’í gli sembra perfetta per correggere «l’illusione moderna (illusione che poi paradossalmente ha creato i vari Hitler e Stalin) che ogni Valore venga dal basso».

Altri aspetti

Oltre a queste qualità fondamentali, lo studio dei suoi Saggi rivela almeno altri cinque aspetti della Fede bahá’í che lo attrassero: il concetto dell’unità delle religioni, il concetto dell’unità dei profeti, il concetto dell’unità dei popoli, il concetto della storicità delle religioni e infine il concetto della gioia spirituale.

L’unità delle religioni

Bausani cerca una religione «nuova ed antica nello stesso tempo». La cerca antica perché «come legge eterna» e «come sostanza» possa essere «un ritorno alla Fonte di ogni religiosità». La cerca nuova, perché porti «nuove disposizioni adatte alla nostra epoca, che è epoca di unità e di unificazione» (Bausani, Saggi 280). Le parole di Bahá’u’lláh, «Questa è l’immutabile Fede di Dio, eterna nel passato, eterna nell’avvenire» (Kitáb-i-Aqdas 75, par. 182), rispondono dunque a una sua fondamentale aspettativa. Il tema sarà trattato più dettagliatamente nelle pagine seguenti.

L’unità dei profeti

Bausani cerca una religione che insegni che «tutti i profeti sono dello stesso rango, tutti siedono sullo stesso trono» (Bausani, Saggi 303). E la Fede bahá’í insegna «l’unità del logos eterno, di quel Cristo eterno, del quale anche . . . i Bahá’í . . . [sono] disposti a dire che fuori di lui non v’è salute, ma che si manifesta in tempi e luoghi diversi», un insegnamento secondo il quale «Abramo, Mosè, Gesù, Mu?ammad, il Báb, Buddha, Zoroastro hanno detto la stessa cosa: hanno coniugato all’imperativo un solo verbo: amare» (ivi 263-4). Bausani cita a questo proposito un versetto del Báb: «ogni cosa appartiene a Lui ed è plasmata da Lui. Tutti gli altri sono Sue creature» (Selections 158, vedi Antologia 137). E poi soggiunge (Saggi 305):

Il Cristiano interpreterà quei Suoi e quel Lui come Cristo, il Bahá’í come Bahá’u’lláh, il Musulmano come Mu?ammad, il Buddhista come Buddha e le generazioni dei millenni futuri come uno degli ancora ignoti personaggi che verranno a manifestare il Logos. La reale novità della Fede bahá’í è la salda convinzione che tutti, se così si comportano, sono nel giusto, e tutti, se così si comportano solo nei riguardi del proprio «Lui», sono nel torto.

L’unità dei popoli

Bausani non è mai stato «nazionalista, razzista, legato insomma a una piccola patria» (Bausani, citato in Grieco 52). La sua patria è il mondo, il suo «prossimo . . . l’umanità intera» (ivi 55). Perciò cerca una Fede che sia veramente ecumenica, universale nel senso più completo della parola. E quindi apprezzò molto il fatto che le dottrine bahá’í «hanno un duplice carattere: esse sono da una parte una conferma delle fondamentali dottrine etiche di tutte le religioni, dall’altra aggiungono a queste una dimensione planetaria dei principi moderni intesi come dottrine religiose» (Bausani, Saggi 31).

La storicità delle religioni

Bausani non vuole una religione che imprigioni «la storia in una linea di profeti conclusi nel tempo (Islam e Ebraismo) o in un solo Uomo-Dio definitivamente rivelante tutto (Cristianesimo) con relativa fine storica del mondo» (Bausani, Saggi 386). Non vuole una religione che, così facendo, si privi «delle enormi possibilità che il concetto di evoluzione e di storia . . . [può] dare alla stessa religione» (ibidem). Cerca invece «una forma religiosa, concreta e reale» (Bausani, citato in Grieco 29), che «pur accettando i dati più certi della scienza storica . . . riesca a conciliare storia con trascendenza, “scienza” con religione» (Bausani, Saggi 304), «Dio e Mondo» (Bausani, citato in Grieco 29). E studiando gli insegnamenti della Fede bahá’í giunge alla conclusione che essa «è l’unica religione esistente . . . che storicizzi la verità religiosa» (Bausani, Saggi 493), «l’unica fra le religioni organizzate» che «ammette che dopo il suo ciclo storico ne possano venirne altri, più ampi ancora, e che dopo Bahá’u’lláh possano esserci altri profeti», l’«unica fra le religioni organizzate a dichiarare apertis verbis che “la verità religiosa è relativa, non assoluta”, a tentare cioè quella conciliazione fra storia e religione che è finora fallita» (Bausani, citato in Grieco 32). In seguito scrisse a questo proposito:

Una tale concezione ciclico-progressiva delle manifestazioni divine, tipica anche in certo modo dello gnosticismo e cristiano e islamico, ma epurata dai teosofismi paganeggianti, si ripresenta filosoficamente come una conciliazione e un superamento dell’eterno dilemma fra uno storicismo per cui non v’è nulla di fisso e una religiosità per cui è errato tutto ciò che non sia in una data epoca, in una data persona, in una data chiesa o comunità. Secondo i Bahá’í Dio è ancora con noi, è ancora l’«Immanú-el». È il Cristo Eterno che non ha abbandonato – secondo la promessa – i suoi discepoli e adempie alle sue parole «in verità io sarò con voi fino alla consumazione dei secoli». (Saggi 73-4)

Il concetto della gioia spirituale

Infine, la sua ricerca è orientata verso una fede viva e gioiosa, perché, scrive negli anni ’50, «la religione non è una cosa mortuaria e funebre . . . ma è fonte di gioia inesauribile perché solo chi è lieto può essere utile socialmente» (Bausani, Saggi 479). E Bahá’u’lláh dice: «Non permettete che gli eventi del mondo vi rattristino. Giuro su Dio! Il mare della gioia anela di giungere alla vostra presenza, perché ogni cosa buona è stata creata per voi e vi sarà rivelata, secondo le necessità dei tempi» (citato in Shoghi Effendi, Avvento 65).

L’idea di religione e spiritualità
Che cosa significa per Bausani diventare bahá’í

Per Bausani diventare bahá’í non significa abiurare il Cattolicesimo. Secondo lui la Fede bahá’í è il completamento di tutte le religioni: il cristiano vi trova «“Cristo ritornato” . . . un ritorno di “qualità”», egli spiega a Grieco (58), «non . . . una reincarnazione”», il musulmano «“trova in essa il compimento di tutte le promesse di un Mahdi (il Ben Guidato) . . . il buddhista e l’indù trovano in Bahá’u’lláh il realizzatore delle promesse finali delle loro religioni» (ibidem). Nel 1975 scrive (Saggi 332):

«Convertirsi al Bahá’ismo» non significa . . . accettare una nuova tradizione religiosa, «abiurando» la propria tradizione . . . ma riconoscere nella propria tradizione «ragioni» che ci facciano comprendere che quella tradizione non è la definitiva.

E in una delle prime conferenze bahá’í che pronunciò in occasione di uno dei suoi primi Ri?ván bahá’í7 dice: «E quelli di noi che sono nati nella fede cristiana sentiranno più forte il loro attaccamento a Cristo, al Logos Eterno, che, malgrado la nostra sordità, non si stanca di parlare all’uomo, l’Emmanuel» (ivi 479-80).

Per lui diventare bahá’í significa dunque capire come è possibile che religioni così diverse siano una sola cosa. Il bahá’í, egli sostiene, guarda le religioni come guarda un bel quadro, cioè dall’esterno, dalla parte del pittore. Il bahá’í, cioè, guarda le religioni dalla parte di Dio che le ha fatte tutte. Negli anni ’50 scrive (Saggi 276-7): «mettersi nel punto fuori dal quadro non significa affatto rinnegare il quadro cui si è appartenuti: tutt’altro, significa vederlo meglio ed amarlo di più. Meno ancora significa rinnegare quei divini rivelatori che stettero fuori del quadro e che lo dipinsero nell’andare dei secoli». In seguito spiegò (ivi 324) che

mentre nell’Islam sunnita la linea del Divino è distaccata da quella dell’umano e da essa piovono le grazie divine su quella, e nel Cristianesimo esiste un solo punto comune fra Dio e Uomo nella persona di Cristo, la Fede bahá’í ammette un logos Eterno, che i Buddhisti chiameranno, se a loro piace, il «Buddha eterno», i Cristiani il «Cristo Eterno», i Musulmani il «Maometto Eterno», ma [questo logos] è astorico, manifestantesi in questa o quella personalità storica. E tale continua rivelazione del Divino non avrà fine nel tempo.

Ma essere bahá’í non significa solo «credere in tutte le manifestazioni Divine, che si sono susseguite e si susseguiranno nel tempo dando una sola legge essenziale quella dell’amore e tante leggi particolari per i bisogni dei vari tempi» (Bausani, Saggi 36-7). Siccome la Fede bahá’í offre «un modello mediante il quale giudicare la società moderna e crearne direzionalmente una nuova» (ivi 348), essere bahá’í significa anche «operare al servizio dell’umanità nell’ambito dell’organizzazione fondata dalla Manifestazione della nostra èra . . . Non tanto mistiche meditazioni quindi, né contestazioni violente di un ordine vecchio ormai in putrefazione, ma costruzione dell’ossatura di un ordine Nuovo» (ivi 37). I bahá’í però, scrive Bausani, non partecipano alla politica delle parti oggi in auge nel mondo, ma «lavorano in silenzio in tutto il mondo alla creazione di una rete organizzativa che incarni visibilmente . . . [i loro] principi e lasciano, obbedendo loro scrupolosamente, che le vecchie autorità percorrano fino in fondo la via del loro frenetico, inarrestabile declino» (ivi 225).

Che cosa significa per Bausani essere religioso

Bausani scrive (Saggi 247, 248, 498, 205) che nel mondo moderno «esistono tante religioni quanti credenti» (ivi 247), in quanto la fede è stata trasformata «in opinione e ciascuno crede – in sostanza al Dio che più gli fa comodo» (ivi 248). Ma egli non condivide questo atteggiamento in quanto «se ciò può essere bello dal punto di vista individuale, non è certo divertente dal punto di vista sociale – laddove la Religione . . . rappresenta . . . l’unica forza coesiva efficace» (ibidem). Egli non condivide neppure l’opinione di coloro che «negano la necessità . . . di avere un Maestro, e, nel più nobile dei casi, dichiarano che il Dio d’oggi deve essere un Dio anonimo, l’Altro, il nostro prossimo: Tutti sono “Maestri”» (ivi 498), oppure di coloro che «seguono un determinato maestro Spirituale . . . il papa per esempio, o qualche dotto mujtahid, o rabbino ecc. con docilità e fiducia assoluta» (ibidem), oppure ancora di coloro che seguono «maestri umani, duci, führer ecc. con barbarica fedeltà» (ibidem). Egli crede nella necessità di una religione istituzionale. Non è soddisfatto di quelle esistenti e sa che «la Riforma [della religione] non può farla che Dio, e Dio non può farsi sentire che per bocca dell’uomo di Dio . . . il Profeta . . . il Segno dell’Unità divina» (ibidem). Ha però ben presente la «sconvolgente possibilità che . . . [il nuovo Profeta] si mostri come il Re nascosto delle Mille e Una Notte» (ivi 205). Bausani accenna qui a un cliché della mistica islamica. La tradizione racconta di un re che usciva la notte travestito, per vedere se qualcuno era in grado di riconoscerlo, pur sotto mentite spoglie. Nel tipico linguaggio metaforico di quella mistica, il re è il simbolo di Dio, che si presenta agli uomini sotto le vesti più disparate, proprio per mettere alla prova la loro capacità di percezione spirituale. Essere religioso in quel momento significa dunque per lui acquisire le qualità che gli consentano di riconoscere «il Re nascosto» che sta cercando.

Quando qualcuno gli indica un personaggio storico dicendogli che quello è il suo «Re nascosto», è verosimile che egli abbia fatto appello a certe convinzioni già radicate nel suo cuore, alcune delle quali possono essere state le seguenti, cui egli accenna nei suoi scritti. Bausani citava spesso il poeta persiano che dice: «solo un occhio conoscitore del Re può riconoscerlo in ogni veste in cui si presenti» (Saggi 205). Il 22 maggio 1953 così commenta questo verso in un suo discorso (Saggi 501):

Per vedere il re anche quando esso è vestito dei vestiti del servo, l’occhio deve essere particolarmente puro e particolarmente familiarizzato con quei piccoli tic, con quelle piccole particolarità secondarie del gestire che fanno riconoscere una persona anche dopo tanti anni che non la si vede. Già, riconoscere i tic nervosi, le piccole particolarità del sorriso di Dio!

Egli sviluppò successivamente questo concetto in un discorso che pronunciò nel febbraio 1983 a Montreal in un convegno dell’Associazione per gli studi bahá’í che fu poi pubblicato come primo articolo nel primo numero del Journal of Bahá’í Studies (1988-1989). Disse che la capacità di riconoscere il «Re nascosto» nasce da una «preliminare purificazione del cuore» conseguibile attraverso «l’ordine, la moderazione, l’obbedienza e l’umiltà», indispensabili perché il «potere dinamico capace di trasformare il mondo», ossia la forza della fede religiosa sia conferita da Dio all’uomo (Saggi 91-2).

L’ordine

Bausani attribuiva una grande importanza all’ordine come strumento per la creazione di una società fiorente. Giustificava in nome dell’ordine le restrizioni imposte da tutte le religioni all’uso del sesso. Disse a chi scrive che egli accettava di buon grado l’idea della castità, intesa come totale astinenza da rapporti sessuali al di fuori di un legittimo matrimonio contratto da un uomo e una donna e come assoluta fedeltà al coniuge, perché era convinto che questo atteggiamento contribuisce in modo fondamentale alla preservazione dell’ordine sociale.

La moderazione

La moderazione di Bausani è descritta nell’«Introduzione», firmata dall’Assemblea Spirituale Nazionale italiana, ai suoi Saggi sulla Fede bahá’í (3-4), una raccolta di 44 saggi e tre poesie, pubblicata nel 1991 dalla Casa Editrice Bahá’í:

la sua indole portata all’appianamento delle divergenze, allo smorzamento degli eccessi, ma non certo disposta a rinunziare all’osservazione della realtà e all’esposizione dei risultati così conseguiti, ha fatto sì che la sua visione della vita assumesse un’inconfondibile connotazione positiva in un generoso sforzo di smascherare, ma senza intemperanze, inveterati pregiudizi, di mostrare con gli strumenti di un intelletto illuminato le nuove vie verso l’unità e la pace, sempre animato dalla fede tipicamente bahá’í nel perenne rinnovamento divino della civiltà.

Tutto questo Alessandro Bausani ha fatto con il linguaggio del migliore intellettuale occidentale, con lo stile disincantato dei più grandi moderni esponenti della millenaria cultura europea. Ma questo antico retaggio, che nell’uomo d’oggi spesso genera la strana convinzione di aver ben poco ormai da imparare dalla vita e dal presente, perché tutto o quasi gli è già venuto dai suoi lunghi secoli di una storia intensamente vissuta e ampiamente documentata, in lui invece – intellettualmente curioso com’era – si espresse in una sottile ironia, talvolta verso se stesso – quasi si vedesse quello strano personaggio che sapeva molti vedevano in lui – altre volte verso gli altri, per le cui opinioni di intellettuali laici – così inveterate da sfiorare molto spesso il pregiudizio – tuttavia non ebbe mai parole eccessivamente severe, mentre al relativo pessimismo di alcuni di loro opponeva la sua visione di un’albeggiante nuovissima civiltà.

L’obbedienza

Come si è già visto, egli apprezzava il valore dell’obbedienza alle leggi come elemento unificatore che pone tutte le persone, geni e ignoranti, allo stesso livello: Einstein «alla pari del “selvaggio” della Nuova Guinea» (Bausani, Saggi 222). E questo livellamento era anche una grande lezione di umiltà. Ma Bausani conosceva molto bene anche il senso dell’obbedienza al divino Maestro nel senso mistico dell’abbandono e della rinuncia all’io, l’unico strumento per ottenere la santificazione personale.

L’umiltà

Egli afferma in una delle sue lezioni che l’umiltà è data solo a colui che sa che «la coscienza di essere perfettamente guidato da Dio è ottenibile solo con l’obbedienza ai Suoi comandamenti» (Saggi 392). E sa bene che le Manifestazioni di Dio «insegnano che l’umiltà deve giungere fino all’abnegazione, che se il verme non muore non nasce quella “angelica farfalla” di cui già poetò Dante» (ivi 477, vedi «Purgatorio» X, 124-6).

La gioia

Una volta riconosciuto il Re, egli sente di aver sia pur parzialmente colto un primo frutto della spiritualità, cioè la «gioia» (Bausani, Saggi 479). E pensa che essa sia «il primo viatico per il lungo viaggio sulla via del perfezionamento spirituale dell’uomo; quella via che – contrariamente a quanto afferma tutta la moderna spiritualità laica – passa attraverso l’obbedienza alla Manifestazione del Nostro tempo» (ibidem).

La tentazione della superbia

Alla presenza del divino Maestro appena trovato egli si sente dunque relativamente salvo «dalla più sottile tentazione che rimane dopo superate le altre: la tentazione di “io sono buono e gli altri no” . . . nel senso che con l’obbedienza al maestro spirituale nessuno è mai sicuro di essere buono, perché il Maestro può anche dare degli ordini che possono sembrare apparentemente strani» (ivi 499).

L’impegno quotidiano

Già nel 1953 riconosce la grande responsabilità relativa all’accettazione del nuovo messaggio: «quale responsabilità», disse (ivi 501), «e quale pericolo di un’ancor più sottile tentazione, in questo! Perché . . . quello che ha obbedito alla chiamata . . . si presuppone che sia passato attraverso un processo di purificazione interiore quale quello di Mosè, sia svenuto, morto al mondo».8 Ha dunque ben compreso che per lui è incominciata una lunga strada. Il riconoscimento del rango di Bahá’u’lláh è solo l’inizio di un processo così descritto in una lettera scritta a nome di Shoghi Effendi il 6 ottobre 1954: «Quando si diventa bahá’í, ciò che avviene in realtà è l’inizio dello sviluppo del seme dello spirito nell’anima umana» (citato in Guida per una vita bahá’í 105). In quel momento dunque essere religioso per lui significa compiere lo sforzo di uniformarsi alle leggi della Manifestazione di Dio per acquisire capacità che gli consentano di realizzarne gli scopi sulla terra.

La curiosità e la ricerca

Su questa via di perfezionamento spirituale, egli è molto aiutato da una delle sue qualità innate, la curiosità. Essendo curioso, non rifiutava mai senza esaminarle le idee che gli venivano presentate. E questo è uno dei requisiti più importanti per un vero ricercatore, anche nelle vie dello spirito. Fu forse la sua curiosità che lo spinse a raccomandare la ricerca intellettuale, oltre che quella spirituale, anche a tutti bahá’í, definendone tuttavia alcune precise direzioni («Idee Bahá’í» 1):

È importante . . . che il Bahá’í . . . oltre a studiare come prima cosa gli scritti della Fede, si approfondisca parallelamente in qualche altra disciplina umana, di sua scelta . . . Lo studio delle sole discipline umane senza alcuna cura degli Scritti Sacri è sterile, ma anche una concentrazione unicamente sugli Scritti Sacri, ignorandone ogni risonanza nel mondo moderno è statica. Il primo principio Bahá’í, quello della ricerca della Verità che apparentemente sembra esaurito con il ritrovamento della Fede, in realtà provvidenzialmente continua nella ricerca di come la Verità religiosa . . . trova rispondenza concreta nella situazione scientifica, culturale, politica, sociale del mondo d’oggi. Questa «ricerca» è sempre aperta.

Ed egli si è sempre comportato coerentemente con queste convinzioni.

Traguardi personali e sociali

In questa strada di perfezionamento Bausani persegue due tipi di traguardi, traguardi personali e traguardi sociali. I primi sono intimi, negli aspetti più profondi incomunicabili nella loro inevitabile soggettività, ma non per questo meno importanti. In una lettera del 9 agosto 1949 al padre egli scrive (citata in «Alessandro Bausani» 12):

quale povera religione sarebbe quella che sostituisce una legge dogmatica esteriore da sottoscrivere . . . all’unione col Signore che proprio per essere creatore dei cieli e della terra si preoccupa molto poco di canoni umani . . . «solo la sua parola rimane in eterno»: ma la sua parola umana, non è dottrina, è spinta all’azione … e guai a noi se non seguiamo quella parola!

In questa frase si trova compendiata l’essenza della Fede di Bausani e anche l’essenza della fede descritta da Bahá’u’lláh nel primo versetto del Kitáb-i-Aqdas (21, par. 1):

Il primo dovere prescritto da Dio ai Suoi servi è il riconoscimento di Colui Che è l’Alba della Sua Rivelazione e la Fonte delle Sue Leggi, Che rappresenta la Divinità tanto nel Regno della Sua Causa quanto nel mondo della creazione. Chiunque adempie questo dovere raggiunge ogni bene e chiunque ne è privo è perduto, anche se abbia compiuto degne azioni. È dovere di ognuno che giunga a questo sublime stadio, a questa vetta di gloria trascendente, di osservare ogni comandamento di Colui Che è il Desio del mondo. Questi doveri gemelli sono inseparabili; l’uno non è accetto senza l’altro. Così è stato decretato da Colui Che è la Sorgente dell’ispirazione divina.

Da un lato «l’unione col Signore» (Bausani, citato in «Alessandro Bausani» 12), dall’altro l’obbedienza alla Sua Parola, il primo l’aspetto interiore e mistico, il secondo l’aspetto sociale. Dal connubio dei due «doveri gemelli» prescritti «da Dio ai Suoi servi» (Bahá’u’lláh, Kitáb-i-Aqdas 21, par. 1) nasce la spiritualità. Dal primo dovere da solo può emergere soltanto la sterile soggettività di uno pseudomisticismo, dal secondo può scaturire solamente la greve e limitante mondanità delle ideologie. Da entrambi Bausani volle e seppe tenersi lontano, lui «animo inguaribilmente religioso» (Bausani, «Tagore» 9), profondo conoscitore dell’Islam e quindi dell’affascinante sufismo, conoscitore delle religioni in genere, amante della letteratura e dei suoi simboli poetici. Tutto poteva condurlo verso quella astratta e sterile strada, una strada pur apparentemente appagante nelle allettanti lusinghe all’io: il potenziamento della volontà, la seduzione estetica dei suoi simboli, l’illusione della superiorità del genio che dal proprio valore sarebbe autorizzato a tenersi lontano dalla vera fonte del progresso umano che è la quotidiana militanza della vita vissuta all’insegna della Parola di Dio.

Egli è convinto, come abbiamo già visto, che «Dio fa conoscere non le sue qualità ma le sue volontà attraverso una serie di personalità umane dette “Profeti”, o meglio “Manifestazioni di Dio”» (Bausani, Saggi 36). E pertanto la religione, pur da lui vissuta anche nel senso, spiegato da Shoghi Effendi in una lettera scritta a suo nome l’8 dicembre 1935, di «rapporto mistico fra uomo e Dio» (Preghiera, Meditazione, Devozione 24.), gli interessa soprattutto come apportatrice di una «energia etico-religiosa per realizzare il piano divino a questo determinato stadio della evoluzione umana» (Bausani, Saggi 103). «La religione», scrive, «… non è qualcosa che abbia a che fare con complicate elucubrazioni conoscitive, gnostiche, su come è fatto Dio o l’Aldilà» (ivi 471), ma «una forza capace di migliorare il carattere dell’uomo e della società, di portare “assoluta unità nella diversità”» (ivi 90).

La spiritualità dunque non gli appare come mera capacità di preghiera e meditazione, pur in assenza di capacità di azione, come rigida adesione a norme comportamentali, pur in assenza di qualsiasi partecipazione umana alla vita di chi magari non è altrettanto rigido. Egli scrive (Saggi 89): «Per i Bahá’í, il termine “spirituale” ha un ben preciso valore positivo, nel senso che lo spirito ha potere, che – lungi dall’essere estraneo alla materia – esso ha il potere di trasformarla». E, come abbiamo detto, aggiunge anche che il potere dello spirito «capace di trasformare il mondo è conferito da Dio all’umanità … solo dopo una preliminare purificazione del cuore», che si ottiene con quattro strumenti «l’ordine, la moderazione, l’obbedienza e l’umiltà» (ivi 91-2, 94). La spiritualità dunque si esprime soprattutto nel fare cose utili agli altri con purezza di intenti. Essa oggi si esprime soprattutto nel servire la causa dell’unità del genere umano. È questa la vera fede.

Più e più volte Bausani sottolinea l’aspetto pratico della religione. Di rado si sofferma sugli aspetti puramente mistici della Fede bahá’í, pur altrettanto importanti quanto gli aspetti pratici. Chi scrive si è chiesto talvolta se questo suo atteggiamento non corrisponda a un suo personale sforzo di studioso, di amante del bello, di ammiratore delle letterature mistiche del Medio Oriente che – portato sempre dalla sua professione e vocazione a vivere nel piano astratto delle parole e dell’intellettualità – vuole riportare equilibrio nella sua stessa vita, ricordando agli altri e a se stesso la necessità imprescindibile di agire concretamente e di non accontentarsi di giochi di parole o di teoriche sia pur profonde meditazioni. Se è consentito a uno sconosciuto raccontare un aneddoto personale che lo riguarda, questo mi sembra il più adatto. Io faccio il medico, ma ho sempre amato le lingue, il mondo della letteratura, le religioni soprattutto nel loro aspetto mistico. Un giorno che, nei primi anni della mia professione, scioccamente lamentavo con lui di non aver seguito la vocazione letteraria, ma quella scientifica, Bausani mi fece affettuosamente, ma molto seriamente, notare che la mia professione mi dava il privilegio di teorizzare quando mi piacesse, solo per diletto, e la preziosissima e quotidiana opportunità di praticare la spiritualità per necessità professionali, mentre le lettere avrebbero potuto costringermi a teorizzare per professione, con il pericolo che dimenticassi poi di praticare la spiritualità per diletto. Una lezione che non ho mai dimenticato.

Fede e studio accademico

Per Bausani la strada della militanza bahá’í e la carriera accademica sono coincise nel tempo. Quando entrò nella comunità bahá’í l’8 aprile 1950 aveva 29 anni ed era all’inizio della sua carriera accademica. Dal 1944 era lettore di Lingua e letteratura persiana all’Università di Roma. Prese la libera docenza solo nel 1954 e nel 1956 andò in cattedra all’Istituto Orientale di Napoli. La Casa Universale di Giustizia lo elogia, in un messaggio indirizzato il 15 marzo 1988 all’Assemblea Spirituale Nazionale italiana, per aver saputo armonizzare le due cose e aver dato lustro alla Fede con il suo personale prestigio (vedi «In memoriam» 896). Il Corpo continentale dei Consiglieri in Europa, un’alta istituzione bahá’í,9 menziona, in un messaggio indirizzato il 23 marzo 1988 all’Assemblea Spirituale Nazionale italiana, «la sua integrità intellettuale . . . il suo ardente desiderio di promuovere la comprensione universale . . . il suo modo di spiegare e difendere la Fede di Bahá’u’lláh» e lo loda per «aver ispirato la . . . comunità bahá’í [italiana] per molti anni e aver stabilito un nobile modello per le nuove generazioni» («Lettera»).

Bausani era profondamente consapevole della necessità di proseguire nei suoi sforzi accademici senza mai dimenticare la sua appartenenza religiosa, che per lui era perfettamente definita dalle seguenti parole di Shoghi Effendi (Bahá’í Administration 90):

Pieno riconoscimento del rango del Precursore, dell’Autore e del vero Esempio della Causa Bahá’í, come stabilito nel Testamento di ‘Abdu’l-Bahá, accettazione incondizionata e sottomissione a tutto ciò che è stato rivelato dalla loro Penna, leale e ferma adesione a ogni clausola del sacro Testamento del nostro Amato e stretta associazione allo spirito e alla forma dell’attuale amministrazione bahá’í nel mondo.

Due frasi specifiche da lui scritte ci sembrano significative in questo senso. La prima è la seguente: «Secondo la Fede bahá’í, una buona azione resta sempre una buona azione: ma quando è compiuta da un credente, essa ha una forza creativa speciale» (Saggi 95-6). Nello stesso articolo Bausani spiega (ibidem) le ragioni di questo privilegio del credente, che «può inorridire un ascoltatore moderno»:

i valori non sono una nostra creazione, essi trovano espressione per mezzo nostro, ma provengono dalla forza creativa centrale dell’universo. Se ci orientiamo verso quel centro, se scegliamo il canale giusto attraverso il quale quella forza fluisce, è chiaro che ogni azione (valore) che noi personalmente creiamo viene moltiplicata all’infinito dalla forza creativa. In altre parole, se un non credente compie una buona azione, questa produce una forza (e non nego che si tratti di una forza positiva) il cui raggio d’azione ha gli stessi limiti dell’energia reale, ma parziale di quel particolare uomo o di quella particolare dottrina umana. Ma se un credente compie una buona azione, nuovi fiori sbocciano in tutti i pianeti; nuovi meravigliosi cancelli si aprono in tutto l’universo.

La seconda frase significativa è citata da Scarcia («Quattro incursioni» 491). Questa paradossale affermazione, che sembra «un’apparente apologia dell’Inquisizione» è riferita al Cattolicesimo, ma mutatis mutandis potrebbe riferirsi a qualsiasi altra religione:

«se davvero si crede che, in data tale, Iddio in persona si è fatto crocifiggere per la nostra salvezza, è una verità così sconvolgente che non si può non costringere tutti ad ammetterla. Se no, fra l’altro, che amore per il prossimo è mai quello che fa dire: se vuole perdersi, fatti suoi?». (ibidem)

Profondamente convinto di aver avuto quel privilegio e di aver incontrato quella «verità così sconvolgente», egli mise le sue capacità e la sua fama al servizio dell’insegnamento e della difesa dei principi della sua Fede. Ma naturalmente lo fece nel modo bahá’í: nel pieno rispetto della libertà degli interlocutori, senza imporre spiegazioni non richieste o indebitamente insistere su opinioni contestate.

Era inevitabile che la sua appartenenza a una Fede minoritaria suscitasse se non altro perplessità. La Fede bahá’í in quegli anni non aveva ancora avuto la pubblicità delle persecuzioni dei suoi seguaci in Iran, della bellezza delle Terrazze e dei giardini in Terra Santa, del Tempio del Loto in India, della sua attiva partecipazione alle riunioni organizzate dall’ONU per il millennio. Bausani lo riconosce e se ne rammarica. Scrive nel 1980:

Una delle frasi che più facilmente si sente in Italia, sulle labbra di chi, anche colto e intellettuale, venga a sapere della Fede bahá’í è: «Ma perché nessuno vi conosce?» oppure «Si tratta di una oscura setta orientale . . . Chi ne ha mai sentito parlare!» e simili. Nel nostro paese, evidentemente, persino gli intellettuali sono pronti a giudicare benevolmente solo quello che già conoscono, e se un movimento qualsiasi è (per loro) sconosciuto lo guardano con sospetto come chi si avvicini a un cibo strano . . . continuo, su enciclopedie e enciclopediette, a vedere definita ancora adesso la Fede bahá’í come una «setta musulmana» e questo persino da parte di autorevoli giornalisti. (Saggi 104-5)

Poco dopo nel 1981 (ivi 356) lamenta lo «scarso interesse per il genuino atteggiamento religioso» da parte dei giornalisti e degli scrittori italiani e la loro convinzione che «l’unico [fatto religioso] serio, anche se non ci credono, può essere per loro il Cattolicesimo». E soggiunge che «è forse per questo che un movimento religioso come il bahá’í, anche se pressoché ignorato o mal presentato dalla stampa d’oggi si sente confusamente come scomodo da molti, sia credenti in una sola religione definitiva per sempre, sia atei. Perché esso dimostra che la capacità di essere religiosi come lo furono i primi cristiani . . . non è morta» (ivi 358-9). Questa ignoranza della Fede è evidente per esempio nell’intervista di Grieco, il quale incomincia la sua descrizione dell’incontro con Bausani con queste parole (52): «mi accoglie con un sorriso ambiguo in cui confluiscono il distacco, leggermente ironico, dello studioso, e la “pietà” del credente per l’estraneo che non possiede il bene inestimabile di quella fede mediante la quale egli ha raggiunto la luce della verità». Poi quando Bausani gli dice di appartenere alla Fede bahá’í intercala un «Cosa?» di meraviglia. E poi soggiunge «Scusi: ma non si tratta, per caso, di una delle tante sette esotiche che oggi pullulano nel mondo?» (ivi 58). Ancora nel 1988 alla sua morte Guido Ceronetti, cronista dissacrante di fatti culturali e sociali, saggista e poeta, nel commemorarlo sulla Stampa scrive (3):

Ma chi sa per quali vie sarà arrivato, Bausani, ad accogliere e a farsi trasmettitore di una religione sincretista così secolo XIX, così datata e un po kitsch, monoteismo e progressismo, Dio metà rivelato e metà scientifico, come il bahaismo? Intelligenza lucida e ironia, qualità di Bausani, non li vedo proprio in compagnia Bahai . . . Segreti delle anime. Forse, amore per gente perseguitata, che in lui cercava un appoggio.

Ma negli stessi giorni c’è anche qualcuno, come Francesco Gabrieli (1904-1996), insigne arabista e islamista, che fu suo maestro, che scrive (3): «Lo scienziato Bausani non esitò a mostrarsi anche uomo di fede, d’una fede illuminata, pacifica e perseguitata». Nel 1992 Sabatino Moscati (1923-1997), archeologo esperto della cultura punica e fenice, apprezza la sua «sensibilità al fenomeno religioso», anzi la sua «partecipazione viva e diretta, come dimostra la sua adesione al bahaismo» («In memoria» 198). Nello stesso anno Vincenzo Poggi S.J., già professore di Storia del Vicino Oriente nella Facoltà di Scienze Ecclesiastiche Orientali del Pontificio Istituto Orientale di Roma, scrive che «forse la stessa evoluzione spirituale di Alessandro Bausani dal milieu cattolico alle simpatie islamiche, quindi ad abbracciare la religione bah?’?, è frutto di una . . . ricerca incondizionata della verità, “dovunque io la trovi”». («Preti a colloquio» 206) E nel 1995 il laico Alfonso Maria Di Nola (1926-1997), noto studioso del folclore e storico delle religioni, scrive che

la grande ricchezza interiore di Bausani, nella quale il denso momento conoscitivo mai si separò dalla consapevolezza della condizione umana e dei destini dell’uomo, spiega anche adeguatamente la sua tarda [sic] adesione al movimento bahá’í. Non si trattò di una risposta discutibile a curiosità settarie e a voler scoprire movimenti di margine nel panorama religioso europeo e mediorientale . . . il Bahá’ismo, con la sua triplice radice nell’Ebraismo, nell’Islam e nel Cristianesimo, gli sembrò accentuare, in forma qualificante, quel monoteismo che nelle altre religioni era tarato da etnicismo e da ufficialità di forme istituzionalizzate. Il Bahá’ismo lo colpiva principalmente per il suo universalismo fondato sul messaggio d’amore predicato da Abbas Effendi da Haifa: La religione è una questione di amore e armonia fra gli uomini. Si spiega così la pragmaticità del suo spesso incompreso impegno missionario, che lo portò a operare attivamente nella comunità bahá’í italiana e a scrivere su Opinioni Bahá’í, il periodico missionario del movimento e in termini che si distanziavano dai rigorosi impegni con i quali aveva parlato spesso del movimento . . . («Testimonianze» XX)

Per rispondere a un diffuso atteggiamento di indifferenza e velata ostilità nel 1980 Bausani scrive un articolo intitolato «la Fede bahá’í, setta sconosciuta?» (Saggi 104-16) allo scopo «di mostrare a coloro che ancora dicono che la Fede bahá’í è cosa sconosciuta in Italia e che sembrano sottintendere che di tale “sconosciuta entità” non ci si può troppo fidare, che tale idea è del tutto falsa e deriva, mi perdonino, semplicemente dalla loro ignoranza» (ivi 116). Ma in un altro articolo scrive (ivi 276-7) anche che

il sorriso che viene naturale a molti sulle labbra quando sentono un «nome strano», un nome nuovo per una cosa vecchia, non è troppo da rimproverare: Bahá’u’lláh stesso ebbe a dire, di fronte alla gran quantità di teorie, di nomi, di filosofie: «O Signore, liberaci dal mare dei nomi!».

Quanto all’inevitabile ostilità nei suoi confronti da parte di un certo mondo islamico, profondamente ostile alla Fede bahá’í, Bausani non ne fa cenno nei suoi scritti. Secondo Gabrieli, sincero ammiratore dell’Islam migliore e del suo Libro quale Bausani era, «il brutale suo rifiuto e la violenta persecuzione da parte dell’Islam ufficiale», dovette essere per lui un motivo di «delusione e amarezza», un «punctum dolens», che Gabrieli suppone aver temperato «il filo-islamismo di questo libero spirito occidentale» («Profilo» X). Ma non sembra che questa supposizione corrisponda alla realtà. Se per «filo-islamismo» si intende una sincera ammirazione per l’Islam al di fuori di qualsiasi connotazione politica della parola, Bausani fu sempre filo-islamista. Nel 1979, nel pieno della repressione esercitata dal regime iraniano contro i bahá’í, scrive un breve saggio intitolato «Breve storia dei pregiudizi antiislamici in Europa». In questo scritto attribuisce i pregiudizi antiislamici in Europa a «due fattori base: avidità e ignoranza» (40). E per risolverli indica un metodo preveniente da quello stesso Islam che l’Europa ha tanto criticato (ibidem):

un verso di un famoso poeta musulmano dell’India, Asadullah Ghalib, morto nel 1869, contiene, espresso in poche concise parole, forse l’unico metodo per evitare il nascere e il crescere dei pregiudizi religiosi, l’idea cioè che la realtà religiosa, dato che si dichiara assolutamente trascendente, è così inaccessibile all’uomo che le verità umane, anche quelle religiose, possono avere solo un valore direzionale, non un idolatrico valore di santità: . . . «L’oggetto della nostra adorazione è al di là dei confini della percezione. Pertanto per i veri sapienti la qibla10 non è un santuario, è una bussola che indica solo qualcosa!».

E tuttavia anche con il mondo islamico egli seppe essere franco e schietto come lo fu con il mondo cattolico nel sostenere le proprie idee bahá’í: ossia che entrambe queste religioni sono grandi, che hanno dato un contributo preziosissimo allo sviluppo della civiltà, ma che non sono sufficienti a risolvere i problemi del mondo moderno, che ha bisogno di qualcosa di diverso e di nuovo.

Roma, Accademia dei Lincei, 16 giugno 1976. Con il Presidente Giovanni Leone in occasione del conferimento del Premio nazionale del Presidente della Repubblica.

Alessandro Bausani,
pioniere italiano degli studi bahá’í

Sempre interessato agli studi religiosi, Alessandro Bausani non poteva mancare di esaminare da studioso anche la propria Fede. Anzi in questo fu pioniere. Lo studioso bahá’í Moojan Momen scrive:

Dopo la morte di E.G. Browne, gli studi accademici della Fede bábí e della Fede bahá’í si arenarono nelle istituzioni accademiche occidentali . . . l’attività accademica era assai scarsa anche fra i bahá’í, con le sole eccezioni di Alessandro Bausani in Italia e di Adelbert Mühlschlegel ed Hermann Grossmann in Germania. Le necessità della comunità bahá’í imponevano che la maggior parte della letteratura pubblicata, a parte le scritture, fosse o introduttiva o apologetica. («Modern Western»)

Bausani si occupò di descrivere la Fede bahá’í dal punto di vista della storia e della tipologia della religione e ne incominciò a studiare il linguaggio da un punto di vista letterario. Tutto intento com’era a valorizzare la Fede bahá’í come rivelazione di leggi, piuttosto che di verità mistiche, si occupò solo tardivamente e brevemente dello studio degli aspetti teologici e filosofici della Fede. Fa eccezione il suo articolo «Bah?’All?h», nella nuova edizione della Encyclopédie de l’Islam, che descrive il concetto teologico bahá’í della «speciale forma di manifestazione di Dio . . . che appare nei profeti (il termine tecnico bah?’? non è rasul o anbiy?, ma ma??hir-i il?hiyya, manifestazioni divine)» (911, vedi anche Bausani, «Bah?’?» 915-6). Egli stesso riconosce questa sua posizione quando scrive nel 1985 («Foreword» ix):

Ricordo di aver scritto . . . qualche tempo fa che non pensavo fosse ancora il momento di studiare la Fede bahá’í dal punto di vista storico e scientifico. Mi sembrava inconcepibile come suggerire che i cristiani del I secolo dopo Cristo avrebbero potuto scrivere della loro religione da un punto di vista scientifico. Pensavo che noi bahá’í fossimo troppo interessati, troppo coinvolti nella storia bahá’í per scriverne in modo obiettivo. I dotti libri bahá’í che sono finora stati pubblicati mi hanno convinto del contrario.

La sua onestà intellettuale sotto questo aspetto è tale che quando l’editore della traduzione inglese dei Persiani decide di pubblicare il libro omettendone l’ultimo capitolo, Bausani scrive nella prefazione (10):

la differenza più importante è l’omissione dell’ultimo capitolo che appare nell’edizione italiana e che contiene soprattutto considerazioni mie personali (e forse un po’ esagerate) sull’attuale situazione della cultura persiana. Questa edizione, pur senza perdere nulla di importante, è divenuta così più obiettivamente storica.

Si potrebbe dedurre da queste parole che egli attribuisca valore apologetico e non «storico e scientifico» alla maggior parte degli articoli successivamente pubblicati nel volume Saggi sulla Fede bahá’í? Solo tre di questi articoli compaiono infatti nella «Bibliografia degli scritti di Alessandro Bausani» pubblicata postuma in Scarcia e Rostagno, Y?d-n?ma XIII-XXVII. Questi articoli sono «La lotta di Giacobbe con l’Angelo» (ivi XXII [10], n. 216), «Some Aspects of the Bahá’í Espressive Style» (ivi XXII [10], n. 236) e «La Fede Bahá’í e la Pace» (ivi XXVI [14], n. 318).

Forse è ancora troppo presto per trarre conclusioni definitive sui suoi studi accademici sulla Fede bahá’í. Ma ci sembra opportuno incominciare a presentarne almeno alcuni aspetti: alcuni spunti metodologici per gli studiosi bahá’í, alcune definizioni di religione, uno studio tipologico della Fede bahá’í, osservazioni sulla Fede bahá’í e il sincretismo, riflessioni sull’unità delle religioni e uno studio preliminare di alcuni temi come l’ordine mondiale bahá’í, il misticismo bahá’í e il linguaggio degli Scritti di Bahá’u’lláh.

Spunti metodologici per gli studiosi bahá’í

Uno dei suoi discorsi pubblicati in Saggi sulla Fede bahá’í, intitolato «Alcuni aspetti della religione bahá’í» (98-104), sembra particolarmente significativo per comprendere le sue idee sulla metodologia degli studi bahá’í. Bausani incomincia il suo discorso dicendo: «La mia prima idea era stata quella di intitolare questa conversazione: “Quello che gli orientalisti non sanno della Fede Bahá’í”» (ivi 98). Poi prosegue dicendo che a suo parere gli orientalisti, «salvo rare eccezioni», non comprendono la Fede bahá’í, perché la studiano «come un cadavere da anatomizzare secondo certe regole scientifiche e metodologiche proprie appunto dell’“orientalismo” (metodologia quanto mai vaga, peraltro)» (ibidem). La Fede bahá’í come oggetto di studio, dice, «non è un complesso di libri, bensì un organismo vivente» e il modo in cui questo organismo vivente vive la sua vita» (ivi 100). Cita come esempio di buoni studi sulla Fede bahá’í, Peter L. Berger, «Motif messianique et processus social dans le Bahaisme», pubblicato in Archive the Sociologie des religions (Parigi, 1957) e William Garlington, The Bahá’í Faith in Malwa, a Study of a Contemporary Religious Movement, Australian National University, Canberra, 1975. Corregge poi alcuni errori sulla Fede bahá’í commessi da famosi orientalisti, un tema su cui ci soffermeremo nelle pagine che seguono. Conclude il discorso dicendo che «gli orientalisti debbono dunque abbandonare la loro filologia per capire un fenomeno storico-sociale in continua vita ed espansione come quello bahá’í» (ivi 104).

Un altro suo articolo sembra molto pertinente, la sua recensione (1979) del Segreto della civiltà divina (Risáliy-i-Madaníyyat) di ‘Abdu’l-Bahá, un’opera che risale al 1875 e fu pubblicata a Bombay nel 1882 (vedi Bausani, Saggi 182-91). Bausani osserva che il «nocciolo del libro (circa 50 p. su 116) è dedicato al commento di una tradizione islamica che riguarda gli ‘ulamá (letteralmente significa «dotti», «dottori della legge» . . .)» (ivi 186). La tradizione dice: «È dovere del popolo imitare (cioè seguire i consigli, obbedire) quello degli ‘ulamá che sia custode di se stesso, difensore (protettore) della fede, lottatore contro le sue passioni, obbediente ai comandamenti del suo Signore» (ivi, vedi ‘Abdu’l-Bahá, Segreto 24-5). ‘Abdu’l-Bahá riferisce il termine ‘ulamá «anche alle guide del popolo in generale, a quelli che chiameremmo ora i rappresentanti eletti ideali di un popolo, i deputati ideali» (Bausani, Saggi 186). Quanto Bausani scrive su questo tema si riferisce dunque tanto ai politici quanto ai dotti. Egli così riassume le spiegazioni di ‘Abdu’l-Bahá su questa tradizione (ivi 186-9, numeri aggiunti):

[1] acquistare gli attributi della perfezione . . . [cioè] cultura . . . giustizia e imparzialità : . . volontà sincera di educare le masse . . . [2] proteggere e difendere l’insieme dei credenti e renderli, come corpo sociale, migliori, in tutti i sensi, delle altre comunità religiose . . . «combattere le proprie passioni» . . . sottoporsi a una autorità morale . . . [3] «obbedire ai comandamenti del Signore» . . . [incuranti della] autonomia etica della coscienza individuale.

Bausani fu fedele nel suo comportamento di studioso bahá’í a queste importanti istruzioni date da ‘Abdu’l-Bahá.

Infine, sembra pertinente anche una sua frase già citata, «gli uomini, messi assieme, sono tanti zeri. Essi acquistano valore esclusivamente se li facciamo precedere dalla cifra uno, cioè Dio» (Bausani, citato in Grieco 55). Queste parole sembrano suggerire che Bausani non avrebbe mai fatto nulla, tanto meno «studiare la Fede bahá’í dal punto di vista storico e scientifico» («Foreword» ix), come se non credesse in Dio e nella Sua più recente Manifestazione. Questo atteggiamento che assunse in certi suoi scritti sulla Fede bahá’í, non condiviso dai moderni ambienti accademici, potrebbe giustificare le seguenti parole, già citate, scritte da Di Nola, uno studioso che fu suo amico e ammiratore: «Si spiega così la pragmaticità del suo spesso incompreso impegno missionario, che lo portò a operare attivamente nella comunità bahá’í italiana e a scrivere su Opinioni Bahá’í, il periodico missionario del movimento e in termini che si distanziavano dai rigorosi impegni con i quali aveva parlato spesso del movimento» («Testimonianze» XX). Lo stesso Scarcia commentando I persiani 264-5 (di cui si dirà poco oltre), una pagina che accenna ai bábí e ai bahá’í in Iran, afferma che questa pagina è più millenaristica che storica («Recensione ad A. Bausani, I Persiani» 215).

Definizioni di religione

Bausani dà diverse definizioni di religione, da diversi punti di vista, pratico, teologico e religioso più propriamente detto.

Dal punto di vista pratico

Egli afferma che la religione «non è qualcosa che abbia a che fare con complicate elucubrazioni conoscitive, gnostiche, su come è fatto Dio o l’Aldilà» (Bausani, Saggi 471, vedi anche 85, 210, 216), nel quale è necessario credere «si quis vult salvus esse» (ivi 27), cioè se si vuole ottenere la «santificazione . . . personale» (ivi 26). Questo è un concetto che Bausani ribadisce ripetutamente. Anzi è proprio questa la critica fondamentale da lui mossa al Cristianesimo storico: quello di essersi teologizzato, aristotelizzato e ripaganizzato (vedi ivi 27), in altre parole di essersi trasformato da quella religione capace di aprire i cuori al Divino che era a un insieme di riti e dogmi cui è d’obbligo assoggettarsi per ottenere la salvezza personale. Egli esamina a lungo gli effetti negativi di questa situazione, non ultimo fra i quali la contrapposizione della religione ufficiale alla scienza, durata fino al Novecento (vedi ivi 27-8). Dal suo punto di vista, invece, la religione indica «una direzione di santità morale» (ivi 53), è un «impulso energetico per la realizzazione di una santità che ora non può più limitarsi a quella individuale ma deve essere santità sociale» (ivi 246). Più specificamente, secondo Bausani, «la unità del genere umano e i mezzi per realizzarla anche visibilmente sono . . . al centro del concetto stesso di religione» (ivi 211), perché «lo scopo essenziale della religione è la realizzazione dell’unità del genere umano» (ivi 471), ossia portare «assoluta unità nella diversità» (ivi 90). Pertanto «religione è “obbedire ai comandamenti del Signore”» (ivi 189, vedi ‘Abdu’l-Bahá, Segreto 25) in modo da consentire la realizzazione dello scopo per cui la religione è data all’uomo. Ed egli auspica che la religione divenga, nella sua forma più pura e genuina, «arte suprema di vita totale, centro da cui si dipartono le decisioni delle singole vite personali e da cui tutte le altre unità derivano» (Saggi 270). In sintesi, egli scrive («I Bahá’í nell’attualità del dialogo» 1),

la religione è ri-definita dai Bahá’í come una energia trascendente, direzionale, non è un «insieme di riti e di dogmi». Religione quindi senza sacramenti, né sacerdoti, né propriamente parlando «dogmi»: i sacerdoti sono ora «assemblee», i riti sono ora elezioni fatte in spirito di preghiera e la «consultazione» è sacra, i dogmi sono ora insegnamenti dinamici quali abolizione dei pregiudizi razziali, nazionali, economici ecc. uguaglianza di diritti fra ambo i sessi, creazione di una comunità internazionale e così via, ma, principalmente il concetto che tutto questo può avvenire (cioè la natura umana può cambiare) solo nell’obbedienza all’impulso vivificatore dello «Spirito Santo».

Dal punto di vista teologico

Bausani scrive che «l’essenza della religione divina è . . . la fede in un Dio dall’essenza inconoscibile che si manifesta in personalità che vanno seguite non come filosofi o scienziati, ma come datori di leggi etiche e di santità» (Saggi 408). Scrive anche che la religione è una «devozionale venerazione per il divino quale si manifesta (essendo inconoscibile nella sua sovrana essenza) attraverso le figure dei Profeti, “Manifestazioni di Dio”, specchi di Dio» (ivi 252).

Dal punto di vista religioso

Infine, egli definisce la religione «quella attitudine umana per la quale anche ciò che per il non religioso è nulla, viene integrato in un sistema totalitario universale acquistando pertanto valore, anzi supremo valore» (Saggi 18-9; vedi anche ivi 380 e Bausani, citato in Grieco 52). Questa definizione egli dice di aver tratto da una lettera di san Paolo (I Corinti I, 26-9), che dice:

Infatti, fratelli, guardate la vostra vocazione: non ci son fra voi molti savi secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili; ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i savi; e Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; e Dio ha scelto le cose ignobili del mondo, e le cose sprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre in niente le cose che sono, affinché nessuna carne si glorii nel cospetto di Dio.

Per spiegare questa definizione Bausani adduce un esempio: «il “morto” per il non religioso non ha alcun valore, ma il religioso prega per i morti e talora (come per la Fede bahá’í) li considera addirittura come collaboratori a una costruzione cosmica con i viventi» (Saggi 19).

Infine, menziona anche una definizione di religione intesa «in senso lato: e cioè, come “raggruppamenti di persone sulla base della fede”» (Saggi 237-8).

L’unità delle religioni o unità spirituale

L’unità delle religioni o unità spirituale era uno dei temi più cari a Bausani. Egli era profondamente convinto che uno dei più importanti scopi della religiosità moderna sia quello di far cessare «ciò che si suol definire “il grave scandalo delle Religioni” di cui tutti noi siamo, chi in un modo chi nell’altro colpevoli» (Saggi 239). Scrive a questo proposito: «Dopo aver letto un po’ di storia di questi ultimi tre o quattro millenni, viene spontaneo chiedersi se non sia il caso di assumere la drastica posizione di Bauer». Bruno Bauer (1809-1882), filosofo, storico e biblista tedesco, scrisse: «“Come rendere impossibile un contrasto religioso? Eliminando la Religione!”» (ibidem).11 E invece Bausani, «animo inguaribilmente religioso» («Tagore» 9), propugna una soluzione molto diversa: lo scandalo può cessare attraverso l’unità delle religioni, una delle mete più importanti che gli esseri umani possano perseguire.

Bausani afferma che si possono descrivere due tipi di unità delle religioni. C’è un’unità «delle religioni naturali, arcaiche» che è un’unità naturale, in quanto la «religio naturalis,12 nelle sue tendenze di base, è effettivamente unica ovunque . . . ed è facile giungere a una unità su questa via. Si tratta di unità sincretica, metafisica» (Saggi 202-3.). C’è anche una «unità monoteista . . . ben più difficile da realizzare», perché è «una unità storicistica, che implica maggiori sacrifici da parte dei vari religiosi che l’accettano» (ivi 203).13 Egli la chiama anche «unità spirituale», e la definisce «riconoscimento dell’Unica Fonte spirituale a cui hanno attinto ed attingono tutte le Religioni conosciute – od occulte – intese in senso lato: e cioè, come “raggruppamenti di persone sulla base della loro fede”» (ivi 237-8). Egli ritiene che questa unità sia possibile solo superando «il pervicace formalismo religioso» (ivi 243-4) tuttora esistente in tutte le religioni.

L’unità delle religioni è resa necessaria da ragioni sia teoriche sia pratiche. Dal punto di vista teorico, finora le religioni hanno predicato la pace e seminato la guerra, tanto da spingere alcuni a desiderarne la scomparsa dalla faccia della terra. È ora che esse recuperino la loro verità intrinseca, che è la pace, superando i contrasti formali che le dividono e ritornando alla «consapevolezza dell’unità del “Popolo di Dio”», cioè di tutti gli esseri umani (Bausani, Saggi 240). Dal punto di vista pratico, egli osserva che «ogni fatto religioso – in quanto fenomeno di massa – è necessariamente anche fatto politico» (ivi 243) e quindi l’unità religiosa è utilissima, perché può «creare un vastissimo movimento d’opinione teso . . . all’eliminazione . . . [della guerra] ed all’impiego costruttivo delle risorse umane» (ibidem). Oggi, essendo le religioni divise, tutti i loro «accorati appelli alla pace sono vani» (ivi 245).

Perché le religioni si uniscano occorre «eliminare il settarismo, l’apartheid, l’“esclusiva della Verità”, ammettere onestamente che . . . ogni religione . . . possiede dei propri valori intrinseci specialissimi, patrimonio inalienabile specifico, e nel contempo Tesoro comune di tutta l’Umanità» (Saggi 246). Secondo Bausani se si vuole ottenere l’unità delle religioni «l’unità deve . . . partire dal Tutto, dal dopo, dal grado che, visto sul piano umano, è il più difficile e il più universale: l’unità dell’umanità come allegoria vivente dell’unità di Dio» (ivi 71).

Il traguardo dell’unità del genere umano è dunque inscindibilmente collegato a quello dell’unità delle religioni. Per conseguire questo importantissimo traguardo, dice Bausani, è necessario innanzi tutto «cambiare il cuore umano . . . dare alle passioni nobili del cuore una potenza e un raggio d’azione universali» (Saggi 254). Egli fa notare che «tanti, anche mistici, hanno erroneamente preso [il cuore] così com’è come la parte più nobile e più vicina a Dio che c’è nell’uomo», mentre il cuore «è in fondo la parte più animale che noi abbiamo» (ibidem). Esso diventa importante solo «quando è illuminato effettivamente da una luce trascendente», una luce che «non può provenire che dalla Manifestazione di Dio sulla terra, il Profeta» (ivi 255). La Manifestazione di Dio», spiega Bausani, «emana una potenza che può tramutare il cuore umano» (ibidem) e questa trasformazione serve non tanto per comprendere l’unità, quanto per imparare a vivere in modo tale da realizzarla. Infatti «l’Unità . . . non è una somma di parti, più o meno mescolate insieme alla pari, né un sostrato comune a tutte le differenti parti, bensì è, più dinamicamente, un supremo scopo finale cui tutte le parti sono teleologicamente ordinate» (ivi 256). La Manifestazione di Dio unifica tutti gli esseri umani nel senso che indica loro la direzione verso la quale orientare i loro sforzi.

La realizzazione di questa unità non può essere indolore e infatti, secondo Bausani, essa richiede che tutti siano disposti a compiere alcuni sacrifici. I sacrifici che egli prospetta sono diversi per le persone religiose e per quelle atee. Egli include le persone atee nel conseguimento dell’unità religiosa o spirituale in quanto a suo giudizio «la credenza in un Dio personale non è strettamente indispensabile ad una Religione» (Saggi 238). E a conferma di questa sua affermazione adduce due esempi: il Buddhismo H?nay?na e il marxismo, nel quale riscontra certi aspetti di «carattere più spiccatamente fideistico» e «una certa forma di spiritualità, tesa al conseguimento di fini altamente umanitari» (ibidem).

Per chi parta da una tradizione religiosa, Bausani scrive che si impongono tre sacrifici. Il primo è quello di studiare «la propria religione seriamente, e . . . scientificamente» (Saggi 203). Chi affronta questo studio scopre che «quello che egli credeva rivelazione del mistero» (ivi 204) è in realtà una discutibile idea umana, assunta come dogma inconfutabile. Questa scoperta può spingere alcuni credenti a «rigettare come irreligiose tali idee» e a rendersi conto del fatto che alcuni fra i seguaci delle altre religioni hanno «fatto lo stesso per altre simili idee» che erano state loro insegnate dalle loro religioni tradizionali (ibidem). Questo è ciò che è accaduto non solo a molta gente in Occidente ma anche a molte persone «occidentalizzate» in altre parti del mondo. Sfortunatamente molti di costoro si sono convertiti all’ateismo. A questo punto, secondo Bausani, si impone invece un «secondo sacrificio» (ibidem). È necessario riconoscere che la scienza non è in grado di risolvere la questione morale. Se così fosse, scrive Bausani, «perché . . . uno scienziato ateo come Bertrand Russell» (1872-1970) si è encomiabilmente impegnato per tutta la vita contro la guerra, contro il nazismo e altri orrori, «mentre la sua morale sembra ridursi alla frase: “siate felici e sarete buoni”?» (ibidem, vedi ivi 340). E dunque il secondo sacrificio da compiere è quello di riconoscere «che c’è bisogno di una rivelazione di leggi etiche e sociali, che l’uomo solo . . . non riesce a darsi una legge valida (il numero dei morti prodotti dall’uomo “con la morale autonoma” è infinitamente maggiore di quello di tutte le possibili inquisizioni e Santi Uffizi messi assieme...)» (ivi 204). Il terzo sacrificio – che è forse il più difficile – consiste nel capire che l’unità delle religioni «non può essere una federazione di superstizioni variegate o di culti ma una concreta unione pratica in una sola Fede» (ivi 36). Questo comporta la necessità di abbandonare «l’antico nome per accettare il nuovo nome . . . Infatti, se religione è legge, se la nuova rivelazione è rivelazione di una legge valida per tutta l’umanità, l’impostazione di questo nuovo tipo di ecumenismo sarà proprio: accettazione di una nuova legge concreta universale per concorrere tutti alla pari alla ricostruzione del nuovo mondo, della nuova Gerusalemme» (ivi 205).14

Quanto agli «uomini della raffinatissima Europa, o meglio della cultura occidentale», che sono convinti di non aver «affatto bisogno di qualcosa che ricordi la “religione”» (Saggi 78), anche a loro Bausani prospetta alcuni «grandi sacrifici» (ivi 79). Secondo lui la crisi mondiale del Novecento dipende da tre «paradossi del moderno rapido progresso tecnologico» (ivi 78). Il primo fattore è la «estrema rapidità del progresso tecnologico, sia rapidità nel susseguirsi delle nuove invenzioni e perfezionamenti . . . sia . . . sempre maggior velocità dei mezzi di trasporto» (ibidem, vedi anche 341-2). Il secondo fattore è la «sempre maggiore democratizzazione del possesso stesso di questi mezzi di trasporto o di informazione» (ivi 78). Il terzo fattore è «l’aumento continuo della popolazione» (ivi 79). Questi tre fattori rendono sempre più critica la situazione mondiale. Bausani vede solo due soluzioni della crisi così generata. La prima, ovviamente improponibile, è «la violenza», la seconda, «facile da dire ma più difficile da applicare e più faticosa» consiste nel «dare alla parola “noi” un senso più ampio, un senso planetario» (ibidem).

Per ottenere questo scopo, che potrebbe essere chiamato globalizzazione, naturalmente in un senso ben diverso da quello oggi comunemente inteso, Bausani ritiene che siano necessari tre «grandi sacrifici» (ibidem). Il primo sacrificio è quello di smettere di «considerare le nostre religioni, con i loro dogmi ed i loro riti condizionati dal tempo e dal luogo in cui sono cresciute e si sono sviluppate, come la Religione, la Religione Universale» (ibidem). Infatti, egli scrive, «è ormai dimostrato storicamente e di fatto che le tre più famose “religioni” universali, come il Cristianesimo, l’Islam e il Buddhismo non sono una attuale ed effettiva “religione universale” o “mondiale”, se non vogliamo auto-illuderci e se vogliamo dare a “mondo” un senso veramente planetario» (ivi 79-80). Il secondo sacrificio – e prima di descriverlo Bausani avverte che «farà «solo qualche esempio, il più scandaloso possibile» (ibidem) – è quello di «rinunciare a molti fenomeni storici della cultura occidentale da noi considerati come valori assoluti», come per esempio «il diritto romano e i suoi concetti fondamentali, la democrazia formale, il socialismo burocratico, certi valori estetici » (ibidem). Infine il terzo sacrificio, ormai comunque imposto nella pratica dal progresso tecnologico, è quello di rinunciare a «mantenere dei confini nazionali o delle dogane» (ibidem). Dopo aver prospettato questi sacrifici, soggiunge: «Ma quale forza potrebbe costringerci a fare sacrifici del genere, sacrifici che ci sembrano così pericolosi per la nostra stessa vita e la nostra stessa civiltà?» (ivi 80-1). E risponde che secondo lui solo la religione potrà farlo anche ora, come ha già dimostrato di poter operare una tale rivoluzione nel passato, quando per esempio ha posto le basi della civiltà cristiana spingendo «i raffinati intellettuali della brillante epoca ellenistico-romana ad accettare la “barbara” religione cristiana» (ivi 81).

Egli ritiene che tutti coloro che, come per esempio lo storico delle religioni Raffaele Pettazzoni (1883-1859), il saggista Roberto Vacca15 e l’economista Aurelio Peccei (1900-1984), fondatore del Club di Roma,16 propongono soluzioni culturali della crisi del Novecento siano utopisti.

A Pettazzoni, che fu suo maestro, il quale scrive che, quando una religione è decaduta «nelle acque morte di un conformismo stagnante . . . spetta alla cultura di reagire e di rinsanguare la religione impoverita liberandola dalle scorie e riconducendola alle fonti vive dell’esperienza interiore» (Religione e Società 171), risponde: «La cultura? La stessa cultura che, ciecamente, ha rifiutato ogni idea di religione e di Dio perché una determinata casta di sacerdoti ha condannato Galilei? Non direi» (Saggi 29).

A Vacca, al quale fu legato da grande amicizia fin dall’infanzia (la madre di Vacca, docente di arabo all’Università di Roma, gli insegnò l’arabo per sua richiesta quando aveva 10 anni), il quale propone di instaurare «una religione (per quanto odiosa la parola possa essere) dello standard di giudizio elevato e inflessibile da applicare nelle scuole, nelle università, nella selezione dei dirigenti», in modo che quegli elevati standard siano «prediletti per se stessi e non per le loro buone conseguenze sociali» e di «cominciare a condizionare gli uomini a standard di coscienza più stringenti fin dalla più tenera età, cioè nelle scuole primarie e in quelle secondarie» (Medioevo 128), domanda: «credere che questo condizionamento possa essere ottenuto in modi diversi da quelli che io chiamo religiosi non è un’utopia ben più colossale che quella di chi auspica una nuova religione?» (Saggi 30). E soggiunge: «non credo che l’etica possa avere una base materialistica o utilitaristica. Anzi credo che sia proprio questo, e non il formular dogmi e proporre riti, il compito essenziale della religione» (ivi 344).

A Peccei, il quale suggerisce «una grande rinascita culturale» (Cento pagine 29) e un insieme di innovazioni che Bausani riassume in tre punti, «attuare politiche e strategie globali; mettere il mondo in condizioni di essere governato; imparare a governare il mondo – il che presuppone di imparare a governare se stessi [vedi ivi 128-9]» (Saggi 429), obietta: «Per noi, è questo lo scopo di ogni religione che si rispetti e lo fu anche, agli inizi, di quelle religioni che ora sono divenute un coacervo di riti e di cerimonie» (ibidem). E soggiunge: «Se il Club di Roma si propone, fra l’altro, come dice Peccei . . . di “provocare un rinnovamento del pensiero fondamentale attuale” [vedi Cento pagine 140] non può che divenire una religione e tener conto, più di quanto non faccia, che la Fede bahá’í risponde a quasi tutti i suoi requisiti» (Saggi 430). In conclusione, egli scrive:

Il mondo ora è nelle doglie del parto. Una nuova cultura, una nuova storia sembra si stia formando, ed è prevista (desiderata o temuta) più o meno da tutti, sia inconsciamente sia coscientemente. È mia ferma convinzione che, come già un tempo, tale nuova cultura o nuova storia o nuova èra come la si voglia chiamare, non possa esser fondata che da una energia in ultima analisi religiosa, sempre che si dia a questa parola il significato di cui parlammo all’inizio.17 (Saggi 29, vedi 224)

Bausani, insomma, ritiene che per risolvere la crisi moderna occorrano «due difficili atti» fondamentali: il primo è riconoscere con umiltà «che la fine, il superamento . . . [delle antiche] tradizioni è arrivato» e il secondo è quello di ignorare «sorrisi e . . . biasimo o . . . persecuzioni sia dei seguaci delle “potenti tradizioni”, sia di quelli che, irritati della loro inefficienza sono divenuti atei» e di «costruire insieme la nuova tradizione del futuro» (ivi 348).

Secondo lui solo la Fede bahá’í è in grado di costruire «la nuova tradizione del futuro» (Saggi 348), perché essa ha due caratteristiche fondamentali che la rendono perfetta per questo scopo. Per prima cosa, «è rivelazione non di dogmi o di informazioni, più o meno assurde, su come è fatta l’inaccessibile essenza di Dio, bensì di impulso energetico per la realizzazione di una santità che ora non può più limitarsi a quella individuale ma deve essere santità sociale» (ivi 346). In secondo luogo la Fede bahá’í contiene «indicazioni d’azione, un piano, sorretto da una energia divina, di come deve essere la nuova società» (ivi 348). Il piano bahá’í è «direzionale piuttosto che statico» e offre i mezzi per la propria realizzazione nella forma di «quello spirito, che chiamiamo “religioso”, che faceva dire ai Profeti che è meglio essere uccisi che uccidere» (ivi 351).

Studi tipologici della Fede bahá’í

Nei suoi studi tipologici della Fede bahá’í Bausani scopre che anche sotto questo aspetto la Fede bahá’í rappresenta una novità, in quanto certe sue caratteristiche non sono facilmente classificabili in base ai comuni criteri della tipologia.

Religioni tradizionali e fondate

Nelle sue classificazioni storiche e politiche, la posizione della Fede bahá’í appare alquanto chiara. Per esempio, nella divisione delle religioni in tradizionali, per le quali «un fondatore storico sembra non esistere o è avvolto nella leggenda e nel mito» (Saggi 381), come lo Shintoismo, la religione greco-romana e l’Induismo, del quale scrive che «si può dire riproduca nel modo più chiaro, attualmente, quella che doveva essere stata, mutatis mutandis, la religione greca antica» (ivi 198-9), e quelle fondate, «aventi cioè un fondatore storico in gradi diversi venerato dai seguaci» (ivi 381), come il Buddhismo, il Cristianesimo e l’Islam, la Fede bahá’í è facilmente collocabile fra le seconde.

Religioni nazionali e universaliste

Altrettanto dicasi nella classificazione delle religioni in «nazionali, in cui si è nati e alle quali praticamente non ci si può convertire, come lo Shintoismo giapponese, la religione pagana greco-romana, l’Induismo, l’Ebraismo, l’attuale Mazdeismo zoroastriano» e quelle universali, o «universaliste, che formano cioè delle comunità aperte in cui chiunque può, solo che lo voglia, appartenere, come il Buddhismo, il Cristianesimo e l’Islam» (Saggi 20, vedi 381), la Fede bahá’í è una fede universale. Le ambiguità sorgono invece in altre classificazioni, basate su criteri più specificamente religiosi.

Religioni di legge e religioni salvifiche

Se le religioni possono classificarsi in religioni di legge, il cui elemento centrale è la santificazione della collettività, come l’Ebraismo e l’Islam, e religioni salvifiche, il cui elemento centrale è il conseguimento della santificazione personale oltremondana, come il Cristianesimo, o il perseguimento della liberazione personale, come il Buddhismo (vedi Bausani, Saggi 26, 33), la Fede bahá’í è, secondo Bausani, «una armonica fusione» (ivi 33) fra i due tipi. Essa infatti,

pur accettando in pieno il valore salvifico personale apportato dal Cristianesimo, afferma che questo deve essere ora integrato da una istituzione, che sia salvifica non più solo per la persona, ma per l’intero genere umano, che non è più salvabile dalla somma di tanti santi, ma da istituzioni sacre. È questo il «movente» della rivelazione di Dio. (ivi 33-4)

Religioni incentrate sulla legge e religioni incentrate sulla mistica

In un’altra classificazione, che divide le religioni in «religioni precipuamente incentrate sulla legge», come l’Ebraismo e l’Islam, e «religioni precipuamente basate sulla mistica», come il Buddhismo e il Cristianesimo, Bausani ritiene che la Fede bahá’í occupi «una posizione equilibrata e “mediana”» (Saggi 433) fra i due tipi. Lo deduce da un versetto del Kitáb-i-Aqdas: «Non crediate che vi abbiamo rivelato un semplice codice di leggi, vi abbiamo piuttosto dissuggellato con le dita della forza e del potere il Vino prelibato» (22, par. 5, vedi Bausani, Saggi 433-8) e da un brano delle Sette Valli (40):

In tutte queste peregrinazioni il viandante non devierà neanche per lo spessore d’un capello dalla «Legge», perché questa è, invero, il segreto della «Via» e il frutto dell’albero della «Realtà». E in tutti questi stadi deve aggrapparsi alla veste dell’obbedienza ai comandamenti e tenersi tenacemente alla corda dello schivare tutte le cose proibite, affinché possa esser nutrito dalla coppa della Legge ed edotto dei misteri della Realtà.

Da queste parole, scrive Bausani, si comprende che Bahá’u’lláh non ha rivelato «solo un codice di leggi» (Saggi 436), cioè «un insieme di precetti esteriori da seguire», ma nemmeno «un puro Vino mistico . . . che sciolga, come pretendeva Paolo, da ogni legge» (ibidem). Questo significa che la Fede bahá’í è una via mistica con una sua legge e una sua Realtà ultima, ma che essa non è né esoterica né ascetica, bensì si propone il conseguimento della Realtà, ossia della santificazione sia delle persone sia della società, mediante l’applicazione di una legge che è «il segreto della “Via” e il frutto dell’albero della Realtà» (Bahá’u’lláh, Sette Valli 40).

Religioni monoteistiche e panteistiche

Un’altra classificazione nella quale la Fede bahá’í occupa, secondo Bausani, una posizione singolare è quella che classifica le religioni a seconda del modo in cui descrivono Dio. Sotto questo aspetto le religioni sono suddivise in religioni rigorosamente monoteistiche e religioni panteistiche o monistiche. Fra le prime vi sono l’Ebraismo e l’Islam sunnita. Queste due religioni insegnano che «c’è un Dio Personale Trascendente in cui è concentrato tutto il Sacro, al di là del mondo, e poi il mondo da Lui creato ed a Lui sottoposto; l’uomo è, sì, un Suo “vicario sulla terra” [Corano XI, 30] ma nemmeno i Profeti si distinguono dagli altri uomini» (Saggi 168). Fra le seconde c’è l’Induismo. Queste religioni insegnano che «Dio non è una persona, ma un qualcosa di divino sparso nel mondo» (ibidem). Quanto alla Fede bahá’í, nel 1955 Bausani la descrive come «la più giovane – ma ben differenziata – di quel gruppo di religioni monoteistico-profetiche-sopranazionali (Ebraismo, Islam, Cristianesimo e forse Zoroastrismo) che presentano . . . un così tipico contrasto con le religioni naturali nazionali» (ivi 462-3). Successivamente (1985 circa) però afferma che la Fede bahá’í si diversifica in modo molto vantaggioso ai fini del progresso della società «sia dalle religioni arcaiche tendenzialmente panteistiche sia da quelle monoteistiche di tipo ebraico islamico, sia dal Cristianesimo teologico» (ivi 387). Perciò, secondo Bausani, anche sotto questo aspetto la Fede bahá’í occupa una posizione particolare. Egli cita a questo proposito una Tavola di ‘Abdu’l-Bahá, che gli sembra contenere «un embrione di “teologia bahá’í”» (Saggi 170). Questa Tavola (Tablets I, 204-5) dice:

Mi chiedi della Impersonalità di Dio. La Personalità sta nella Manifestazione della Divinità, non nell’Essenza di Dio. La realtà del mondo divino è al di là da limiti e restrizioni. Ma lo Specchio purissimo che è il manifestatore del Sole della Verità e nel quale il Sole della Verità è manifesto nel suo pieno apparire, quello specchio è ristretto, non le luci (che riflette) . . . Con l’espressione «vedere Iddio» si intende vedere la Sua Manifestazione: infatti contemplare il Sole nel suo intero splendore in una chiara superficie riflettente è identico a vedere il Sole stesso.

Queste parole, secondo Bausani, descrivono «un concetto [di Dio] che abbraccia ambedue le idee religiose fondamentali . . . Cioè, Dio è inconoscibile nella Sua essenza, ma manifesto in gradi, cioè negli attributi, rispecchiabili nelle cose e nell’uomo stesso in particolare» (ibidem). Tornano alla mente altre parole di Bausani già citate in questo scritto: «la realtà religiosa, dato che si dichiara assolutamente trascendente, è così inaccessibile all’uomo che le verità umane, anche quelle religiose, possono avere solo un valore direzionale, non un idolatrico valore di santità» («Breve storia» 40).

Tre tipi di monoteismo

Nelle religioni monoteiste Bausani distingue tre tipi fondamentali, che egli raffigura anche graficamente. Nelle religioni monoteistiche tipo l’Ebraismo egli disegna il piano del divino e dell’umano come un punto e una retta rispettivamente, traccia poi alcuni «raggi che uniscono il punto Divino Personale con la linea terrestre», spiegando che questi raggi «sono le voci dei profeti» (Saggi 382).

Dio
Profeti
Mondo umano

Quanto al Cristianesimo lo raffigura con una croce e spiega (Saggi 383):

Abbiamo un punto divino personale che però si prolunga a intersecare, e in un solo punto, la linea della storia dell’uomo. È il punto-Cristo, databile con precisione nel tempo e situabile con precisione nello spazio (Palestina degli anni 0-33). Per dare simmetria a questa struttura religiosa verrebbe naturale immaginare anche la linea inferiore con un principio storico (la creazione del mondo) e con una fine storica (la fine del mondo).

Quanto alla Fede bahá’í egli sostiene (Saggi 383) che la sua posizione

è diversa da quella cristiana ortodossa nel senso che pur ammettendo, come il Cristianesimo, una inserzione dell’umano col divino, e quindi dando uno status speciale e non solo umano alla figura del Profeta, essa non lo limita a un solo punto della storia e del tempo, pur non dissolvendo il divino nella storia.

E suggerisce il seguente schema:
DIO
Logos
Eternità Eternità
. . . . . . . . . . .
parte «ante» parte «post»
Bausani spiega (Saggi 383-4):

Le varie intersecazioni simboleggiano le varie Manifestazioni di Dio che dall’eternità senza principio sino all’eternità senza fine continueranno a educare e «divinizzare» in forme sempre più alte l’umanità. Dio non è direttamente conoscibile all’uomo nella sua essenza, è trascendente (e in questo i Bahá’í sono nettamente monoteisti), ma esprime la sua volontà attraverso un Logos eterno . . . manifestantesi in un numero indefinito di persone sacre le quali sono in uno stadio diverso da quello dell’uomo normale (in questo la Fede bahá’í si allontana dalle concezioni di monoteismo radicali tipo islamico e ebraico e si avvicina piuttosto al Cristianesimo), ma la cui successione non ha avuto principio e non avrà mai fine (e in questo la Fede bahá’í si distacca dal concetto ortodosso della unicità del Cristo storico: sull’unicità del Cristo eterno il bahá’í può anche essere d’accordo con il Cristiano). Non solo un punto, ma molti, anzi infiniti, della retta simboleggiante il piano umano sono anche divini (e in questo la Fede bahá’í può avvicinarsi anche alla religiosità arcaica) ma non tutti indiscriminatamente e nemmeno potenzialmente (e in questo si differenzia sia dal panteismo filosofico e mistico, sia da certe forme di religiosità arcaica).

Evoluzione del monoteismo

All’interno del monoteismo, egli parla di «una evoluzione del monoteismo» (Saggi 26), che dalle iniziali «forme nazionali e razziali [dell’ebraismo], viene universalizzato da Cristo», finché poi l’Islam non «getta le basi . . . di una santificazione della collettività» (ibidem). Esaminando la stessa evoluzione del monoteismo dal punto di vista della legge, Bausani afferma che nella Bibbia si trovano un primo tipo di «antiche leggi locali date a profeti antichissimi di cui la tradizione ci tramanda poco più che i nomi» (ivi 200). Sono le leggi della persona date da Adamo, quelle della tribù, date da Noè e quelle di un gruppo di tribù, date da Abramo. Il secondo tipo di leggi sono quelle date da Mosè a un intero popolo. Il Cristianesimo, secondo Bausani, «ha potuto accettare il dogma paolino del rifiuto della legge» (ivi 201) per tre motivi fondamentali. Il primo è che «la sua legge centrale, il suo scopo precipuo . . . era quello di creare la massima potenza e santificazione individuale in vista delle nuove organizzazioni concrete della umanità agli ordini di Dio» (ibidem). Il secondo motivo è la relativa brevità della dispensazione cristiana, che secondo Bausani è finita nel 622 d.C. con l’inizio della dispensazione musulmana. A suo parere infatti il concetto bahá’í di rivelazione progressiva comporta che «la rivelazione islamica fa parte dello stesso ciclo culturale di quelle mosaica e cristiana, non essendo in sostanza che l’antico monoteismo di Abramo; è quindi – essendo successiva a quella cristiana – sostitutiva di quella, come la rivelazione cristiana sostituisce ed abroga quella mosaica» (Saggi 291, vedi 291-3, 297-8). Il terzo motivo per cui nella religione cristiana la legge religiosa ha potuto essere sottovalutata è l’esistenza dell’«impalcatura giuridica dell’impero romano» (ivi 298). Dopo Gesù è venuto Mu?ammad che ha creato «una comune nazione sovra razziale, la ummah o comunità di fratelli» (ivi 200). La Fede bahá’í rappresenta infine la più recente tappa di questa evoluzione e comporta la «rivelazione di una nuova legge, unificatrice questa volta non di settori del genere umano, bensì di tutto il genere umano, in una sola grande nazione» (ivi 201).

Religioni e creazione

Bausani esamina tipologicamente le religioni anche in base al loro atteggiamento nei confronti della creazione e le suddivide in tre gruppi. Il primo gruppo comprende le religioni arcaiche e il panteismo filosofico che «o si pongono il problema in forme puramente mitiche e in ogni caso sempre presupponendo una materia sacra primordiale, o non se lo pongono affatto» (Saggi 385). Il secondo gruppo comprende le religioni monoteistiche, come l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam, secondo le quali prima «nulla esisteva, poi Dio creò il mondo» (ivi 386). Il terzo gruppo comprende la Fede bahá’í per la quale l’attributo divino «creatore» è coeterno con Dio e d’altra parte richiede l’esistenza di un oggetto creato. Pertanto il creato è coeterno con Dio, ma la sua eternità è «di “dignità” inferiore (cioè puramente temporale) a quella del Creatore che è appunto creatore e non creato» (ibidem).

Religioni e Parola sacra

Bausani propone inoltre una classificazione delle religioni in base al loro atteggiamento verso la «“Parola Sacra”» (Saggi 147). Sotto questo aspetto egli distingue tre tipi di atteggiamenti. Un primo gruppo comprende le religioni che insegnano che «Dio si manifesta una volta per tutte in una “Sacra Scrittura” che è unica a fare autorità e di cui spesso non si conoscono storicamente con chiarezza gli autori» (ibidem). Fra queste religioni egli elenca «malgrado altre differenze tipologiche . . . l’Ebraismo con la sua Torah, l’Islám con il Corano, l’Induismo con i Veda, il Buddhismo con i vari Sutra del Canone, . . . [il] Sikhismo che deifica addirittura il libro sacro, il Grant» (ibidem). Il secondo gruppo, rappresentato dal Cristianesimo, «sente la Parola di Dio come incarnata in una persona, piuttosto che espressa in un Libro» (ibidem). Bausani spiega che sotto questo aspetto il Cristo del Cristianesimo equivale al Corano dell’Islam, entrambi coeterni con Dio secondo le rispettive Fedi. Il terzo gruppo, rappresentato dalla Fede bahá’í, si distingue per due caratteristiche fondamentali. In primo luogo, «rigetta il concetto di incarnazione del verbo divino tutto intero in un uomo» (ivi 148) e in questo si differenzia dal Cristianesimo. In secondo luogo, non ha «un “Libro Sacro” isolato e sentito astrattamente come unica autorità per i secoli dei secoli, e quindi interpretabile con una specie di libero esame» (ibidem) e in questo si differenzia dalle religioni del primo gruppo. La Fede bahá’í si differenzia dunque da tutte le altre religioni perché ha «un corpus per così dire vivente di scritture, pur non ammettendo una scrittura-persona» (ivi 149). Infatti i Libri Sacri bahá’í sono un complesso di scritture rivelate fra il 1844 e il 1892. A queste si devono aggiungere le interpretazioni autorevoli date da ‘Abdu’l-Bahá, il Centro del Patto, dal 1892 al 1921 e poi da Shoghi Effendi, Custode della Fede bahá’í, dal 1921 al 1957. L’autorevolezza di queste interpretazioni è sancita nel Testamento di Bahá’u’lláh per ‘Abdu’l-Bahá e in quello di ‘Abdu’l-Bahá per Shoghi Effendi. Dopo la morte di Shoghi Effendi il diritto di interpretare le Scritture non è più stato affidato a nessuno. Pertanto «la Parola, per il periodo della validità della Religione Bahá’í, non è lasciata in balia delle libere interpretazioni velleitarie dell’uomo, bensì è stabilita da precise disposizioni dei fondatori stessi» (ibid. 150). La guida delle Scritture è infine integrata e protratta nel tempo dall’istituzione della Casa Universale di Giustizia. Dato che l’aspetto fondamentale delle Scritture non è la rivelazione di verità metafisiche, ma quella di direttive di azione per realizzare l’unità del genere umano nel mondo, la guida divina permane sulla terra nella forma dell’istituzione centrale della comunità, cui è conferita l’infallibilità legislativa, e che è pertanto capace di guidare infallibilmente la comunità verso la realizzazione dei suoi scopi. Questo aspetto tipologico, che Bausani chiama «“infallibilità in evoluzione”, infallibilità vivente» (ivi 439), rende la Fede bahá’í viva, vitale, malleabile nel tempo, adatta a realizzare i suoi alti scopi.

Rapporto fra umanità e Divinità

Un’ulteriore studio tipologico è quello relativo al rapporto fra umanità e Divinità. Bausani sotto questo aspetto descrive quattro tipi di religioni. Alcune, come quelle arcaiche premonoteistiche e le religioni mistiche, ammettono che la Divinità sia accessibile a tutti gli uomini. Altre, come il Cristianesimo, ritengono che la Divinità sia accessibile a un unico uomo, Cristo, il quale la incarna nella sua essenza. Altre, come l’Ebraismo e l’Islam, ritengono che la Divinità sia assolutamente irraggiungibile da qualsiasi creatura, persino i Profeti. La Fede bahá’í ha una posizione che concilia tutte le altre. Ai mistici risponde che lo stadio della Divinità nella sua essenza è precluso a ogni creatura, ai Cristiani risponde che l’incarnazione è impossibile, ma che il Profeta è lo specchio perfetto che manifesta alle creature tutte le qualità della Divinità, agli Ebrei e ai Musulmani risponde dicendo che la Manifestazione di Dio è l’Uomo Perfetto e pertanto la sua vicinanza alla Divinità è la massima possibile a una creatura e pertanto diversa anche qualitativamente da quella accessibile agli esseri umani (vedi Saggi 386-7).

Rapporti con la scienza

Infine Bausani analizza tipologicamente le religioni dal punto di vista del loro rapporto con la scienza e le classifica in tre gruppi: le religioni arcaiche premonoteistiche, le religioni monoteistiche e la Fede bahá’í. Bausani spiega che nelle religioni arcaiche, poiché tutto è divino, nulla può essere sottoposto a un’indagine scientifica che sarebbe dissacrante. Il monoteismo libera il mondo da questo impedimento, in quanto concentra tutto il sacro in un unico punto, Dio o l’Uomo-Dio e in questo apre la creazione alla libera indagine della curiosità umana. Ci si chiede allora come mai il Cristianesimo abbia ostacolato lo sviluppo della scienza. Bausani risponde ricordando un insegnamento del suo maestro Pettazzoni, il quale scriveva (Religione e Società 171): «C’è nella religione (ed è sempre la storia che ce lo insegna) la tendenza a irrigidirsi nel dogmatismo e nel formalismo esteriore, a smorzare la fiamma della fede nelle acque morte di un conformismo stagnante», concetto in parte confermato negli Scritti bahá’í. Bausani afferma che il Cristianesimo, nato come religione di legge, sia pur una legge etico-spirituale, si è poi trasformato in una religione di dogmi, quando sul suo «robusto ceppo rivelato monoteistico» si è inserito «il paganesimo, sempre risorgente senza una sorveglianza radicale ed assidua», nella forma di «concetti naturalistico-pagani come quello del Dio che muore e risorge, della dea-madre, e tanti altri» (Saggi 199). La scienza non è stata dunque ostacolata dal primitivo monoteismo cristiano, ma dal monoteismo ripaganizzato, filosoficizzato, aristotelizzato della teologia cristiana. E dunque, egli scrive (ivi 207), il teo dell’ateismo alla cui insegna si è sviluppata la scienza moderna

non è il Dio della Bibbia e del Corano, né il Dio etico e santificatore di Cristo, bensì è il Dio di Aristotele, il Dio di una religio pagana naturalis sia pur raffinata, confuso per secoli dai Cristiani con il Dio legislatore non misterico degli autentici testi sacri del monoteismo. Il vero Dio è il Dio in cui credevano Newton . . . e Einstein . . . ed è quello in cui credevano al-Bírúní, Galileo e al-Báqillání.18

«Per usare le antiche parole di Maulaná Jalálu’d-Dín Rúmí»,19 Bausani scrive, «“Dio vive nel nulla, ha la sua officina nella Nulla”, cioè, umanamente parlando, nella trascendenza» (Saggi 208). Un altro limite che i monoteismi cristiano e islamico si sono posti considerando definitiva la propria rivelazione è stato quello di precludersi la possibilità di accettare le concezioni dell’evoluzio-nismo, che per questo hanno assunto caratteri atei e antireligiosi.

La Fede bahá’í ha un atteggiamento assai liberale: dissocia completamente le funzioni della religione e della scienza. Alla prima spetta di indicare le direzioni salvifiche e conferire le energie necessarie a conseguire le mete che tali direzioni indicano. Alla seconda spetta la scoperta dei misteri del creato, nei limiti della legge protettiva prescritta dalla religione, per accrescere i poteri dell’uomo necessari alla realizzazione delle mete poste dalla religione. Insegnando poi la dottrina della rivelazione progressiva, ossia che la guida divina non viene data una volta per tutte, o comunque non si conclude in un singolo personaggio storico, ma è data in una progressione eterna dalla preeternità alla posteternità, lascia le porte spalancate a una concezione evoluzionistica della realtà, che è anzi chiaramente indicata già nelle sue scritture.

La Fede bahá’í e il sincretismo

Bausani osserva che alcuni eminenti studiosi, come per esempio gli islamisti italiani Carlo Alfonso Nallino (1872-1938, «Bah?’?, Bah?’?smo» 870) e Michelangelo Guidi (1886-1946, «Babismo e Behaismo» II, 336-8), definiscono molto impropriamente la Fede bahá’í «sincretismo e cocktail di idee occidentali ed orientali, miscela di teosofia all’americana e di fanatismo delle plebi orientali» (Saggi 102). Egli invece spiega che «la Fede bahá’í è una Religione, non un sincretismo confuso o una vaga sintesi di religioni . . . [come] la moderna teosofia . . . Né è una sintesi, un concentrarsi cioè di elementi diversi a formare una autonoma unità superiore, come sarebbe il caso di una filosofia religiosa della storia, o simili» (ivi 275-6). Bausani attribuisce gli erronei giudizi degli islamisti alla loro «metodologia filologico-libresca» (ivi 102), che li porta «a considerare l’oggetto del . . . [loro] studio come un cadavere da anatomizzare secondo certe regole scientifiche e metodologiche proprie appunto dell’“orienta-lismo”» (ivi 98). Bausani sostiene che se si adotta lo stesso metodo per studiare il Cristianesimo si finisce per considerare anch’esso un sincretismo. Infatti nel Cristianesimo

c’è l’idea ebraica del Dio monoteista e creatore dal nulla, e c’è l’idea di un personaggio divino che si incarna, c’è l’elemento femminile della divinità ecc. . . . ma pochi . . . saranno disposti a chiamare per questo il Cristianesimo un sincretismo religioso. Sincretismo è infatti qualcosa di creato «a tavolino», una dottrina che si diffonde come tale fra intellettuali. (102, vedi 202-3)

Egli fa notare che la Manifestazione di Dio, se vuole farsi capire dalla gente della propria generazione, può solo usare «un linguaggio e delle idee in giro in quel tempo» (ivi 102). Ma qualunque idea e linguaggio la Manifestazione di Dio utilizzi, il tutto è esposto nella forma «di un piano integrato» (ivi 103) proveniente da Dio.

A questo punto però ci si deve intendere anche sul significato della parola rivelazione. Bausani osserva che secondo «la teologia cristiana classica il Cristo si distingue da altri fondatori di religioni, pur stimabili, ma che parlano di una religio naturalis, perché avrebbe rivelato ciò che la ragione non avrebbe mai potuto conoscere, cioè il mistero dell’essenza di Dio, la Trinità, il peccato originale, l’incarnazione, verità conoscitive (anche se salvifiche) sovranazionali» (Saggi 103). Per i bahá’invece, come anche per i musulmani, la Manifestazione di Dio non rivela verità dogmatiche salvifiche, ma «una energia etico-religiosa per realizzare il piano divino a questo determinato stadio della evoluzione umana» (ibidem). Dunque la Fede bahá’í è la rivelazione di ciò che Dio vuole che gli uomini facciano ora per realizzare l’unità del genere umano sulla terra. Questi insegnamenti sono rivelati nella forma di un corpo chiaro, armonioso, unitario e finalizzato e pertanto la Fede bahá’í non è una filosofia sincretistica, ma una nuova religione.

Dotte presentazioni della Fede bahá’í

Bausani non lesinò gli sforzi per presentare la Fede bahá’í anche a dotti uditori. Sotto questo aspetto ci interessano in particolare cinque articoli. Il primo è intitolato «Un “?azal” di Qurratu’l-‘Ain» e fu pubblicato nel 1949 (Oriente Moderno XXIX, 10-12, 190-2). Sebbene si proponga soltanto di presentare il testo persiano e una traduzione italiana di una poesia di ?áhirih (Gar bi-tu uftad-am [se mai m’accadrà di scorgerti]), l’articolo menziona il Báb e la scarsa bibliografia sulla Fede bábí disponibile in quegli anni. Il secondo s’intitola «La Fede bahá’í» e fu pubblicato nel 1950 (Scienza e Umanità III, 4, 1-16, vedi Bausani, Saggi 59-74). È una prima presentazione scientifica della storia e degli insegnamenti della Fede bahá’í. Il terzo è intitolato «Il martirio del “B?b” secondo la narrazione di Nab?l Zarand? » e fu pubblicato nel 1950 (Oriente Moderno XXX, 10-12, 199-207). È un resoconto scientifico dell’episodio della fucilazione del Báb, arricchito da numerose dotte annotazioni. Il quarto documento è intitolato «Sviluppi istituzionali della religione Bahá’í » e fu pubblicato prima nel 1955 (Atti 447-50) e poi in una versione ampliata basata su un suo manoscritto in Saggi 444-64. È una descrizione scientifica dell’Ordine amministrativo bahá’í. Il quinto documento è intitolato «Modernismo e “eresie” nell’Islam contemporaneo» e fu pubblicato nel 1975 (Sviluppi recenti 43-62). Sebbene la Fede bahá’í vi sia menzionata soltanto in una frase di sei righe e in una nota di due, questo scritto ci sembra importante per comprendere il rapporto fra Bausani e l’Islam. Bausani discute il significato di «modernismo» nel contesto musulmano. Egli suggerisce quattro possibili sviluppi modernisti nell’Islam, nel senso di quattro gradi di rifiuto del taqlíd (alla lettera, imitazione, cioè seguire un maestro o la tradizione ufficiale). Il primo è «liberare le antiche e genuine tradizioni e il consensus delle prime generazioni da tutte le addizioni di successivi codificatori, e lavorare personalmente, cioè applicare l’ijtih?d [alle lettera, sforzo] sulle basi del Corano, delle tradizioni autentiche e del primo consensus» («Modernismo» 54). La seconda possibilità è «cercare una riforma dell’Islam saltando anche le tradizioni, nel solo Corano» (ivi 55). La terza possibilità è «procedere a distinguere persino nel Corano ciò che Dio ha rivelato per guidare un popolo primitivo, quali gli Arabi preislamici, da ciò che è inteso come legge eterna e universale, lo “spirito essenziale” del Corano» (ivi 56). La quarta possibilità è che «solo Dio con l’invio di un altro profeta legislatore per i tempi moderni può distinguere ciò che è vivo da ciò che è morto del Libro Sacro» (ivi 57). Bausani commenta (ibidem):

è ovvio che con questo ultimo sistema si esce dall’Islam. Ma non si tratta di un sistema solo teorico, perché è quello che è avvenuto con la nuova religione Bah?’?, sorta appunto in seno all’Islam come il Cristianesimo sorse in seno al Giudaismo, ma che radicalmente si distingue dall’Islam perché ha un nuovo Mu?ammad (Bah?’u’ll?h m. 1892), nuovi libri sacri (i suoi scritti) e una nuova legislazione sacra.

Il capitolo intitolato «La nuova religione bâbî-bahâ’î» in Persia religiosa (379-412), tradotto in inglese nel 2001, alcune pagine de I Persiani (221-3, 264-5), tradotto in tedesco nel 1965 e in inglese nel 1971, e l’appendice 1, intitolata «La religione B?b?-Bah?’?», di L’Islam (211-9), tradotto in spagnolo nel 1988, occupano una posizione speciale fra gli scritti di Bausani per almeno due ragioni. Sono dotte ed esaurienti presentazioni delle due Fedi. Sono parte di libri assai noti, che hanno avuto grande successo quando furono pubblicati e che continuano ad averlo nelle successive edizioni. Un cenno a parte merita quanto Bausani scrive nei Persiani (264-5), una pagina che però, come si è detto a p. 54, non compare nella traduzione inglese:

La salvezza dal nazionalismo colonialistico . . . data la concreta situazione del popolo persiano ancora fortemente imbevuto di religione, può . . . darla solo una riforma religiosa, che lavori cioè sul concreto, su valori che si sentano vivi, si discutano, si rigettino o si amino, non sul pseudo-arcaismo del patriottismo ufficiale. Tale riforma religiosa è in realtà avvenuta in Iran col movimento bâbî e bahâ’î nato nel secolo scorso . . . Con essa il genio iranico ha, sì, superato l’Islam – come in forme molto meno valide cercano di fare alcuni elementi dell’élite che poi non possono che lasciare al popolo, il quale ormai non capisce più l’antica religiosità iranica, null’altro che intatte superstizioni folkloristiche dell’Islam peggiore, – ma lo ha superato in un modo storicamente ben più valido, presentando cioè la viva personalità di un nuovo profeta che sviluppa concetti islamici purificandoli e portandoli oltre, così come il Cristianesimo modificò e portò oltre concetti ebraici.

Bausani esprime dunque senza mezzi termini la propria convinzione che il movimento bábí, precursore di quello bahá’í, «se si fosse imposto . . . avrebbe avuto, come confermano tutti i suoi studiosi, un indubbio influsso positivo e moralizzatore sulla vita del paese» (ivi 222). Scrive anche che «il fallimento politico del bâbismo nella Persia del secolo XIX fu un grave disastro per l’Iran» e citando il parere di «personalità come Lord Curzon e il Browne» conclude (ivi 265) che «il successo di una riforma religiosa del genere sarebbe stato . . . un fatto nettamente positivo per la cultura dell’Iran moderno e una soluzione alla crisi che attualmente lo travaglia».

Bausani ha anche scritto brevi articoli per alcune Enciclopedie, per esempio i lemmi «Babismo» e «Bah?’ismo» dell’Enciclopedia cattolica (II, 640-1, 692-3) nel 1952, «B?b», «B?b?s», «Bah?’All?h» e «Bah?is» dell’Enciclopédie de l’Islam (I, 856-8, 870, 938-9, 943-6) nel 1958 e infine il breve saggio «La fede baha’i» in Le grandi religioni (V, 279-88), l’enciclopedia pubblicata negli anni ’60 dall’editore Rizzoli in fascicoli settimanali che si acquistavano nelle edicole. Talvolta i suoi scritti sostituiscono precedenti lemmi assai inesatti. Per esempio, lo scorretto articolo «Bah?’?, Bah?’?smo» di Nallino nell’Enciclopedia Italiana (V, 870) è stato sostituito dal suo «Bah?’?, Bah?’?smo» nell’Enciclopedia italiana. Quarta appendice 1961-1978 (I, 220-1) e l’impreciso articolo «Babismo e Behaismo» di Guidi in Tacchi Venturi, Storia delle religioni (II, 336-8), è stato sostituito dal suo «La religione B?b?-B?ha’?», nell’edizione riveduta e corretta della Storia delle religioni nel 1971 (II, 260-74).

È legittimo chiedersi quali siano stati i risultati dei suoi sforzi. Già nel 1970, Di Nola scrive che le migliori spiegazioni sulla Fede bahá’í sono state scritte da Bausani soprattutto nell’intento di «liberarla dai falsi giudizi di valore su di essa formulati per superficiali informazioni attinte da opuscoli di propaganda bahaista-americana». Di Nola loda gli sforzi di Bausani, essendo essi il frutto di «diretta esperienza dei testi e degli ambienti bahaisti» («Bahaismo» 900).

L’ordine mondiale bahá’í

Le idee più originali di Bausani sull’ordine mondiale bahá’í sono tre. La prima è la sua idea dell’ordine mondiale bahá’í come teo-democrazia, spiegata nelle pagine precedenti. Un’altra pagina dei suoi Saggi (221-2) chiarisce questa sua posizione:

la Fede Bahá’í, non è una chiesa, bensì una nuova più ampliata, forma di popolo di Dio, come già in senso etnico ristretto fu Israele e, in senso più ampio ma ancora elementare, fu la prima comunità islamica. Per questo la Fede Bahá’í, è – in certo modo – da considerare come un ampio, nuovo tipo di «partito politico», i cui membri, ovviamente, non possono appartenere a un altro. Per questo – cosa strana per un democratico contemporaneo – gli eletti delle istituzioni bahá’í, pur se eletti dal basso, non sono considerati responsabili verso gli elettori, per il periodo, prestabilito «divinamente», in cui sono in carica, bensì solo verso Dio, perché, appunto, sono stati, mediante gli elettori, eletti da Dio. «Allora sono sacerdoti . . . » dirà fatalmente qualcuno. No, perché non amministrano alcun sacramento e nulla di sacrale hanno se presi uno a uno individualmente; è il corpo, l’Assemblea che conta, e tale assemblea non si occupa di metafisica e di sacramenti bensì della organizzazione della comunità, della amministrazione nel senso più ampio del termine.

Bausani sembra considerare la prima ummah musulmana una sorta di precursore dell’ordine mondiale bahá’í: «nell’Islam più antico non esisteva clero né sacramenti . . . quindi, “teocrazia” era una sorta di potere al “popolo di Dio”: epoca aurea di questo genere è per i musulmani quella dei primi quattro califfi, una sorta di proto-democrazia governata da Dio . . .» (Saggi 296).

Secondo, egli vede nella Casa Universale di Giustizia l’incarnazione di una «infallibilità vivente». Come si è già detto, egli affermava che «a differenza di religioni puramente “libresche”, la Fede Bahá’í possiede un corpus per così dire vivente di scritture, pur non ammettendo una scrittura-persona (verbo incarnato come nel Cristianesimo)» (Saggi 149-50). Egli riteneva (ivi 221, vedi anche 438-9) che le Leggi canoniche ebree e musulmane fossero un «“papa di carta” . . . cioè un insieme di casistiche sottili senza la vitalità che potrebbe esserle data da un principio di moto e di sviluppo vivente». E apprezzava molto l’esistenza nella Fede bahá’í tanto di un codice di leggi, il Kitáb-i-Aqdas, quando di una guida infallibile nell’applicazione di quel codice alle cangianti necessità delle varie epoche, prima attraverso ‘Abdu’l-Bahá, in quanto Centro del Patto e autorevole e infallibile interprete delle Scritture, poi attraverso Shoghi Effendi, anche lui infallibile interprete delle Scritture, e infine attraverso la Casa Universale di Giustizia. Come spiega Bausani, le istituzioni bahá’í «si articolano in due piramidi, una di carattere più strettamente legislativo-amministrativo, formata da elezioni dal basso, l’altra di carattere sacrale docente nominata dall’alto» («Bah?’?, Bah?’?smo» 220). La Casa Universale di Giustizia è l’apice della piramide legislativo-amministrativa. Essa ha «fra i suoi compiti quello di decidere su questioni non esplicitamente trattate nei testi sacri di Bahá’u’lláh. Le sue decisioni sono infallibili come quelle del testo stesso, ed essa potrà abrogarle secondo le necessità dei tempi» (Saggi 455). La Casa Universale di Giustizia

ha anche il compito, chiaramente espresso da Bahá’u’lláh, di codificare quelle nuove leggi che fossero necessarie per i bisogni man mano cangianti dell’umanità, e di abrogare le leggi da essa stessa promulgate in epoche precedenti. Ecco dunque che, mentre la Legge assume, come abbiamo già fatto osservare, un carattere «sacro», mistico, dall’altra essa diventa un qualcosa non di dato una volta per tutte, ma presenta l’interessante esempio (mi scusi la espressione apparentemente strana) «di infallibilità in evoluzione», infallibilità vivente. È questa una delle principali caratteristiche originali della Fede Bahá’í: quella cioè di possedere, sì, il concetto della infallibilità, quindi dell’Assoluto, ma di legare questo concetto all’evoluzione dei tempi, persino entro l’ambito della stessa legge religiosa. E per di più di identificare questa Legge con il «vino mistico dissuggellato dalle mani della potenza divina». (ivi 221, vedi anche 438-9)

Terzo, Bausani attribuisce carattere sacrale a tutti gli elementi dell’Amministrazione bahá’í, precursore dell’Ordine mondiale, come per esempio le elezioni delle Assemblee. Scrive a questo proposito (Saggi 466-7): «Le elezioni bahá’í, fatte in spirito di preghiera, corrispondono per il credente a quello che in altre religioni – come la cattolica – possono essere i sacramenti». Spiega che l’elezione della Casa Universale di Giustizia, fatta in un tempo sacro, la festività di Ri?ván (vedi p. 35, nota 7), e in uno spazio sacro, il Centro Mondiale Bahá’í, conferisce agli elettori una speciale carica interiore, è «una nuova forma di “Veni Creator Spiritus”» e la paragona all’elezione del Papa da parte del Conclave dei Cardinali «che insistono nel dire che è lo Spirito Santo che elegge, e non considerazioni umane». Prosegue dicendo:

gli eletti, dicono i Testi bahá’í, NON SONO RESPONSABILI VERSO GLI ELETTORI durante il tempo in cui rimangono in carica (tempo, come abbiamo visto, ben definito nei testi stessi). Ed è ovvio, perché non sono gli elettori che eleggono, ma essi non sono che uno strumento dello spirito Divino. È Dio che, per mezzo degli elettori, sceglie le persone che meglio possono servire la Causa. Impostazione, dunque, nettamente diversa da quella POLITICA di elezione.

Il misticismo bahá’í

Bausani spiega le differenze fra il misticismo nell’accezione comune e il misticismo bahá’í. Egli evidenzia innanzi tutto «l’at-teggiamento bahá’í piuttosto negativo verso la mistica intesa in senso troppo esoterico e personalista-individualista» (Saggi 103). Scrive (ivi 94) che gli insegnamenti bahá’í contengono

una sottile critica di quel sistema o di quei sistemi di misticismo religioso (tanto frequenti nei paesi orientali e così spesso causa di decadenza di quei popoli), che sostengono che méta suprema dell’uomo sia di ripiegarsi su se stesso, chiudendo gli occhi ad ogni realtà esteriore. Nelle parole di Bahá’u’lláh, troviamo un’interessante difesa dell’essoterismo e dell’attività contro la meditazione e l’annichilimento cui quasi tutte le religioni attribuiscono eccessiva importanza.

Bausani cita (ibidem) a questo proposito un passo di Bahá’u’lláh che egli stesso traduce in inglese dal testo originale (vedi Majmú‘iy-i-Alvá?-i-Mubárakih 345):

Spiega le ali spirituali e, rapido come la folgore, attraversa tutti i regni dello spirito. Apri bene la visione dei tuoi occhi e considera la grazia del mondo invisibile. Se getti fango nell’acqua, questo affonda, ma se vi deponi una rosa, quella vi galleggia come una corona: cioè ?áhir e baqá (esteriorità e permanenza) sono meglio di bá?in and faná’ (interiorità e annichilimento). In altre parole, il peso è ciò che fa affondare, pertanto devi liberarti dal peso dei possedimenti e, come una rosa, attraversare l’eternità nella tua forma corporea sfiorando la superficie dei dominî mondani.

La Fede bahá’í, scrive Bausani (Saggi 94), ci insegna che noi «dobbiamo attraversare l’eternità sfiorando le cose terrene, cioè dominandole e collocandole nella grande cornice invisibile di un Ordine indicato da Dio. Dobbiamo servircene, senza affondarvi». Fa inoltre notare (ivi 95) che

molto spesso le persone pseudoreligiose si illudono di immergersi in abissi spirituali inesplorati, ma in realtà non fanno altro che rimestare il subconscio e l’inconscio. Anche i grandi mistici, disse Bahá’u’lláh . . . scambiarono per Dio le loro fantasie poetiche. Solo Dio . . . parlando attraverso le Sue Manifestazioni può ispirare nell’uomo pensieri creativi, che producono azioni creative.

Bausani elenca specificamente alcune somiglianze e alcune differenze fondamentali fra il misticismo comunemente inteso e quello bahá’í. La Fede bahá’í è in sostanza una via mistica, ossia una via con le sue regole, seguendo le quali si conquista una realtà spirituale, ossia la santificazione. La prima differenza è che quelle regole non provengono da un maestro umano, ma dalla Manifestazione di Dio direttamente, un personaggio «di un rango qualitativamente diverso da quello degli altri uomini» (Bausani, «Bah?’?, Bah?’?smo» 220). La seconda differenza è che esse non prescrivono pratiche ascetiche, ma atti di tipo sociale, come riunirsi e consultarsi sui temi pratici relativi alle modalità per realizzare l’unità del genere umano. Come si è già detto, egli scrive a questo proposito (Saggi 466-7, vedi anche ivi 442):

Le elezioni bahá’í, fatte in spirito di preghiera, corrispondono per il credente a quello che in altre religioni – come la cattolica – possono essere i sacramenti. Esse si svolgono per tutte le assemblee in un tempo sacro, cioè nel periodo che va dal 21 aprile al 1° maggio [sic], periodo che per i Bahá’í è la «regina delle Feste» . . . Inoltre, per le elezioni della Casa di Giustizia anche il luogo è particolarmente sacro. Esse si svolgono infatti al Centro Mondiale della Fede . . . [Questi fatti] «caricano» gli elettori di una intensità interiore, sono una nuova forma di «Veni Creator Spiritus » . . . gli elettori . . . non sono che uno strumento dello spirito Divino. È Dio che, per mezzo degli elettori, sceglie le persone che meglio possono servire la Causa.

Scarcia esprime («Quattro incursioni» 488) le seguenti considerazioni sulle idee di Bausani quanto al misticismo:

Come sapere con certezza qual è la forma equa dei comportamenti etici, morali, giuridici, tanto più che l’idea dell’arbitrio assoluto divino anche in tema di giustizia è più ostica dell’idea di ali create per far volare e pinne create per far nuotare, quando potrebbe essere tranquillamente viceversa senza nessun turbamento per nessuna coscienza? È qui che il mistico insorge, e poi si piega al senso comune, e di comunità, solo perché si vuole umile. Bausani paragonava la cosa al servizio militare, che mi esortava a prestare, rendendomi in quel solo caso furibondo, perché, diceva: «fare per un anno una serie di cose assurde, prive di senso, stupidissime, è comunque una lezione utile».

Un’altra differenza è che la santificazione, concessa da Dio per Sua Grazia a chi si impegna di seguire la via da Lui prescritta, non consiste nell’acquisizione di straordinari poteri gnostici, ma nell’acquisizione di quelle doti che meglio consentono di realizzare i traguardi di santificazione della società, che sono considerati lo scopo supremo della rivelazione divina. Bausani osserva (Saggi 154-5) a questo proposito: «Il sociale è più alto in dignità che l’individualissima e profondissima Gnosi. Si tratta di una mistica che presuppone, sì, il distacco dal mondo e la purificazione assoluta dello spirito singolo . . . ma per reinserire poi i singoli così santificati nel mondo della società, per ricostruire e trasformare il mondo in un paradiso».

Bausani spiega la sua posizione personale di bahá’í nei confronti del misticismo in un articolo intitolato «Cuore, cervello, mistica, religione. Opinioni di un Bahá’í» pubblicato nel 1978 (vedi Saggi 174-82). In questo articolo egli dice di essere anche lui «a . . . [suo] modo un mistico» (ivi 178) e di avere «sempre un moto di sospetto e di insofferenza quando . . . [sente] con troppa facilità parlare di misticismo in questo nostro mondo, sia da persone che lo combattono senza sapere cos’è . . . sia da persone che credono di essere immerse in mistiche atmosfere spirituali» (ibidem). Ma è d’accordo con i primi, ogni qual volta essi combattano il misticismo inteso come spiritualismo, come conoscenza superstiziosa di verità spirituali, «pseudo-scienze spiritualistiche» (ivi 181), che nessuna mente umana limitata è in grado di conoscere. Il suo misticismo è ricerca di una «conoscenza verticale», che non può essere elaborata dagli esseri umani, ma solo elargita da Dio. Egli scrive che se un uomo vuole acquisire questo tipo di conoscenza, non deve seguire la via dell’ascetismo e della meditazione, con le sue regole fissate dall’uomo, ma deve «solo compiere un passo che potrebbe dire negativo, cioè quello di vuotare, purificare al massimo il cuore» (ibidem). Egli spiega (ivi 182) che la Fede bahá’í

non raccomanda affatto una sentimentalistica e istintiva adesione, ma una meditata e cosciente apertura, da una parte verso le scienze infinitamente perfettibili dell’uomo creatore di un glorioso futuro, dall’altra verso quella scienza verticale del cuore che è data solo dall’Alto e il cui frutto non è tanto la conoscenza discorsiva bensì l’azione, l’energia rinnovatrice divina.

Egli attribuisce questo significato a questo aforisma di Bahá’u’lláh: «O Figlio dello Spirito! Il Mio primo consiglio è questo: Abbi un cuore puro, gentile e radioso, affinché la tua possa essere una sovranità antica, imperitura, sempiterna» (Parole Celate, dall’arabo, n. 1).

Il linguaggio letterario degli Scritti bahá’í

Profondo conoscitore della parola, Bausani era un genio delle lingue e le imparò con una facilità estrema fino a parlarne più di trenta. Quando era adolescente ne inventò perfino una per gioco, che chiamò markusko. Era pertanto ben conscio del grande valore di questo strumento verbale che qualche antica Manifestazione di Dio ha insegnato al genere umano. Non è questa la sede per studiare i suoi scritti sulla parola e sul suo significato. A noi interessano solo quelli che possono aiutare a una migliore comprensione degli Scritti bahá’í, cioè i suoi commenti sul significato del linguaggio mistico della letteratura neo-persiana, usato negli Scritti bahá’í. Il capitolo dedicato ai «Motivi della lirica religiosa» in Persia religiosa (312-54) e quello dedicato a «Motivi e forme della poesia persiana» nella sua magistrale «Letteratura neopersiana» (138-81) sono utili per lo studio non solo della lirica persiana, ma anche degli Scritti sacri bahá’í in persiano e in arabo. Al linguaggio sacro delle scritture bahá’í egli dedica più specificamente tre articoli in italiano, pubblicati nel suo libro postumo Saggi sulla Fede bahá’í, «I testi sacri della religione bahá’í» (147-62), «Considerazioni su alcuni aspetti meno noti dello stile espressivo bahá’í» (162-73), versione italiana di «Some Aspects of the Bahá’í Expressive Syle (World Order XIII, 2, 36-43), e «Cuore, cervello, mistica, religione: Opinioni di un Bahá’í» (Saggi 174-82). Ci limiteremo solo ad alcune considerazioni generali.

Bausani menziona gli Scritti bahá’í nella sua «Letteratura neopersiana», nella quale dice che essi sono scritti in «bellissimo stile tradizionale» e loda gli scritti di ‘Abdu’l-Bahá per lo «stile alla Sa‘d?, semplice ed elegante allo stesso tempo» (538). Il linguaggio degli Scritti bahá’í arabi e persiani è alquanto insolito per noi occidentali. La migliore cultura classica non ci prepara alla loro lettura. Né i poeti greci, né quelli latini, né quelli europei, neppure Dante e i Fedeli d’amore o lo stesso Petrarca ci consentono di assaporare pienamente gli Scritti di Bahá’u’lláh, come quelli di Rúmí, ‘A??ár, Sa‘dí, ?áfi?. E pertanto quando ci si trova di fronte a quel linguaggio apparentemente fiorito, denso di simboli e di metafore, si può essere attratti sì, ma certo se ne resta anche sconcertati e talvolta fuorviati. Negli scritti che abbiamo or ora citato Bausani ci prende per mano e ci conduce attraverso questi territori orientali dove incontriamo magici paesaggi e quelli che egli chiama i cliché della mistica islamica: l’usignolo innamorato della rosa, il volto della bella coperto dai misteriosi riccioli neri, la taverna dove il viandante dimentica tutto nell’ebbrezza del vino, il bel coppiere che mesce vino generoso nei calici dei commensali mentre il menestrello d’amore trae dolci suoni dal suo liuto. Fra questi cliché figurano anche personaggi della storia religiosa: Abramo che scampa miracolosamente al fuoco di Nimrod e che uccide «quattro uccelli rapaci» per vederli poi risuscitati da Dio come uccelli di bontà, Giacobbe cieco per aver troppo pianto la lontananza del suo amato Giuseppe, Mosè che vien meno sul Sinai di fronte all’epifania del Signore. Vi sono anche figure mitiche, come Khi?r e gli amanti Laylí e Majnún, e animali fiabeschi, come il Símurgh e il leviatano. Bausani ci aiuta a districare il simbolismo di queste immagini poetiche e a capirne meglio il senso, per assaporarle nella loro sottile bellezza. Egli ci avverte (Saggi 151) che

La tradizione letteraria persiana classica in genere, e tanto più quella letterario-mistica, è nettamente antirealistica, simbolistica. Dice un famoso verso persiano … «è bene che i segreti degli Amanti siano narrati in discorsi di altre cose» [vedi Rúmí, Mathnaví I, 136], cioè non vanno espressi direttamente, ma velati da forme metaforiche. Ma le immagini simboliche che li velano sono non provenienti da questo mondo inteso nel senso di realismo moderno, bensì da altri mondi. Dice un verso di Mawláná Jalálu’d-Dín Rúmí …: «quelle immagini che affascinano le menti dei santi sono un riflesso delle belle dal volto di luna dei giardini di Dio» [vedi Rúmí, Mathnaví I, 72].

La figura letteraria è dunque usata nel mondo islamico solo perché è simbolo di una realtà spirituale assunta come «realtà», mentre la realtà descritta è vista come simbolo: l’una è l’archetipo, l’altra l’espressione terrena di un archetipo; l’una è Realtà, l’altra ombra proiettata sul piano materiale dell’esistenza. Nelle «Note» all’edizione italiana delle Sette Valli del 1967, che egli curò personalmente, scrisse che si giunge al punto di applicare «l’aggettivo “apparente”, “allegorico” a cose che secondo il pensare comune sono invece materiali e concrete. Così “amore apparente”, o “allegorico” è l’amore fra uomo e donna, mentre “amore vero” è l’amor di Dio: “patria apparente” è la terra e la vita fisica, “patria vera” il cielo ecc.» (41-2, nota 52).

Bausani però sostiene che questa chiave di lettura dev’essere modificata e completata quando ci si riferisca agli Scritti bahá’í. Egli fa notare infatti come il linguaggio sacro bahá’í sia, come ogni altro, «un linguaggio numinoso speciale», ossia frutto da un lato di una precedente tradizione letteraria – nella fattispecie la «forma dell’arabo e del persiano, usata nella Persia dell’epoca Qájár (sec. XIX)» – e dall’altro di una particolare «concezione del Sacro» (Saggi 150). Fa notare inoltre come tra il misticismo islamico e quello bahá’í esistano alcune differenze fondamentali che non possono non rispecchiarsi anche nel linguaggio. Secondo Bausani, il misticismo bahá’í «è preparazione a una rinnovata vita d’azione su questa terra» (ivi 155), ossia l’aspetto fondamentale del misticismo bahá’í è l’impiego delle energie spirituali che il mistico legame con l’Assoluto genera nei cuori nello sforzo di trasformare la realtà del mondo terreno in modo tale che questo rispecchi le qualità del mondo celeste, ossia per realizzare concretamente l’unità del genere umano nella società terrena. Pertanto le realtà del mondo fisico, scrive Bausani, mentre per il mistico islamico hanno valore solo in quanto simbolo di realtà trascendenti, per il mistico bahá’í invece «diventano … valide di nuovo, come trasparenti di assoluto» (ibidem) in se stesse. Ne scaturisce, prosegue, «un realismo diverso sia da quello moderno puramente materialistico sia dalla negazione del realismo, propria del simbolismo tradizionale. E questo si rispecchia anche nell’espressione stilistica» (ibidem).

In base a queste considerazioni Bausani suggerisce che i testi allegorici bahá’í possano essere letti a «tre livelli di interpretazione: . . . livello realistico . . . livello mistico/simbolico . . . livello bahá’í, cioè simbolico/realistico», nel quale l’allegoria «ri-significa anche cose terrene» (Saggi 155). Per chiarire il concetto egli fa alcuni esempi (ivi 155-6):

Per un Bahá’í una frase come «gli angeli si aggirano attorno al trono di Dio» che si trova varie volte, ri-significa anche cose terrene, cioè: «i Bahá’í fanno il pellegrinaggio ai luoghi santi di Haifa e di ‘Akká» . . . Ancora un esempio: «La colomba dell’eternità canta sui rami dell’albero di ?úbá (il nome di un albero mistico/mitico del paradiso musulmano tradizionale) è passibile di tre livelli di interpretazione: a) il livello realistico: in un bel giardino su un albero verdeggiante tanto bello che sembra l’albero di ?úbá una colomba tuba in modo meraviglioso; b) il livello mistico/simbolico: nei giardini del paradiso, fuori di questo basso mondo, i santi e i beati cantano le lodi di Dio; c) il livello bahá’í, cioè simbolico/realistico: Bahá’u’lláh nell’aprile del 1863 proclama il Suo nuovo messaggio, inserendo nel mondo uno spirito che lo ricreerà e lo riplasmerà in forme unitarie anche visibili, rivelando la sua parola in una precisa località geografica (qui = Baghdad). Cioè, resta la concretezza spaziale/temporale, ma si fa traslucida di eternità. E questo «farsi traslucido di eternità» significa infondere nelle cose reali una energia sacra, rinnovatrice, irresistibile.

Bausani inoltre incomincia a spiegare i significati di alcuni termini arabi e persiani usati negli Scritti bahá’í, come nafs, abitualmente tradotto «anima», rú?, di solito tradotto «spirito», la parola araba qalb, e l’equivalente persiano, dil, in genere tradotti «cuore».

Quanto a nafs e rú?, spiega che sarebbe meglio dimenticare i significati usualmente attribuiti a queste parole nelle lingue occidentali. Egli dice che i due termini potrebbero essere meglio compresi facendo riferimento a due parole del greco antico, come erano usate e spiegate da san Paolo (vedi Saggi 177-8). La prima è ????, psuch?, «il solo principio animale senziente, distinto pertanto da una parte dal . . . [pn?uma], che è l’anima razionale e immortale, e dall’altra dallo . . . [z??], che è mera vitalità, anche vegetale» (Strong, «A Concise Dictionary» 79, n. 5590). La seconda è ??????, pn?uma, «l’anima razionale» (ivi 58, n. 4151). Questi due termini si trovano per esempio in questo passo di una lettera di san Paolo: «Se c’è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale, poiché sta scritto che il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente (psuch?), ma l’ultimo Adamo divenne spirito (pn?uma) datore di vita» (I Corinzi XV, 44-5).

Quanto alla parola «cuore» (qalb e dil), egli scrive (Saggi 180) che negli Scritti bahá’í il «cuore» «è strumento di saggezza superiore (non di sentimento)» e sede di una «conoscenza intuitiva dall’alto» (ivi 178). Questa conoscenza «è una conoscenza non scientifica e non creata dall’uomo . . . dono dello “spirito della fede” o “spirito santo”» (ivi 179). Egli spiega che questa conoscenza non può essere conseguita «senza la rivelazione divina» (ivi 178) e la descrive con la parola araba e persiana ma‘rifat, che suggerisce di tradurre «gnosi» (ivi 176). Bausani chiama questa conoscenza «verticale» (ivi 178), mentre definisce la conoscenza scientifica conoscenza «orizzontale» (ivi 179) e scrive che la sede di quest’ultima è il «cervello». In questo contesto egli spiega inoltre che l’insegnamento bahá’í dell’armonia fra scienza e religione non corrisponde a una «armonia fra “cervello” e “cuore” in senso tradizionale» (ibidem). Vede invece questa armonia come l’unità fra «Mens [mente] e Pectus [petto]», descritta nel famoso inno ambrosiano attribuito a Rabano Mauro (776-856), abate di Fulda e arcivescovo di Mainz: «Veni Creator Spiritus, / mentes tuorum visita, / imple superna gratia / quae tu creasti pecora [Vieni o Spirito creatore, / visita le nostre menti, / riempi della tua grazia / i cuori che hai creato]» (ivi 179). Poi aggiunge (ibidem):

Ma la conoscenza del cuore (la gnosi, ma‘rifat) non interferisce in nessun modo con la conoscenza del cervello, il quale ultimo, se pretende conoscenze gnostiche cade in assurde superstizioni, mentre se il cuore, degradatosi, si intromette nelle conoscenze del cervello non produce altro che fanatismi ideologici, intralcio alla vera scienza.

Una discussione più profonda di questo tema esula dal nostro intento. La diretta lettura dei testi di Bausani permetterà ai lettori interessati di conoscere più estesamente le sue idee.

Un’eccezionale personalità

La sua fama internazionale di studioso è indiscussa. Ma i suoi amici, i suoi colleghi e i suoi ammiratori sono tutti unanimi nel riconoscere anche la sua «eccezionale personalità» (Gabrieli, «Profilo» IX). Coloro che sono interessati a lui come studioso lo esaltano come un uomo enciclopedico e poliedrico, di «un enciclopedismo così sconvolgente da far disperare qualunque enciclopedista sistematico, cautamente aggrappato al sano ordine dello scibile» (Minissi, in «Testimonianze» XXXII), «un “mostro sacro” dell’orientalistica . . . studioso geniale e di grido . . . linguista . . . esegeta polimorfo e affermato . . . [i cui] interessi scientifici . . . spaziavano in vasti campi del sapere vicino-orientale, coranico, arabo, turco, persiano, Zoroastriano, urdu, ecc.» (Cagni, «Ricordo» XV), «l’ultimo dei giganti dell’orientalistica italiana» (Garbini, in «Testimonianze» XXVII), un «personaggio di Borges, proditoriamente rinchiusosi nella Biblioteca di Babele» («A. Bausani» 2), eccetera. Noi che abbiamo voluto seguire le vie della sua esperienza religiosa cercheremo invece le tracce della sua «grande ricchezza interiore» (Di Nola, in «Testimonianze» XX), della «sua scelta esistenzialmente valida, mai seppellita nell’aridità vuota della mera erudizione» (Di Nola, in «Testimonianze» XXI), della sua «bontà» con la quale, oltre che con la sua «dottrina», egli «seppe avvincere a sé» amici e scolari (Gabrieli, «Indagine» 3), della sua umanità e di altre sue doti per le quali, per esempio, l’orientalista Pio Filippani-Ronconi, traduttore del canone buddhista e suo amico sin dagli anni dell’università, scrive che «egli ha discorso, scritto e pensato per tutta una vita» della Luce e che «era uno Gnostico che tendeva all’ordine e alla chiarezza, che il suo spirito matematico ed astratto possedeva in sommo grado» e che della Gnosi, «almeno nel campo iranico ed islamico, Egli deteneva le chiavi» («Identità» 175). Cercheremo le tracce di questi aspetti della sua personalità andando a rileggere le parole che molti dei suoi numerosi amici e ammiratori hanno detto e scritto di lui, soprattutto dopo la sua morte, e il sottocapitolo intitolato «La personalità», della già menzionata tesi di laurea in storia di Laura Marcheschi (29-36), tanto più preziosa in quanto è stata realizzata con la collaborazione della signora Bausani, che «ha raccontato gli episodi più rilevanti e curiosi della vita del marito . . . e insieme a Marisa, sorella di Bausani, ha letto tutti e tre i capitoli e controllato l’esattezza di ogni informazione» (ivi 8). Lo faremo anche riandando con la memoria a quei nove anni di lavoro, dal 1975 al 1984, nell’Assemblea Spirituale Nazionale dei Bahá’í d’Italia che chi scrive ha condiviso con lui, godendo anche del privilegio di usufruire dell’ospitalità della sua casa il sabato sera nel corso di ogni seduta.

I principali tratti della personalità di Bausani che emergono da queste fonti sono la curiosità e l’amore della ricerca, l’umanità e la gentilezza, la modestia, lo humor, la gioia e la sensibilità alla bellezza.

La curiosità e l’amore della ricerca

La curiosità, cui si è già accennato, sembra essere uno dei tratti più caratteristici della sua personalità, perché moltissimi di coloro che hanno scritto di lui ne hanno parlato. Di Nola la definisce «leonardesca» e scrive che quella sua «sete non interrotta di sapere con la sua scelta esistenzialmente valida, mai seppellita nell’aridità vuota della mera erudizione» (in «Testimonianze» XXI) lo spingeva a «conoscere, a comprendere, a penetrare gli orizzonti innumeri delle culture, anche le più distanti e celate in una geografia dell’ignoto, e non in una prospettiva di pura curiosità, tutta intellettuale, di mera analisi scientificamente mentale, deprivata di vitalità e partecipazione» (ivi XIX). Scarcia («Quattro incursioni» 492) ne approfondisce l’aspetto umano e gioioso:

curiosità tutta intellettuale però priva della freddezza che abitualmente accompagna tale aggettivo, una curiosità tutta umanistica, a tratti gaia, quasi rabelesiana ma con meno rudezza, forse d’altri secoli: una curiosità cognitiva che non era mai ansia del conoscere, ma desiderio e piacere – piacere suo e di chi all’ombra del suo cipresso trovava riparo (e delizia); . . . Una curiosità intesa come avventura umana, e che diventa apolide, ancor più che cosmopolita, nel momento in cui s’incontra felicemente con l’altra grande componente: la negazione dei confini. Curiosità genuina, di bambino, che lo moveva esclusivamente là dove era mossa.

Nei cenni biografici pubblicati in Saggi sulla Fede bahá’í, tratti dal discorso funebre pronunciato da Giovanni Pappalettera, per molti anni coeditore assieme a Bausani della rivista Opinioni bahá’í, leggiamo che egli era dotato di una «curiosità genuina che combinata ai talenti di cui era dotato gli consentiva di approfondire tutti i rami della conoscenza a cui si dedicava. Era cioè dotato di quell’intuizione ragionata comunemente indicata come genio» («Alessandro Bausani: una breve biografia» 11). Laura Marcheschi riferisce (30-1) che secondo la signora Bausani

alla base di tutta la sua inesauribile passione di ricercatore c’era un segreto: l’amore per Dio, nutrito nella preghiera e nella meditazione . . . per Bausani studiare tutti gli aspetti della realtà, che egli considerava un dono divino, era un modo per amare Dio e per ringraziarlo di ciò che si è ricevuto e di conseguenza ricerca scientifica e religiosa hanno sempre costituito due elementi della sua vita collegati e complementari, a cui egli si dedicava con un’attitudine gioiosa che non è mai diminuita nel tempo.

Questa sua grande curiosità lo spinse a studiare molti temi, fino a diventare il dotto enciclopedico che era quando concluse il suo percorso terreno. Come scrisse lui stesso: «Per me la conoscenza di cose, la quantità di informazioni, insomma quello che si chiama ora con disprezzo “nozionismo” è, sì, rovinoso per i cretini, ma è un elemento essenziale della cultura» (Lingue inventate 8).

Oltre a conoscere con tanta profondità il persiano, l’arabo e l’urdu, conosceva bene oltre trenta lingue. Ma non le conosceva solo da filologo. Conosceva anche le culture dei popoli che le parlavano, in particolare le loro religioni. Il suo inedito dizionario figiano non trasmette, secondo Di Nola, solo il dato linguistico. Fa conoscere anche la «condizione umana che è dietro i fonemi . . . la condizione dell’uomo figiano, che gli si presenta nel suo irenismo culturale, nel suo sorriso, contrapposto alla taciturna tristezza della città in cui vive, alle malinconie esistenziali che ci accompagnano» (in «Testimonianze» XIX). Era interessato alla geografia, all’astronomia, all’antica astrologia araba e alla matematica superiore. E incoraggiava chiunque mostrasse interesse per qualcosa che valesse la pena studiare.

Adriano Valerio Rossi, esperto di studi biblici e assiriologici, ricorda a questo proposito «la sua allegra e quasi giocosa disponibilità nei confronti dei giovani attivi nei più disparati domini» («Su Alessandro Bausani» XIII). Moscati ricorda che egli «esercitava un fascino senza pari sugli allievi, che gli si riunivano intorno come in un cenacolo, facendolo assomigliare più a un maestro dell’antica Grecia, o meglio ancora a un maestro di quel suo caro Islam periferico, che non a uno del nostro tempo» («In memoria» 199). E infatti egli ebbe molti allievi, molti dei quali sono diventati a loro volta famosi nel proprio ambito. «Gli allievi che gli erano più vicini», scrive l’orientalista Filippani-Ronconi, lo chiamavano affettuosamente il Bau (in «Testimonianze» XXIII). Fra tutti questi però egli ne considerava uno, Gianroberto Scarcia, «il più originale e stimolante» (Rossi, «Su Alessandro Bausani» XI), «l’unico suo vero discepolo» e lo «ripeteva sorridendo, divertito dal fatto che avrebbe scatenato tempeste di implacabili gelosie nel roveto ardente dei suoi allievi» (Scerrato, in «Testimonianze» XXXVI). Egli dovette certamente incoraggiare la ricerca anche dei suoi colleghi, se uno studioso del calibro dell’indologo Raniero Gnoli scrive: «Alessandro Bausani, per ragioni egoistiche (ma ovviamente non solo per quelle) è uno degli amici di cui più rimpiango la morte e ogni volta che mi trovo davanti ad un problema specialmente difficile mi dico: se ci fosse ancora Bausani!» (La scuola orientale). E un altro grande studioso italiano, Filippani-Ronconi, scrive nella stessa vena all’inizio del suo saggio dedicato a Bausani nel decennale della scomparsa: «Per restare in qualche modo suo “scolaro” non gli dedico un saggio della disciplina in cui sono “professore”, bensì questo scritto che verte sulla disciplina islamistica che Egli insegnò, dolente del fatto che Egli non sia costà a correggermi ed inspirarmi nel Giusto e nel Vero che Egli ha ormai raggiunto» («Identità» 176). Questo importante ruolo gli è riconosciuto da Rossi, il quale afferma che molti studiosi sono «in forme diverse debitori verso di Lui sia quale precursore geniale, sia quale promotore dell’organizzazione di studi orientali» («Su Alessandro Bausani» V).

La sua curiosità lo spinse ad approfittare della propria professione per viaggiare. Girò quasi tutto il mondo tanto da apparire agli occhi dei suoi colleghi «un moderno ulissìde» (Gabrielli, «Profilo» XI). Dovunque andasse «si metteva rapidamente in contatto col mezzo linguistico, si iniziava al costume, alla politica, al folclore» (ibidem). Era curioso perfino dei cibi e non capiva coloro che davanti «a un cibo strano che non siano i soliti spaghetti o il solito arrosto», si rifiutano «persino di assaggiarlo, perché “non è per noi”» (Saggi 105). Si divertiva pertanto a scandalizzare gli amici più schizzinosi raccontando divertenti aneddoti sui cibi strani che aveva assaggiato nelle varie parti del mondo.

Roma, Eur, Museo delle Arti e Tradizioni Popolari, 1963. Con l’arunta Fred Murray, la moglie Elsa e un’amica.

L’umanità e la gentilezza

Il Corpo continentale dei Consiglieri in Europa lo descrive come «un’anima molto amorevole e pura» e lo loda «non solo . . . per l’alto livello della sua dottrina, ma anche per le sue maniere gentili» («Lettera»). Di Nola ne ricorda la «profonda umanità, il suo ricercare il volto dell’uomo e la misura degli universali destini della creatura nei sentieri percorsi, per decenni attraverso i testi» (in «Testimonianze» XIX). Nullo Minissi, esperto di filologia slava, osserva che tutti i suoi studi sono «indagini dimensionali dell’uomo di oggi e si compendiano nella visione storica della religiosità, culmine delle sue ricerche e oggetto preferito della sua speculazione» (in «Testimonianze» XXXII). E padre Poggi lo commemora nel 1992 scrivendo che «in un angolo tranquillo del cielo, seppur potremo distrarci dalla visione di Dio, vorrei continuare il colloquio con lui, per dirgli anch’io il mio grazie della sua coerente testimonianza religiosa» (Poggi, «Preti a colloquio» 208). Queste osservazioni mettono in evidenza la vera origine dell’umanità di Bausani, la sua religiosità e il suo interesse per la religione, intesa come suprema lezione di vita, spinta verso l’unità del genere umano, un’unità nella quale si sia finalmente capaci di «dare alla parola “noi” un senso più ampio, un senso planetario» (Bausani, Saggi 79).

Lionello Panciotti, esperto di Filologia cinese, ne descrive la capacità di far sì che «anche in disaccordo con lui, non ci si potesse arrabbiare», perché «il suo modo di argomentare era disarmante per l’interlocutore» (in «Ricordando» XXX). Bausani citava spesso (vedi Saggi, 262) le seguenti parole di ‘Abdu’l-Bahá: «la lite è sempre causa di “privazione”, perfino se è fatta col Demonio» e «non è lecito l’odio nemmeno verso Satana» (Antologia 259). Questo suo atteggiamento pacificatore faceva parte anche della sua visione del comportamento politico, ampiamente confermata dalla Fede bahá’í. In una discussione politica, scrive Bausani, un bahá’í

non si porrebbe . . . in posizione antagonistica, contestataria, di lotta (anche se solo verbalmente) violenta . . . Anche se difficile, anche se talora apparentemente così poco vistoso, un tale contegno è molto più efficace di quello di chi, lottando con odio contro ciò che considera male, non fa che rendere sempre più profondo e virulento l’errore che pur vuole combattere, aumentando le reazioni di violenza, in un circolo vizioso, all’infinito. (Saggi 217-8)

Scarcia scrive, che Bausani era «lo Šay?, l’Anziano, il Maestro» e menziona la «sua serena diversità, e normalissima originalità e socialissima individualità» («Quattro incursioni» 486). Osserva inoltre che «essere al mondo, per Bausani, significava essere partecipe della pluralità del mondo, stare perfettamente a proprio agio nella confusione del mondo dopo la hybris di una scalata al cielo» (ivi 493). Il suo amico di giochi Roberto Vacca ricorda che egli era «aperto ad assorbire ogni vento di cultura, professionalmente ineccepibile, accademicamente perfetto ma non parruccone, spiritoso e brillante nelle esposizioni, sensibile alle espressioni e ai pensieri dei semplici e degli umili» («Lettera»). Infine Cagni fa notare che egli coniugò «magistralmente il culto della scienza e l’assidua ricerca dei valori umani» («Ricordo» XVI).

A conferma della sua umanità e della sua volontà di essere in pace con tutti, Moscati che fu suo amico di gioventù e compagno di studi, racconta che durante un dibattito burocratico su questioni organizzative e gestionali dell’Università si era trovato nello schieramento opposto a quello sostenuto da Bausani. Moscati scrive che in quell’occasione accadde

un fatto che non cessa di stupirmi, e che mi resta confitto nella memoria. Mentre si agitava il dibattito, Bausani mi scrisse una lettera a mano, nella quale ricordava i nostri anni studenteschi e in specie i giorni in cui era stato ospite nella mia casa modesta, e mia madre vedova gli aveva offerto, con l’augurio di un avvenire migliore, dei poveri dolci di guerra. Quello, mi scrisse, era importante, non questo. E io ancora sento viva la lezione, anzi vorrei trasmetterla alle generazioni venute dopo di noi. (In memoria 198)

La modestia
Gabrielli osserva («Profilo» XI) che la sua

modestia e contentezza del poco si configuravano talora in atteggiamento antinomistico, quasi da musulmano derviscio; un adepto della Mal?mat?ya, una confraternita sufica che ricorda per certi aspetti il greco Cinismo, si definiva talora scherzando egli stesso. Dei beni della vita, egli aveva in realtà saputo trascegliere e far sua la parte migliore.

La ricchezza interiore che gli proveniva dal suo profondo amore per Dio traspariva sicuramente dalla sua simpatia per gli esseri umani e dalla sua affabilità. Ma quanto ai suoi istanti segreti con Lui, egli sembrò sempre nasconderli gelosamente, proprio come facevano i malámatí, dietro la sua distaccata ironia verso se stesso. Uno spiraglio su questi ricchissimi paesaggi interiori si apre solo nelle sue poesie, che tuttavia smise di scrivere già nel 1955 e che, essendo inedite, restano sconosciute al pubblico. Ne possiamo offrire solo due esempi che risalgono all’11 maggio 1948 e all’8 luglio 1948 rispettivamente:

Non ho da offrirti che un vassoio
dorato di viscide colpe.
Ti inseguo ansioso su tutte le strade
e sempre sento davanti al mio volto
l’alitare delle tue vesti ventose.
E sempre ti fai più lontano
anche se mi sembra talvolta
che sei tornato sui tuoi passi a spiarmi
dietro qualche angolo di strada
quando cala la notte.
Inno di nichilisti
Concedici, o Signore,
non più piano pianto
ma luccichii di rugiada
sul nostro stelo.
Concedici, signore,
che il nostro lungo grido
si faccia tenue soffio
di vento sulle cime.
E infine non temere di donarci

che i nostri aguzzi pensieri lascino di trafiggerci com’aghi

siano piccole pallide luci
ma a gara fa che brucino
fa che s’accostino
fa che s’abbranchino
a questa spenta fiaccola del mondo.
Risorga ardente
vivida vampa
E che prima che tutta si consumi
possiamo scorgere il tuo volto
Signore
oltre le alitanti pieghe d’umida ombra……

La sua modestia era evidente anche nel suo modo di parlare, sempre ispirato alla lingua di tutti i giorni, pur nel rigore delle argomentazioni. Non amava usare il linguaggio dei dotti. Amava invece mettere gli alti temi che lo appassionavano alla portata dei suoi interlocutori. Per lui, osserva Minissi, «scrivere è discorrere, dialogare con un vasto pubblico per proporre a chiunque problemi essenziali in forma che li possa seguire» (in «Testimonianze» XXXIII). La signora Bausani raccontava spesso un episodio di cui era stata testimone a Palermo negli anni ’70. Bausani doveva presentare al pubblico una poesia mistica della poetessa persiana bábí Táhirih. La poesia, Gar bi-tu uftad-am (se mai m’accadrà di scorgerti), già menzionata in questo scritto, è estremamente raffinata, quasi esoterica nel suo linguaggio sufi. È un canto d’amore, nel quale la metafora dell’amore terrestre allude attraverso immagini realistiche all’amore di Dio. In quella circostanza, Bausani

per fare un esempio facilmente comprensibile di trasposizione di amore terreno in amore divino, chiese agli ascoltatori di interpretare in modo mistico una nota canzone napoletana e si mise a cantare: «Chiù lontano me stai, chiù vicino te siento».20 II pubblico reagì dapprima con stupore, poi con entusiasmo e alla fine della conferenza, quando Bausani si era già seduto accanto alla moglie, una ragazza con gli occhi pieni di lacrime andò ad offrirgli una rosa. (Marcheschi 35)

Forse per questo Ceronetti non riesce ad apprezzare la sua famosissima traduzione del Corano, che invece l’Accademia Nazionale dei Lincei considera «stilisticamente superiore alle altre analoghe fatte prima e poi», (Rendiconti) e che agli occhi di Gabrieli «univa alla precisione filologica una rara scorrevolezza ed eleganza» («Indagine» 3), e afferma che Bausani «scriveva piuttosto male, come tutti i grandi dotti italiani, che scrivono sciatto e peggio traducono, dalle lingue che perfettamente conoscono» («Il gatto di Mimy» 3). Del resto Bausani stesso accennò a un suo «abituale stile un po’ faticoso e contorto» (Le lingue inventate 7). Chi scrive invece ricorda con gratitudine che Bausani lo orientò nelle sue traduzioni degli Scritti bahá’i dall’inglese all’italiano verso uno stile sobrio e conciso, facendolo a poco a poco allontanare dall’ampollosità che spesso i traduttori inesperti confondono con l’eleganza.

Le persone che lo conobbero pensarono sempre che egli fosse «alla mano». Heshmat Moayyad, professore di lingue e civiltà del Vicino oriente all’Università di Chicago, che ebbe il privilegio di «molti anni di vicinanza e di amicizia con Bausani» e che alla fine degli anni ’60 fu da lui chiamato a insegnare iranistica all’Istituto Orientale di Napoli, scrive («Alessandro Bausani» 169):

Malgrado questa immensa dotta produzione, Bausani era una persona tranquilla, disponibile, umile e alla mano. Nel suo comportamento non c’era traccia di boria o di pomposità. Il suo senso dell’umore, apertamente e schiettamente mostrato dappertutto e con tutti, la diceva lunga dei suoi sentimenti e delle sue opinioni . . . la sua nonchalance tanto con le persone di rango quanto con gli umili faceva tenerezza . . . molti lo trovavano affabile e affascinante.

Pertanto ebbe amici di tutti i ranghi. Oltre a godere dell’amicizia e della stima della maggior parte dei suoi esimi colleghi, egli godette anche della sincera e disinteressata amicizia di altri personaggi di alto rango. Mohammad Zia-ul-Haq (1924-1988), presidente della repubblica islamica del Pakistan dal 1977 alla sua morte in un incidente aereo nel 1988, lo ricorda non solo come famoso studioso, ma anche come «sincero amico del Pakistan» («Lettera»)21 e Muhammad Khan Junejo (1932-1993), primo ministro pakistano dal 1985 al 1988, lo ricorda non solo come rinomato studioso, ma anche come «buon amico» («Lettera»). Ma fu anche molto amico di Fred Murray (1884-1963) un aborigeno australiano arunta,22 diventato bahá’i nel 1955. L’antropologo Tullio Tentori (1920-2002) così ricorda questa amicizia:

me lo vidi arrivare . . . un giorno al museo delle Arti e Tradizioni Popolari – che avevo da un anno allestito all’EUR – in compagnia di Elsa e di uno strano signore barbuto che parlava una lingua a me sconosciuta. Era un Arunta appena sbarcato in Europa o, direi più precisamente, catapultato in Italia direttamente dall’interno dell’Australia, ove nella sua tribù faceva l’allevatore di cavalli. L’esperienza era per il buon Arunta traumatizzante. Rifiutava di dormire solo in una camera d’albergo, diffidava di tutto, dai servizi igienici al cibo. Per quanto concerne questo, ricordo che non mangiava un pesce senza aver chiesto come era stato ucciso. Perciò Sandro pensò di portarmelo in Museo per vedere le sue reazioni e favorire un dialogo interculturale. Ma non mancarono le difficoltà. Come spiegare al buon Arunta cosa erano, ad esempio, le bandiere del Palio di Siena? La fantasia non mancò né a Sandro né ad Elsa. Quelle bandiere divennero nella loro spiegazione emblemi totemici e, proprio per questa via, 1’Arunta stabilì una connessione fra lui e noi, tra la sua e la nostra cultura.

Chi scrive ricorda che in casa di Bausani era esposta una fotografia che li ritraeva sorridenti assieme, il «mostro sacro» dell’orientalismo italiano e l’allevatore di cavalli arunta. Era anche questo un suo modo per dimostrare nei fatti la sua fede nell’unità del genere umano.

La sua modestia e il suo amore per i semplici furono evidenti perfino nella scelta del cane di casa. Non prese un cane di razza, ma adottò un bastardino, Pupino, che si era accodato a lui e a sua moglie un giorno mentre stavano facendo una passeggiata. Quel cucciolo smarrito, un po’ invadente e non proprio bellissimo, lo intenerì e se lo portò a casa, dove lo tenne per oltre diciotto anni.

La sua non era tuttavia «falsa modestia». Umberto Scerrato, esperto di storia dell’arte musulmana e suo sincero amico, lo descrive «tranquillamente sereno che il suo buon Dio provvidenzialmente lo avesse ben equipaggiato: certi riconoscimenti certo non li ricercava, semplicemente se li aspettava e con grazia disinvolta li accettava, prediligendo in ogni caso con affettata civetteria più gli onori che gli oneri» (in «Testimonianze» XXXVI)

Lo humour

Nella nota introduttiva della Bisaccia dello Sheikh, un dotto omaggio accademico a Bausani in occasione del suo sessantesimo compleanno, l’editore scrive: «Bausani . . . dissipa l’eventuale tristezza dello stato d’animo di chi lo frequenta, e molto mi ha commosso, giorni fa, sentirmi dire da un allievo la stessa cosa . . . Bausani è la sintesi a priori tra l’emozione e la scienza, tra il diletto e lo scrupolo» (citato in «Alessandro Bausani» 9). Scarcia, che fu certamente molto vicino al suo grande maestro, non lo definisce solo Shaykh, ma anche un «bambino che gira con il suo sorrisetto per templi e moschee, sinagoghe e mašriq al-a?k?rs, 23 confondendo i dottori: fanciullo sapiente, il nostro straordinario e irripetibile k?dak-i d?n?» («Quattro incursioni» 492). Questo tratto fanciullesco ha colpito anche Di Nola che lo descrive come «un’anima bambina» che si compiace «della inesausta remota fanciullezza che il correre degli anni non aveva cancellato» (in «Testimonianze» XIX).

L’assiriologo e biblista Padre Luigi Cagni (1929-1998) lo definisce «una persona amabile, lepida e faceta, bonariamente critica dei difetti altrui: non meno uomo che studioso, aperto ad ogni curiosità e ad ogni tema di gioia della vita» e lo ricorda «con quella voce quasi da falsetto e sempre arguta . . . come avvolto in un’aureola e come fuori dal tempo . . . Gli faceva da appoggio il famoso bastone che profumava di sandalo e del quale andava fiero. Conversava, da quel grande conversatore che era, di cose piacevoli e argute ad un tempo, non disdegnando qualche bonario pettegolezzo» («Ricordo» XV-VI). Filippani-Ronconi lo descrive «allegro e scanzonato, capace di guardarsi e, dall’alto della sua superiorità, ridere di se stesso» (in «Testimonianze» XXIV), ne rievoca il «carattere candido, sì, ma anche sornione e “pigliaingiro”» (ivi XXIII) e lo riconosce come «l’unico Maestro che abbia conosciuto in cui un’ironica vena di scetticismo fosse intrecciata ad un aureo filo di amore e di comprensione che gli permetteva in spiritu di raddrizzare gli errori altrui» («Identità» 175-6). Giovanni Garbini, esperto in linguistica camito-semitica comparata e filologia veterotestamentaria, ne rievoca le battute salaci, lo «sguardo vivissimo e amabilmente ironico» (in «Testimonianze» XXV) e «il tono scanzonato, quasi a voler celare la profonda serietà e la passione con cui compiva il suo lavoro» (ivi XXVII). Panciotti ne descrive la «figura sempre pronta a sorridere o ad ironizzare su fatti o persone» (in «Testimonianze» XXX). Moscati accenna al suo «approccio scherzoso, originale, a volte paradossale» («In memoria» 199). Secondo sua moglie, lo humor di Bausani scaturiva dalla sua convinzione che ogni cosa è nulla e solo Dio ha un valore e un significato. Meglio dunque assumere un ironico ma affettuoso atteggiamento di distacco da tutti, compreso se stesso, visto che di quei tutti si è profondamente consapevoli di condividere la nullità. In questo senso nella breve biografia pubblicata nella sezione «In Memoriam» di Bahá’í World (XX, 896), adattata da un articolo di Pappalettera, leggiamo:

Alessandro era molto cordiale e si interessava molto degli altri. Amava ripetere che per ogni cosa occorre uno sforzo consapevole. La sua costante ricerca del sapere lo portò a credere che tutti, compresi quelli che potrebbero essere considerati i più importanti, sono nulla in confronto con l’assoluto. Diceva che la potenzialità delle persone di acquisire valore si sviluppa solo nella misura in cui esse seguono la Manifestazione di Dio.

La sua ironia era dipinta nel suo volto, soprattutto nel sorriso. Minissi ricorda quel sorriso «sereno, appena malizioso, gentile, incorniciato dalla barba inquieta che di anno in anno si filava di bianco, e acceso dagli occhi brillanti» (in «Testimonianze» XXXI) e la lettera di accompagnamento a La bisaccia dello Sheikh (citata in «Alessandro Bausani» 9) lo definisce «leggermente divertito e canzonatorio». Chi scrive ricorda che un’amica che aveva portato a una sua conferenza a Bologna agli inizi degli anni ’60 lo definì enigmatico e sereno come quelle di un’antica statua etrusca.

La gioia

La signora Bausani soleva parlare con gli amici delle occasioni in cui aveva visto il marito particolarmente felice. Lei stessa ha detto a Laura Marcheschi che vide il marito molto felice

quando nell’appartamento del nonno paterno a Porto Santo Stefano all’Argentario, scomodo, senz’acqua e senza luce, traduceva il Corano con una macchina da scrivere appoggiata su un comò, e ammirava e lodava la bellezza e la poeticità della lingua in cui è stato scritto . . . quando traduceva Le sette valli e le quattro valli di Bahá’u’lláh, o quando leggeva altri scritti bahá’í e coinvolgeva anche Elsa nella comprensione dell’unità dei Messaggeri di Dio e della progressività religiosa. (31, 33)

La sensibilità alla bellezza

Questa sua dote, di cui la signora Bausani parlava spesso, era evidente nei suoi gusti. Amava la bellezza nella natura e nell’arte. L’amore per la bellezza nella natura si traduceva nel suo interesse per piante e fiori, che non si limitava ad ammirare, ma cercava anche sempre di classificare andando a consultare trattati scientifici. Altrettanto faceva con gli organismi marini, che amava osservare facendo lo snorkeling sotto «una “satanica” e romita scogliera di Santo Stefano dell’Argentario» (Scerrato, in «Testimonianze» XXV), sulla quale si trovava la casa del nonno, legata all’infanzia di Bausani e alle sue successive vacanze estive di adulto. Scerrato ricorda che un giorno in quella casa sull’Argentario

il passaggio di un uccello, che ci sembrò un fenicottero rosa, ci fece tornare in mente quel passo del Babur Name24 dove l’avventuroso conquistatore turco delle pianure dell’Indo e del Gange dispiega la sua costante e sensibile osservazione della natura, narrando con tocchi lirici lo spettacolo indimenticabile degli immensi stormi di fenicotteri rosa che volavano sulle immote distese d’acqua azzurra dell’Ab-i Istada in Afghanistan. (ibidem)

Un ricordo nel quale l’amore per la bellezza della natura e dell’arte si fondono in armonioso godimento. E anche quel suo piccolo, ma efficiente telescopio sistemato nella grande terrazza del suo appartamento in Via Filippo De Grenet 91, in un quartiere residenziale molto periferico di Roma, che negli anni ’70 e inizi ’80 non era ancora circondato da appartamenti come ora, gli serviva ad osservare, e a mostrare ad altri, le bellezze del firmamento stellato, come gli anelli di Saturno per esempio, che chi scrive vide per la prima volta, come sicuramente altri fortunati, grazie al suo affettuoso interesse.

Quanto all’arte, il suo amore era rivolto ovviamente verso la letteratura, ma gli piacevano molto anche l’architettura e la musica, e dei musicisti occidentali amava soprattutto il grande Bach e la sua Passione secondo Matteo. La signora Bausani racconta che amava i concerti di musica classica indiana e che «quando venivano cantate poesie mistiche, a lui particolarmente gradite, le traduceva alla moglie con grande emozione» (Marcheschi 33). Ma pur essendo così sensibile alla bellezza e all’umanità, «non amava i facili entusiasmi, specialmente quelli collettivi, dei quali anzi diffidava» (ivi 33).

La sua sensibilità alla bellezza è evidente anche nelle sue poesie, che sono quasi tutte ispirate dal suo amore per Dio, il fondamento anche della sua sensibilità alla bellezza. Il 15 maggio 1952 scrive:

E gli oggetti si spensero
intorno.
E il fiume del tempo
ristagnò in limpidi meandri
vi si specchiò improvvisa una presenza
ferma.
Come t’amo, Signore, nel silenzio
denudato del mondo
nella voce più piccola d’acino d’uva
della Tenebra Prima!

E tu sorridi albe e certezza
impreviste ed attese
sordo alle acquose preghiere dei vecchi santi
ignaro d’ogni grido lamentoso.
E la mano che stringo sa di cuore
d’ala alta e di perla.
Qualche difetto?

A questo punto, dopo queste poche parole spese per descrivere gli aspetti migliori del percorso religioso e della personalità di Bausani, può nascere nei lettori il sospetto che chi scrive abbia voluto fare dell’agiografia. Ma come è possibile andare a cercare le poche debolezze di una persona che negli altri cercava di vedere sempre il meglio, o che per lo meno «capitinianamente» riconosceva a tutti «il diritto di essere quello che vogliono» (Marcheschi 35)? Concediamo, dunque, questo excursus nei suoi difetti, un po’ controvoglia. Aveva anche lui le sue piccole intemperanze: non sopportava chi non era puntuale, disdegnava l’ipocrisia di chi mostra un interesse che non ha, era infastidito dall’immodestia di chi pretende di sapere quello che non sa e si teneva lontano dalle emozioni collettive, al punto da sembrare, solo in quelle circostanze, però, freddo. In questi casi usava una candida franchezza nell’esprimere la sua disapprovazione. Ma sono poi veri difetti, questi?

Fu forse questa sua franchezza nell’esprimere certe sue disapprovazioni che impedì a chi scrive di sentirsi completamente a proprio agio alla sua presenza, come tutti invece dicevano di sentirsi. Chi scrive fu infatti oggetto di una delle sue franche disapprovazioni. Agli inizi della mia frequentazione di casa Bausani nel 1975, affatto ignaro della sua preferenza degli aspetti pratico-organizzativi rispetto a quelli mistico-salvifici delle religioni, chiesi tutto felice a Bausani se volesse gentilmente insegnarmi a capire meglio il linguaggio mistico degli Scritti bahá’í, in particolare delle Sette Valli, un’opera che è sempre stata ai primi posti nei miei interessi scritturali. Mi rispose bruscamente che tutto quello che sapeva lo aveva già scritto in Persia religiosa e nella sua Storia della letteratura persiana e che mi consigliava di studiare quei testi. E quando imprudentemente gli risposi che li avevo già letti, ma che francamente non mi interessavano gli aspetti intellettuali e culturali da lui trattati in quegli scritti, mentre mi interessava il significato di quel linguaggio nel contesto del misticismo della nostra Fede, ribadì che non aveva nient’altro da dirmi. E invece lo aveva, potevamo per esempio discutere i temi che avrebbe poi trattato nei suoi articoli sullo stile espressivo bahá’í. Probabilmente fraintese le mie intenzioni, pensando che io fossi, almeno sotto alcuni aspetti, come quel suo amico pazzoide di cui racconta il seguente aneddoto (Saggi 368-9):

un simpatico pazzoide mio amico (ora defunto), che riteneva essere una reincarnazione di un Faraone ed era un esoterico, fece perdere (o se volete guadagnare . . . ) una intera giornata al dr. Giachery, allora residente a Roma, insistendo che, in camera charitatis rivelasse a lui, «iniziato», i segreti iniziatici della Fede Bahá’í, che, insisteva, «devono esserci» perché è impossibile che una simile religione sia solo «sociale». Il dr. Giachery si affannò invano a dirgli che tali segreti non esistevano, e che chiunque poteva divenire Bahá’í accettando Bahá’u’lláh e che non esistevano particolari iniziazioni o classi di credenti. Il tizio in questione se ne andò convinto che tali segreti fossero così . . . segreti che il dr. Giachery non li aveva voluti rivelare nemmeno a lui . . .

La mia timidezza e il mio imbarazzo di fronte a quello che tutti definiscono, e che a me sicuramente pareva, un «mostro sacro» mi impedirono di chiarire l’equivoco, privandomi così della possibilità di percorrere molto più rapidamente sotto la sua diretta guida quel lunghissimo e faticoso itinerario che ho poi percorso da solo per incominciare a comprendere il succo del linguaggio mistico delle Sette Valli di Bahá’u’lláh. Ma sotto altri aspetti l’episodio fu provvidenziale, perché, profondamente consapevole del grande valore della persona che mi opponeva quel secco rifiuto, raccolsi invece la sua lezione della sacralità dell’Ordine amministravo bahá’í, che ai miei occhi di giovane bahá’í era invece inizialmente apparso del tutto secondario.

Il matrimonio

L’«affascinante e deliziosa Elsa» (Scerrato, in «Testimonianze» XXXV) fu «la sua incomparabile moglie» (Filippani-Ronconi, in «Testimonianze» XXIV) per quasi 38 anni – si erano sposati a Roma il 27 ottobre 1951, il primo matrimonio bahá’í in Italia – e poi «la fedele vestale della sua memoria» (Garbini, in «Testimonianze» XXV). Per i loro numerosi amici il ricordo di Bausani «non si disgiunge dall’immagine sorridente e altrettanto cara di Elsa» (Garbini, in «Testimonianze» XXV), la «sua dolcissima e forte Elsa, il cui impareggiabile aiuto gli permise di esprimersi e di insegnare fino ai momenti estremi» (Filippani-Ronconi, in «Identità» 175). Alessandro Bausani fu per lei «un marito dolcissimo e tenerissimo . . . una persona con la quale ho diviso la vita di bahá’í, una persona che ha risposto a tutti i miei perché e con la quale ho camminato seguendo i passi e l’esempio del Maestro ‘Abdu’l-Bahá» (Scola, «Discorso»). Il loro legame fu imporntato all’amore reciproco e all’amore di Dio. La signora Bausani così ricorda (ibid.) questo loro doppio legame:

quando ci siamo fidanzati, mi ha detto con molta tenerezza che mi voleva bene, ma che, al di sopra di me, amava Dio. Mi ha detto che avremmo passato tutta la vita insieme, come una sola persona, ma che una mattina la settimana avrei dovuto lasciarlo solo: doveva andare a passeggiare al Palatino per «conversare con l’Eterno».

Chi scrive ricorda un incontro bahá’í a Verona, a casa di amici comuni, durante il quale i padroni di casa improvvisarono una celebrazione del 25°, credo, anniversario di nozze dei coniugi Bausani. In quella circostanza la signora Bausani raccontò un significativo evento della sua vita privata. Pochi minuti prima della cerimonia nuziale, disse la signora Bausani, mia madre mi prese in disparte e mi disse: «Figlia mia, ti stai accingendo a compiere un passo molto importante e io ti voglio dare un consiglio prezioso. Considera il tuo matrimonio come un pregiato calice di cristallo finissimo. Un piccolo urto lo può infrangere. Una volta infranto, anche se lo riaggiusti, il calice non sarà più lo stesso. Abbi dunque molta cura del tuo matrimonio e preservalo bello come oggi promette di essere». La signora Bausani affermò che non aveva dimenticato questa lezione e che quindi aveva sempre fatto l’impossibile per preservare l’integrità del suo legame. E oggi, dopo molti anni, poteva dire di esserci riuscita. Per uno strano caso del destino la signora Bausani ha lasciato questo mondo il 12 marzo 2003, esattamente 15 anni dopo il marito, trapassato il 12 marzo 1988.

Gli ultimi mesi

«Un male feroce ed ironico lo colpì nella discorsività, la sua virtù più seducente; il conversatore irresistibile restò murato dentro, chiuso e misterioso, come un idolo», lamenta Minissi (in «Testimonianze» XXXI). Quando si ammalò, i suoi allievi devoti gli si strinsero «intorno, con dolente affetto, assistendolo nell’inguaribile male che . . . lo colpì, via via isolandolo dalla attività didattica e scientifica che aveva costituito il meglio della sua vita . . . quella fedeltà di discepoli fu illuminante sui valori che egli aveva vissuti e trasmessi ai suoi allievi» (Gabrielli, «Profilo» XI-XII). «Progredendo la malattia», scrive Gabrieli, «il “cinico” mal?mat? si rivelò alfine uno stoico, nella silenziosa, eroica sopportazione del male crudele» (Gabrielli, «Profilo» XI). E chi lo ha visto ripetutamente in quei giorni, come Pappalettera al cui discorso funebre i cenni biografici pubblicati in Opinioni bahá’í sono ispirati, ci ricorda che «la sua mitezza, la sua umiltà, l’atteggiamento di continua disponibilità, la serenità d’animo e la pace interiore, aspetti rivelatisi appieno nel periodo terminale della sua malattia che non gli consentiva più di muoversi né di comunicare, esprimono quelle costanti spirituali che hanno sempre accompagnato il suo intelletto» («Alessandro Bausani» 11). Scarcia scrive dunque che secondo lui Bausani ha avuto una buona morte, cioè «lasciare ogni cosa diletta più caramente senza sofferenza, ma al contempo senza una saturazione che faciliti il compito» («Quattro incursioni» 511). Lo conferma la testimonianza della signora Bausani, la quale subito dopo la morte del marito ha scritto all’Assemblea Spirituale Nazionale dei Bahá’í d’Italia: «Desidero . . . ricordare, anche se già lo sapete, quanto sereno sia sempre stato Sandro proprio per quell’amore per Dio di cui è stato nutrito; con quanta serenità abbia lasciato questa vita» («Lettera»). L’ultima volta che chi scrive ha visto Bausani in questo mondo, assieme ai colleghi dell’Assemblea Spirituale Nazionale italiana di cui egli ha fatto parte per vent’anni, lo ricorda desideroso di far saper a tutti che non occorreva preoccuparsi per lui, perché malgrado l’assoluta impossibilità di muovere qualunque muscolo del corpo, lui era sempre sereno e sapeva ridere ancora.

Conclusione

L’approdo della religiosità di Bausani, passato anche lui come molti altri attraverso la trafila della ribellione al dogma irrazionale, all’assolutismo esclusivista, non è stato quello di molti altri intellettuali occidentali, una religione soggettiva, che pensa di potersi fondare sul giudizio dell’individuo il quale del proprio contesto tradizionale religioso parte accetta e parte rifiuta a proprio piacimento. Non è stato neppure la consolazione di un militante impegno ideologico sociale che del traguardo di uno sperato trionfo della giustizia nelle società umane fa il più alto impegno della propria vita, senza minimamente tener conto dell’intervento divino nella storia, anzi prendendo drasticamente le distanze da chiunque lo faccia. Non è stato infine neppure quel tentativo, forse anche generoso, che ha condotto alcuni a tentare di innestare sull’antico ceppo della propria tradizione, più moderne e concrete ideologie. Bausani ha invece scoperto una forma religiosa, modernissima (quando egli nel 1948 la incontra per la prima volta questa religione ha solo 104 anni): è la Fede bahá’í che egli abbraccia subito, quasi la stesse aspettando. In essa egli trova ampia risposta alle sue aspettative spirituali e da essa attinge altrettanto ampie possibilità di impegno pratico per il conseguimento dei traguardi della giustizia umana che gli stanno tanto a cuore, e nell’impegno per il conseguimento di questi traguardi anche di quel perfezionamento interiore di cui anche lui come tutti gli esseri umani aveva assoluto bisogno.

Alla fine di questo breve saggio, chi scrive pensa alla grande ricchezza donata, mediante le azioni, le parole e gli scritti, da un uomo che associa le doti della migliore intellettualità moderna a quelle di uno «spirito inguaribilmente religioso», costantemente alimentato giorno dopo giorno per tutta la vita. «Luce su luce» lo definisce il Corano (XXIV, 35) e ‘Abdu’l-Bahá ne scrive (in Educazione Bahá’í 57):

Ma se un individuo ha qualità spirituali e virtù risplendenti, e il suo scopo nella vita è spirituale e le sue inclinazioni sono dirette verso Dio, e inoltre egli studia altri rami del sapere – allora abbiamo luce su luce: il suo essere esteriore è luminoso, il suo carattere personale radioso, il suo cuore sano, il suo pensiero elevato, la sua comprensione rapida, il suo rango nobile.

Benedetto colui che perviene a questo altissimo rango.

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Indice
Introduzione iii
Gli anni della gioventù 2
L’infanzia e l’adolescenza cattoliche 2
Il distacco dal Cattolicesimo 6
Gli anni della ricerca spirituale 7
Una breve lotta interiore 15

Possibili ragioni della conversione alla Fede bahá’í 21

La Fede bahá’í è una religione 23

La Fede bahá’í non ha sacramenti, dogmi e riti opera d’uomo 25

La Fede bahá’í ha un’organizzazione 25

La Fede bahá’í santifica la società mediante un ordine mondiale divino 28

La sua idea di una teodemocrazia bahá’í 30

Altri aspetti 31
L’unità delle religioni 31
L’unità dei profeti 31
L’unità dei popoli 32
La storicità delle religioni 32
Il concetto della gioia spirituale 33

L’ idea di religione e spiritualità 35

Che cosa significa per Bausani diventare bahá’í 35

Che cosa significa per Bausani essere religioso 37

L’ordine 38
La moderazione 39
L’obbedienza 40
L’umiltà 40
La gioia 40
La tentazione della superbia 40
L’impegno quotidiano 41
La curiosità e la ricerca 41
Traguardi personali e sociali 42
Fede e studio accademico 45

Alessandro Bausani, pioniere italiano degli studi bahá’ì 53

Spunti metodologici per gli studiosi bahá’í 55

Definizioni di religione 57
Dal punto di vista pratico 57
Dal punto di vista teologico 58
Dal punto di vista religioso 59

L’unità delle religioni o unità spirituale 59

Studi tipologici della Fede bahá’í 68
Religioni tradizionali e fondate 68
Religioni nazionali e universaliste 68

Religioni di legge e religioni salvifiche 69

Religioni incentrate sulla legge e religioni incentrate sulla mistica 69

Religioni monoteistiche e panteistiche 70

Tre tipi di monoteismo 71
Evoluzione del monoteismo 74
Religioni e creazione 75
Religioni e Parola sacra 75
Rapporto fra umanità e Divinità 77
Rapporti con la scienza 77
La Fede bahá’í e il sincretismo 79

Dotte presentazioni della Fede bahá’í 81

L’ordine mondiale bahá’í 84
Il misticismo bahá’í 87

Il linguaggio letterario degli Scritti bahá’í 91

Un’eccezionale personalità 97

La curiosità e l’amore della ricerca 98

L’umanità e la gentilezza 103
La modestia 105
Lo humour 110
La gioia 113
La sensibilità alla bellezza 114
Qualche difetto? 115
Il matrimonio 117
Gli ultimi mesi 118
Conclusione 120
Bibliografia 122
Finito di stampare nel mese di ……. 2008
per conto della Casa Editrice Baha’i
nella tipografia ……………
Via …………………….……………….., Italia

1 Quando ci citerà Grieco si farà riferimento a «Da Cristo a Marx a Bahá’u’lláh», in Gente vol. 23, n. 10 (10 marzo 1979), pp. 52-8.

2 Le Mani della Causa di Dio sono alcuni personaggi nominati da Bahá’u’lláh, ‘Abdu’l-Bahá e Shoghi Effendi con lo specifico incarico di proteggere e diffondere la Fede bahá’í.

3 Il Kitáb-i-Aqdas è il libro di Bahá’u’lláh che contiene le leggi della Fede bahá’í (‘Akká, 1873).

4 Riccardo Lombardi (1908-1979), gesuita, giornalista, soprannominato «il microfono di Dio», molto stimato da Pio XII e quindi molto noto durante il suo pontificato, sosteneva la necessità di una maggiore presenza del cattolicesimo nel mondo politico e culturale italiano. Fu messo da parte dai papi successivi e morì quasi ignorato.

5 L’Assemblea Spirituale Nazionale è il direttivo di una comunità nazionale bahá’í.

6 Da una conversazione con la signora Bausani il 5 marzo 2002.

7 Ri?ván (lett. paradiso) è la principale festività del mondo bahá’í. Dura dodici giorni (21 aprile - 2 maggio), e celebra l’anniversario della dichiarazione della missione di Bahá’u’lláh avvenuta a Baghdad nel 1863.

8 Vedi Corano VII, 143: «E quando Mosè venne al Nostro convegno e il suo Signore ebbe parlato con lui disse Mosè: “O Signore, mostrati a me, che io possa rimirarti!”. Rispose: “Non mi vedrai (lan tarání). Ma guarda il monte e se esso rimarrà fermo al suo posto, ebbene, tu mi vedrai!” Ma quando Iddio si manifestò al monte lo ridusse in polvere e Mosè cadde fulminato. Quando ritornò in sé disse: “Sia gloria a Te! Io a Te mi converto e sono il primo dei credenti!” E disse Iddio: “O Mosè Io t’ho eletto sopra tutti gli uomini dandoti a portare il Mio Messaggio e il Mio Verbo. Prendi dunque ciò che t’ho dato e siimi riconoscente”».

9 «I Consiglieri continentali» fanno parte della «piramide sacrale-docente» e sono «incaricati di galvanizzare le energie dei credenti nei singoli continenti», ma «non hanno alcuna autorità legislativo-amministrativa e obbediscono, come tutti i credenti, alle decisioni delle loro assemblee» (Bausani, «Bah?’?, Bah?’?smo»221).

10 Qibla è una parola araba che indica la direzione verso la quale i credenti si rivolgono durante la preghiera. Per i musulmani la qibla è il Santuario della Mecca.

11 Per religio naturalis egli intende i «concetti naturalistico pagani come quello del Dio che muore e risorge, della Dea-madre, e tanti altri» (Bausani, Saggi 199).

12 Vedi Karl Marx, Sulla questione ebraica.

13 Per unità monoteista Bausani intende il concetto per cui c’è un solo Dio, i Profeti/Manifestazioni vengono da Lui, le religioni da loro fondate sono tutte di origine divina e quindi egualmente valide.

14 Vedi «Il vincitore lo porrò come una colonna nel tempio del mio Dio e non ne uscirà mai più. Inciderò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio, della nuova Gerusalemme che discende dal cielo, da presso il mio Dio, insieme con il mio nome nuovo» (Apocalisse III, 12).

15 Bausani si riferisce (Saggi 29-30, 224, 339, 343-4) a Medioevo prossimo venturo e Manuale per un’improbabile salvezza.

16 Bausani si riferisce (Saggi 224, 422-30) a Cento pagine per l’avvenire.

17 Bausani cita a suffragio di questa tesi lo storico inglese Arnold Toynbee (1889-1975) e le sue teorie sulle origini delle civiltà, vedi Saggi 30, 485-6. La definizione di religione cui accenna si trova sopra a pp. 57-9.

18 Abu’l-Ray?án Mu?ammad al- Bírúní (973-1050) è uno scienziato persiano (vedi Bausani, Saggi 27, 206), Abú Bakr al-Báqillání (m. 1013) è un filosofo atomista e teologo ash‘arita (vedi Bausani, Saggi 206).

19 Mawlaná Jalálu’d-Dín Rúmí (1207-1273), uno dei più celebri poeti di lingua persiana. Vedi Mathnaví II, 690 e V, 1960.

20 La canzone è «Passione» (1935) di Libero Bovio (1883-1942) che compose anche la celeberrima «O paese d’o sole» (1925) e Bausani se ne servì anche per illustrare l’intensità dell’amore platonico nella poesia di ?áfi? durante il Convegno internazionale sulla poesia di ?áfi?, Roma, 30-31 marzo 1976 (vedi Il «Pazzo sacro» nell’Islam 344-6).

21 Bausani è famoso nel Pakistan per le sue traduzioni del poeta nazionale pakistano Mu?ammad Iqbal (1877-1938). Per questa ragione fu insignito del Hilal-i-Pakistan, un’importantissima decorazione, raramente concessa a stranieri.

22 Gli arunta sono una tribù di aborigeni australiani, che vivono nell’Australia centrale attorno alla città di Alice Springs.

23 Mašriq al-a?k?r (Mashriqu’l-Adhkár), in Arabo «orienti della menzione di Dio»sono i templi bahá’í.

24 L’autobiografia di ?áhiru’d-Dín Mu?ammad Bábur (1483-1530), fondatore della dinastiaz Mogol in India e discendente diretto di Tamerlano, scritta in lingua ciagatai.

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